Biografia Famiglia e infanzia

Massimo Taparelli d'Azeglio nacque a Torino, in via del teatro d'Angennes, l'attuale via Principe Amedeo, nel palazzo appartenente alla nobile famiglia Taparelli di Lagnasco, nell'attuale provincia di Cuneo (la famiglia era imparentata con i Balbo, tra cui si ricordano Prospero e Cesare), già discendente dei più antichi marchesi di Ponzone, feudatari del vercellese e viveronese. Figlio del marchese Cesare Taparelli d'Azeglio, noto esponente della Restaurazione sabauda e del cattolicesimo subalpino, e di Cristina Morozzo della Rocca dei Marchesi di Bianzè (5 novembre 1770 - 22 febbraio 1838), fu tenuto a battesimo da monsignor Giuseppe Morozzo Della Rocca, che sarebbe poi diventato cardinale.Massimo d'Azeglio, I miei ricordi (a cura di Francesco Zublena), Torino, Società Editrice Internazionale, 1923, p. 37 I genitori vissero dapprima nel Castello di Azeglio (da cui il nome del marchesato), vicino al Lago di Viverone, ma tutti i loro figli nacquero a Torino.

Dei suoi fratelli più noti si ricordano Luigi, presbitero gesuita e cofondatore de La Civiltà Cattolica, e Roberto, politico liberale come Massimo, promotore della campagna di emancipazione delle minoranze religiose del Piemonte (giudei e valdesi). Si chiamava Roberto anche il fratello maggiore, che però nacque morto nel 1789. Gli altri fratelli di Massimo morirono prematuramente: Giuseppe Luigi, subito dopo la nascita, nel 1796, Melania a soli 10 anni di etisia (10 luglio 1797 - 15 agosto 1807), Metilde ventiduenne (24 novembre 1791 - 12 agosto 1813) ed Enrico a 30 anni (24 novembre 1794 - 2 settembre 1824).

Per via dell'occupazione napoleonica, Massimo da bambino (con la famiglia) fu costretto a vivere per qualche anno a Firenze, dove la domenica mattina si recava in casa della contessa d'Albany per recitarle i versi che lei gli faceva imparare durante la settimana e dove conobbe Vittorio Alfieri, amante della contessa e caro amico del padre. D'Azeglio stesso racconta un episodio curioso: quando aveva quattro anni Alfieri lo condusse nello studio del pittore François-Xavier Fabre, che usò il piccolo come modello per il Gesù Bambino della Sacra Famiglia a cui stava lavorando in quel momento. L'opera andò poi ad ornare una chiesa di Montpellier.I miei ricordi, cit., 1923, p. 47 A Firenze ricevette un'educazione severa: in casa i genitori gli imposero un forte senso del dovere e studiò presso le Scuole Pie di Via Larga.

L'attività artistica e letteraria

Alla fine del 1810, i Taparelli tornarono a Torino, dove Massimo frequentò filosofia all'Università, «che cominciai all'età di circa tredici anni».I miei ricordi, cit., 1923, p. 75 Il giovane non aveva grande amore per lo studio: seguì i corsi per dovere ma senza brillare, in un'indole vivace e gaudente che caratterizzò la sua giovinezza, riavvicinandolo all'austerità dell'educazione ricevuta solo in epoca più tarda. Il padre, intanto, forgiava nei figli uno spirito forte e pronto per le asperità della vita: «Nostro padre voleva vederci diventar uomini, anche fisicamente parlando».I miei ricordi, cit., 1923, p. 77 Fu così che li iniziò al fioretto, al nuoto e all'equitazione, e presto li condusse a fare lunghe escursioni nei boschi simulando situazioni militari.

Caduto Napoleone nel 1814, gli austriaci rientrarono in città tra il giubilo generale. Per papa Pio VII era possibile tornare a Roma, «ed il re volle che gli giungesse quanto più presto si potesse un mi rallegro del capo della Casa di Savoia, nella quale era tradizionale lo sfottimento del papa. La scelta dell'inviato cadde sulla persona di mio padre; ed era certo impossibile trovare un più vero rappresentante del principio politico come della fede religiosa dei due principi».I miei ricordi, cit., 1923, p. 96 Massimo accompagnò il padre a Roma, dove entrò in contatto con molti scultori e pittori del tempo: Canova, Thorvaldsen, Rauch, Camuccini, Landi, tanto per fare qualche nome. Oltre ad approfondire quello che sarebbe rimasto il principale interesse culturale della propria vita, quello della pittura, si appassionò anche alla musica e alla poesia, conoscendo di persona il commediografo Gherardo de Rossi e il librettista Jacopo Ferretti, nonché il musicista Niccolò Paganini e il compositore Gioachino Rossini, con i quali condivise una notte di scherzi durante il carnevale romano del 1821.

Entrò quindi come allievo ufficiale militare sottotenente di Cavalleria (Reggimento "Reale Piemonte"), sulle orme del padre. Tuttavia, dopo qualche mese, abbandonò la carriera militare per dissensi nei confronti della classe aristocratica, ed entrò nella semplice fanteria (Guardia provinciale) con mansioni di segretariato, presso l'ambasciata sarda di Roma.

Rientrato a Torino presso la famiglia, cambiò d'un tratto stile di vita, abbandonando i bagordi e dedicandosi interamente allo studio, continuando a dare la precedenza alla pittura, tanto che dormiva «in mezzo ai colori, agli oli, le vernici». Il mutamento fu tuttavia troppo drastico; la salute di d'Azeglio ne risentì, conducendolo a una sorta di esaurimento nervoso. Costretto a un periodo di riposo, cominciò presto a sentire nostalgia dell'ambiente romano, dove sognava di poter riprendere il proprio apprendistato artistico. I genitori acconsentirono allo spostamento, nella speranza di assistere a un miglioramento del figlio, e fu così che la madre, pur cagionevole di salute, si trasferì con lui e con il fratello Enrico a Roma.I miei ricordi, cit., 1923, pp. 131-133

I tre dimorarono inizialmente in piazza Colonna. D'Azeglio approfondì gli studi di disegno, ma anche quelli letterari e musicali. Scrisse un poema cavalleresco in ottave, due opere teatrali e alcune poesie (odi e sonetti) patriottiche. Il fratello Enrico abbandonò presto Roma per recarsi a Napoli, dove si ammalò gravemente. La madre, molto preoccupata, inviò Massimo nella città partenopea. Enrico si riprese più facilmente e più in fretta del previsto, assistito da un marchese di Macerata amante delle arti e della musica, Domenico Ricci, che Massimo conobbe nell'occasione, senza più averne notizie fino a quando, nel 1852, il figlio Matteo Ricci chiese la mano di Alessandrina, la sua unica figlia. Ritornati a Roma, i fratelli d'Azeglio si stabilirono con la madre in una piccola casa di Castel Gandolfo.I miei ricordi, cit., 1923, pp. 134-143

D'Azeglio continuò la propria attività di pittore e letterato, alternandosi tra i salotti intellettuali di Roma, Firenze e Milano, dove conobbe Giulia, la figlia primogenita di Alessandro Manzoni, sposandola nel maggio del 1831 ma rimanendone presto vedovo, nel 1834, l'anno successivo alla nascita di Alessandra,Alessandra nacque il 10 gennaio 1833 a Milano. Veniva sempre chiamata Alessandrina (o anche Rina): anche nell'atto di matrimonio che la legò al marchese Matteo Ricci, del 1852, si legge Alessandrina Taparelli d'Azeglio la loro unica figlia.

Nel 1828-1829 soggiornò per un certo periodo a Sant'Ambrogio di Torino per dipingere le tavole del libro La Sacra di San Michele illustrata e descritta che pubblicò a Torino nel 1829. A Milano giunse due anni più tardi, dopo la morte del padre. Nella città meneghina riscosse grande successo come pittore. Spiegò nei Miei ricordi come Milano fosse allora culturalmente e artisticamente molto più vivace di Torino. Il clima ambrosiano si confaceva assai meglio al suo spirito libero: vi trovava «un non so che di abbondante, di ricco, di vivace, di attivo, che metteva buon umore a vederlo».Massimo d'Azeglio, I miei Ricordi (a cura di A. M. Ghisalberti), Torino 1971, p. 392 In questo contesto di fioritura delle arti presentò quindi tre dipinti all'Esposizione di Brera, un paesaggio e due soggetti storico-patriottici (La disfida di Barletta e La battaglia di Legnano). Il primo fu acquistato dall'arciduca Ranieri, viceré austriaco, mentre le altre due tele finirono nella prestigiosa collezione del patrizio Alfonso Porro Schiavinati.

Si cimentò anche come scrittore; in linea con la temperie romantica, a cui si era mostrato fedele già nei quadri, scrisse il romanzo storico Ettore Fieramosca (1833) ispirandosi quindi anche in letteratura al famoso protagonista della disfida barlettana. Nel 1834 fu tra i primi frequentatori della casa di Clara e Andrea Maffei in via Tre Monasteri, nel primo embrione del salotto che avrebbe animato i successivi decenni della vita artistica e politica milanese.D. Pizzagalli, L'amica. Clara Maffei e il suo salotto nel Risorgimento, Milano 2004, pp. 16-17 Il 24 agosto 1835 sposò in seconde nozze Luisa Maumary, vedova di Enrico Blondel, suo zio materno che era anche fratello di Enrichetta, prima moglie di Manzoni.

Già pittore fin da giovanissimo, «scrittore di poemi cavallereschi e tragedie senza importanza» dopo avere acquistato risonanza notevole con romanzi storici quali Ettore Fieramosca e Niccolò de' Lapi, ovvero i Palleschi e i Piagnoni troviamo, postumo, I miei ricordi. L'ideale politico di D'Azeglio si intravede nelle sue opere e a volte il suo credo riguardo all'Italia nascente come nazione appare ben dichiarato: «abbatter la forza senza la forza, la violenza senza violenza, la frode senza frode», fare un tipo di guerra «senza sparger goccia di sangue». Dei suoi romanzi, è stato scritto, riportando una critica di Attilio Momigliano, che «sembrano una ancora torbida preparazione dei Ricordi»Vittore Branca, Umanità del realismo romantico, sta in Il Ponte, II, 1946, pp 317 e sgg., integrato col testo di una conferenza tenuta all'Università di Zagabria nel 1960. Sta in Vittore Branca e Cesare Galimberti, Civiltà letteraria d'Italia, vol.III, Sansoni 1964,, pp. 449 - 457 e, a proposito del romanzo storico dell'epoca «(Grossi, Cantù, Rovani, e un po' appartati Guerrazzi e D'Azeglio...) più contenutisticamente aperto ai ricalchi dei Promessi Sposi (...), che fu in realtà il più lontano, il più insensibile all'umanissima ispirazione manzoniana. (...) Si ha quasi l'impressione di essere in una fase precedente e non seguente ai Promessi Sposi».

Tornò poi a Torino, dove cominciò a interessarsi di politica attraverso il re Carlo Alberto, con approccio liberale moderato.

Gli anni della maturità: le operazioni militari e l'ingresso in politica

Al settembre 1838 risale il primo soggiorno fiorentino da adulto, dove si recò per raccogliere il materiale necessario alla stesura del secondo romanzo storico, Niccolò de' Lapi. Nella città toscana, che d'Azeglio amò fin dall'inizio, entrò in contatto con gli intellettuali liberali del Gabinetto Vieusseux, in particolare con il suo fondatore, Giovan Pietro Vieusseux, e con Gino Capponi. Lasciò quindi Firenze per Milano, ma vi tornò nel 1840 per un altro breve periodo.M. de Rubris, Confidenze di Massimo d'Azeglio. Dal carteggio con Teresa Targioni Tozzetti, Milano 1930, Arnoldo Mondadori, pp. 9-14 Durante tale soggiorno si recò prima a Gavinana, paese ove era stato ucciso Francesco Ferrucci nella battaglia del 1530, e poi a San Marcello Pistoiese, dove amò ascoltare la dizione di una certa Rosa, contadina nel podere Partitoio (peraltro analfabeta), dizione che definì «la parlata più pura e raffinata d'Italia», per dimostrare come, allora, nella montagna pistoiese si parlasse la vera lingua italiana, senza alcuna influenza dialettale. A San Marcello d'Azeglio soggiornò alla Locanda La Posta situata sulla strada granducale, adesso via Roma.Rif. "I miei ricordi" 1863 di Massimo d'Azeglio

Nel 1838, a Firenze, conobbe il marchese Carlo Torrigiani, con i suoi stessi ideali patriottici e con cui strinse una fraterna amicizia. Torrigiani lo introdusse alla frequentazione di casa Targioni, composta dal naturalista Antonio, dalla moglie Fanny, di leopardiana memoria, e dalle loro tre figlie. Strinse un'amicizia particolarmente intensa con la più giovane, Teresa Targioni Tozzetti, come testimonia il ricco carteggio che ci è pervenuto.M. de Rubris, cit., pp. 13-24