La guerra civile romana del 49-45 a.C., più nota come guerra civile tra Cesare e Pompeo, consistette in una serie di scontri politici e militari fra Gaio Giulio Cesare e i suoi sostenitori contro la fazione tradizionalista e conservatrice del Senato romano (Optimates), capeggiata da Gneo Pompeo Magno, Marco Porcio Catone Uticense e Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica. Essa fu il penultimo conflitto militare sorto all'interno della Repubblica romana.
Descrizione
Molti storici concordano nel dire che la guerra civile fu una logica conseguenza di un lungo processo di decadenza delle istituzioni politiche di Roma, iniziata con gli omicidi dei Gracchi nel 133 e 121 a.C.. e continuata con la riforma delle legioni di Gaio Mario, che fu il primo a ricoprire molti incarichi pubblici straordinari inaugurando un esempio che fu poi seguito dai successivi aspiranti dittatori della decadente repubblica, la guerra sociale, lo scontro tra mariani e sillani conclusosi con l'instaurazione della dittatura di Lucio Cornelio Silla, nota per le liste di proscrizione emesse nel suo corso, ed infine nel primo triumvirato..
Questi eventi frantumarono le fondamenta della Repubblica, ed è chiaro che Cesare volse abilmente in suo favore l'opportunità offertagli dalla decadenza delle istituzioni, tanto che Cicerone disse di lui che aveva tutto, gli mancava solo la buona causa..
Dopo aspri dissensi con il senato, Cesare varcò in armi il fiume Rubicone, che segnava il confine tra la provincia della Gallia Cisalpina e il territorio dell'Italia; il senato, di contro, si strinse attorno a Pompeo e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, decise di dichiarare guerra a Cesare (49 a.C.). Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale. Pompeo cercò quindi rifugio in Egitto, ma lì fu ucciso (48 a.C.).
Anche Cesare si recò perciò in Egitto, e lì rimase coinvolto nella contesa dinastica scoppiata tra Cleopatra VII e il fratello Tolomeo XIII: risolta la situazione, riprese la guerra, e sconfisse il re del Ponto Farnace II a Zela (47 a.C.). Partì dunque per l'Africa, dove i pompeiani si erano riorganizzati sotto il comando di Catone, e li sconfisse a Tapso (46 a.C.). I superstiti trovarono rifugio in Spagna, dove Cesare li raggiunse e li sconfisse, questa volta definitivamente, a Munda (45 a.C.). Questa guerra civile aprì la strada alla fine della Roma repubblicana, a cui fu dato il colpo di grazia con la successiva guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio (terminata con la battaglia di Azio del 31 a.C.).
Fonti e storiografia
Le principali fonti della guerra civile combattuta negli anni 49 - 45 a.C. sono rappresentate dalle biografie di Svetonio (Vite dei dodici Cesari) e di Plutarco (Vite parallele), oltre a Appiano di Alessandria (Storia romana, XIV: Guerre civili, II), Cassio Dione Cocceiano (Historia Romana), Velleio Patercolo (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo), Marco Tullio Cicerone (Orationes Philippicae, Orationes in Catilinam, Epistulae ad Atticum, Orationes: pro Marcello, pro Ligario, pro Deiotaro, De provinciis consularibus), Marco Anneo Lucano (Pharsalia), e una delle parti in causa, Gaio Giulio Cesare, con i Commentarii De bello gallico e De bello civili.
Contesto storico
Nell'estate del 60 a.C., tre tra i maggiori capi politici dell'epoca, Cesare, Crasso e Pompeo stipularono un'alleanza strategica che potesse favorirli negli anni a venire.; ; ; ; ;. Questo accordo privato fu chiamato dagli storici moderni primo triumvirato; non si trattava di una vera magistratura, ma di un accordo tra privati che, data l'influenza dei firmatari, ebbe poi notevolissime ripercussioni sulla vita politica, dettandone gli sviluppi per quasi dieci anni..; .
Crasso era l'uomo più ricco di Roma (aveva infatti finanziato la campagna elettorale di Cesare per il consolato) ed era un esponente di spicco della classe dell'ordine equestre.. Pompeo, dopo aver brillantemente risolto la guerra in Oriente contro Mitridate e i suoi alleati, era il comandante militare con più successi alle spalle. Il rapporto tra Crasso e Pompeo non era dei più idilliaci, ma Cesare con la sua fine abilità diplomatica seppe riappacificarli, vedendo in un'alleanza tra i due l'unico modo in cui egli stesso avrebbe potuto raggiungere i vertici del potere.. Crasso serbava infatti verso Pompeo un certo rancore, da quando quegli aveva celebrato il trionfo per la guerra contro Sertorio in Spagna e per la vittoria contro gli schiavi ribelli: grande merito era andato a Pompeo, mentre Crasso, vero artefice della sofferta vittoria su Spartaco, aveva potuto celebrare soltanto un'ovazione.
Il patto condusse Pompeo a sostenere la candidatura al consolato di Cesare, mentre Crasso l'avrebbe finanziata.. In cambio di quest'appoggio, Cesare avrebbe fatto in modo che ai veterani di Pompeo venissero distribuite delle terre (Lex Iulia agraria campana),; . e che il Senato ratificasse i provvedimenti presi da Pompeo in Oriente (Lex Iulia de actis Cn. Pompei confirmandis); al contempo, com'era desiderio di Crasso e dei cavalieri, fu ridotto di un terzo il canone d'appalto delle imposte della provincia d'Asia (Lex Iulia de publicanis). A rinsaldare ulteriormente quanto previsto dal triumvirato, Pompeo sposò Giulia, la figlia di Cesare.; ; ; ; . Carcopino aggiunge:
Nel 59 a.C., l'anno del suo consolato, Cesare portò al servizio dell'alleanza la sua popolarità politica e il suo prestigio, e si adoperò per portare avanti le riforme concordate con gli altri triumviri.. Nonostante la forte opposizione del collega Marco Calpurnio Bibulo, che tentò in ogni modo di ostacolare le sue iniziative, Cesare ottenne comunque la ridistribuzione degli appezzamenti di ager publicus per i veterani di Pompeo, ma anche per alcuni dei cittadini meno abbienti.. Bibulo, una volta accortosi del fallimento della sua sterile politica volta esclusivamente alla conservazione dei privilegi da parte della nobilitas senatoriale, si ritirò dalla vita politica: in questo modo pensava di frenare l'attività del collega, che invece poté attuare in tutta tranquillità il suo rivoluzionario programma. Carcopino aggiunge che quando Bibulo fece ricorso al suo diritto di veto, assistito da tre tribuni (Gneo Domizio Calvino, Quinto Ancario e Gaio Fannio), e salì al tempio di Castore per formulare lintercessio, fu messo in fuga dagli avversari, che gli ruppero i fasces, lo ferirono e riempirono di fango insieme a due suoi fidati amici.; ; .
Cesare poté così programmare la fondazione di nuove colonie in Italia e per tutelare i provinciali riformò le leggi sui reati di concussione (lex Iulia de repetundis),Digesto, XLVIII,11. facendo approvare allo stesso tempo delle leggi che favorissero lordo equestris: con la lex de publicanis egli ridusse di un terzo la somma di denaro che i cavalieri dovevano pagare allo stato, favorendo così le loro attività. Fece infine promulgare una legge che imponeva al senato di stilare le relazioni di ogni seduta (gli acta senatus).. In questo modo Cesare si assicurava l'appoggio di tutta la popolazione romana, ponendo le basi per il suo futuro successo.
Terminato il consolato, grazie all'appoggio dei triumviri, Cesare ottenne con la Lex Vatinia del 1º marzoProposta dal tribuno della plebe Publio Vatinio, che poi fu legato di Cesare in Gallia. il proconsolato delle province della Gallia cisalpina e dell'Illirico per cinque anni, con un esercito composto da tre legioni.. Poco dopo un senatoconsulto gli affidò anche la vicina provincia della Narbonense,Provincia costituita nel 121 a.C. che comprendeva tutta la fascia costiera e la valle del Rodano, nelle attuali Provenza e Linguadoca. il cui proconsole, Quinto Cecilio Metello Celere, era morto all'improvviso,. e una quarta legione. ritiene che la legio X fosse posizionata nella capitale della Gallia Narbonense, Narbona.
Il patto triumvirale venne rinnovato nell'aprile del 56 a.C. in un incontro fra i tre triumviri a Lucca, nella Gallia cisalpina. In questi giorni memorabili questa cittadina toscana, a nord del fiume Arno, «si trasformò nel vero centro del mondo, che i triumviri, nuovamente concordi, si spartirono decidendone il destino».; ; ; ; . Ecco come descrive Plutarco l'accordo tra i tre:
Nel 55 a.C., una volta divenuti consoli, Crasso e Pompeo proposero attraverso il tribuno della plebe Gaio Trebonio che il governo di Cesare fosse prolungato per altri cinque anni, come avevano concordato l'anno precedente. Crasso ricevette poi la provincia di Siria e la direzione della campagna contro i Parti, mentre Pompeo l'Africa, le due Spagne e quattro legioni, due delle quali cedette a Cesare per la guerra gallica.; .
Il patto triumvirale stava ormai esaurendosi. Dopo la morte di Giulia (settembre del 54 a.C.), la figlia che Cesare aveva dato in sposa a Pompeo, anche Crasso era morto a Carre contro i Parti (12 giugno del 53 a.C.). Oltre a questi accadimenti Cesare si trovò a dover affrontare una rivolta in Gallia che per poco non compromise l'intera opera di conquista (52 a.C.).; .. E così verso la fine del 53 a.C., Cesare si incontrò a Ravenna con Pompeo per formulare un nuovo patto privato tra loro. Riuscì ad ottenere di arruolare due nuove legioni, per compensare la perdita della legio XIIII, oltre a riceverne una dal genero, che acconsentì per il bene della Repubblica e per l'amicizia che ancora lo legava al suocero.. Cesare promise al genero che avrebbe fatto rompere il matrimonio della nipote Ottavia con Gaio Claudio Marcello per dargliela in moglie, chiedendo in cambio la mano di sua figlia Pompeia, sposata a Fausto Cornelio Silla, ma queste fantasie matrimoniali non si realizzarono.. Carcopino scrive infatti:
Essenzialmente Cesare aveva aspirato alla conquista della Gallia per controbilanciare i successi orientali di Pompeo nell'opinione pubblica ed assicurarsi una pressoché inesauribile fonte di denaro, racconta che Cesare impose all'intera Gallia un tributo complessivo di quaranta milioni di sesterzi, di sicuro non eccessivo per quella regione, ma le enormi ricchezze provenienti dal bottino, dalla vendita di schiavi, requisizioni, saccheggio dei santuari gallici, devono essere state portate nelle casse della Repubblica romana e, soprattutto, dello stesso generale (). Si racconta che Cesare offrì per la nuova Basilica Emilia talenti d'oro, una somma pari all'intero tributo della Gallia (), e 100 milioni di sesterzi per la Basilica Giulia nel Foro romano, provenienti dal bottino gallico (). un esercito preparato e fedele,. nonché schiere di clienti e migliaia di schiavi. Questi obiettivi furono in sostanza tutti raggiunti. Cesare, una volta conquistata la Gallia, entrò di fatto nell'Olimpo dei grandi conquistatori romani. Era amato dalla plebe di Roma alla quale, sapientemente, aveva concesso benefici di varia natura grazie al bottino di guerra. Il Senato e Pompeo ora lo temevano, sapendo che alle sue dipendenze aveva delle legioni temprate dalla guerra, costituite da cittadini di recente cittadinanza e legati a Cesare da un vincolo di fedeltà clientelare quasi assoluta. Svetonio scrive:
Se la Repubblica era minata già dal tempo dei Gracchi, la conquista della Gallia ruppe definitivamente gli equilibri di potere che avevano retto fino a quel momento dopo la dittatura di Silla.
Casus belli