Lo Stato Pontificio, detto anche Stato Ecclesiastico (Stato della Chiesa fu il suo nome ufficiale fino al 1815Mario Tosi, La società romana dalla feudalità al patriziato (1816-1853). Ed. di Storia e Letteratura, 1968, pag. 7.), fu uno Stato italiano costituito dall'insieme dei territori su cui la Santa Sede esercitò il proprio potere temporale dal 756 al 1870. La forma di Stato era la monarchia assolutista d'ispirazione religiosa (ierocrazia) rappresentata dal Papa, che esercitava la sua giurisdizione con pieni poteri.

Durante la sua esistenza, ebbe periodi in cui il prestigio e l'influenza della Santa Sede sullo scacchiere politico europeo furono rimarchevoli; la proiezione internazionale del pontefice è sempre stata notevolmente superiore rispetto a quella dello Stato Pontificio, dati i limiti territoriali che le circostanze storiche avevano assegnato allo Stato, in quanto la quasi totalità degli Stati europei erano retti da monarchie cattoliche che riconoscevano come suprema autorità quella del papa, che poteva scomunicare i sovrani e sciogliere feudatari e sudditi dal giuramento di fedeltà al proprio sovrano. Inoltre, i vincoli di vassallaggio dettati dalla Santa Sede condizionarono talvolta importanti Stati indipendenti come il Regno di Sicilia, il Regno di Napoli, il Regno d'Inghilterra, il Regno di Francia, il Regno di Spagna, il Regno del Portogallo, il Sacro Romano Impero, la Corona d'Aragona, il Regno d'Ungheria, l'Impero austriaco e tanti altri.

Lo Stato Pontificio terminò la sua esistenza con gli eventi del Risorgimento italiano: dapprima, con l'invasione sabauda e la successiva annessione di tre legazioni (le Romagne, le Marche e l'Umbria) al nuovo Regno d'Italia nel 1859-1861 e, quindi, in maniera definitiva nel 1870, con la breccia di porta Pia e la successiva annessione dei territori restanti, ovvero la quarta legazione e il circondario di Roma.All'epoca il Lazio si estendeva a sud fino alla città di Terracina, ultima roccaforte pontificia. Il circondario di Cittaducale, il circondario di Sora e il circondario di Gaeta con le Isole ponziane facevano infatti parte del Regno delle Due Sicilie ed erano già stati annessi nel 1860 al Regno di Sardegna

Genesi dello Stato Già nel IV secolo la Vita Silvestri del Liber pontificalis elenca 27 massae situate nel Suburbio, nel Lazio, in Italia meridionale, in Africa e a Gaudos (Malta). Vi furono arredi sacri, immobili urbani e proprietà fondiarie che Costantino il grande e altri membri della famiglia imperiale trasferirono a sette chiese e due battisteri in Roma, nonché a quattro basiliche di fondazione Imperiale a Ostia, Capua, Albano e Napoli. Nel V secolo Gregorio Magno amministrava grandi proprietà terriere che erano estese in Sicilia, Sardegna, Corsica, Africa e Gallia meridionale. La Chiesa gestiva già forse la più grande proprietà terriera del mondo latino.

Le origini del dominio temporale dei papi possono essere considerate sotto due aspetti, uno di fatto e l'altro di diritto: di fatto: con la progressiva dissoluzione del potere bizantino in Italia centrale e la costituzione del Ducato romano (ultimi decenni del VI secolo), la figura del papa venne prima ad affiancarsi, poi a sostituirsi, a quella del dux di nomina imperiale. Nell'Urbe e nell'Agro romano i papi subentrarono ai suoi poteri, in primis nell'esercizio della giustizia di appello, nella riscossione delle imposte, nella possibilità di imporre la fedeltà politica e l'aiuto militare ai vassalli loro sottoposti.. In seguito alla caduta dell'Esarcato d'Italia e alla fine del dominio dell'Impero bizantino sull'Italia centro-settentrionale, i papi divennero pienamente possessori di poteri sovrani nell'Italia centraleGiampiero Brunelli, Le istituzioni temporali dello Stato della Chiesa, Università La Sapienza, a.a. 2007/2008.; di diritto: le donazioni carolinge. Oltre a esse, la Donazione di Sutri (728), la Promissio Carisiaca (754 e 774) e la Constitutio romana (824) furono altrettante basi fondanti dello Stato Pontificio.

Il Patrimonium Sancti Petri A partire dal IV secolo (dopo l'editto di Milano) la Diocesi di Roma divenne proprietaria di immobili e terreni, frutto delle donazioni dei fedeli. Il patrimonio terriero del vescovo di Roma era denominato Patrimonium Sancti Petri perché le donazioni erano indirizzate ai santi Pietro e Paolo. Nel VI secolo aveva assunto un'estensione di rilievo (Patrimonia).Girolamo Arnaldi e Alberto Cadili, Le donazioni e la formazione del Patrimonium Petri in «Enciclopedia Costantiniana» (2013)

La Diocesi di Roma nell'Impero romano d'oriente

Dopo la guerra di riconquista dell'Italia da parte dei Bizantini (guerra gotica (535-553)), la Diocesi di Roma entrò a far parte dell'Impero romano riunificato da Giustiniano. I Bizantini ebbero il controllo dell'Italia centrale fino alla metà dell'VIII secolo. Durante questo periodo la Diocesi di Roma fece parte dell'Esarcato d'Italia, con capitale Ravenna. Il papa era un cittadino dell'impero; oltre che vescovo di Roma e patriarca d'Occidente, il suo titolo ufficiale era quello di pontifex maximus, secondo una tradizione ormai secolare che datava dal 382. Tuttavia, la sua elezione era sottoposta all'approvazione imperiale.

Rispetto ai lasciti e alle donazioni che giungevano da tutto il mondo cristiano alla Santa Sede, il papa era giuridicamente un semplice possidente; il legittimo sovrano era l'imperatore. Il Patrimonium Sancti Petri consisteva, in questa fase storica, nei latifondi gestiti dal vescovo di Roma come possesso privato. Si distingueva dal patrimonium publicum, ovvero i latifondi gestiti dai governatori bizantini (duces e magister militum) e dai latifondi delle arcidiocesi di Ravenna e di Milano.

Secondo la ripartizione dell'Italia voluta dall'imperatore Maurizio (582-602), l'Esarcato si componeva di sette ducati, ciascuno comandato da un dux o magister militum. Il Duca (dux) era un capo militare, al comando di un esercito. A Ravenna sedeva un esarca, governatore di tutta l'Italia bizantina, e a Roma un duca. I Bizantini decisero di proteggere principalmente Ravenna, lasciando progressivamente Roma abbandonata a sé stessa. Il vescovo dell'Urbe si trovò a dover supplire nell'amministrazione e nel mantenimento della città. Di fatto il pontefice cominciò a svolgere funzioni di governo nel proprio territorio.

Il pontefice vide così aumentare le proprie prerogative, lasciando al dux un ruolo prettamente militare. La debolezza della classe senatoriale, decimata dalle guerre gotiche ed emigrata in gran parte a Costantinopoli, la lontananza da Roma dell'esarca che manteneva la propria residenza a Ravenna e, non ultimo, il prestigio personale di alcuni grandi papi, fecero sì che il pontefice divenne, di fatto, la massima autorità civile del Ducato romano. Gli imperatori bizantini lo percepirono in alcuni casi come un contropotere rispetto a quello ufficiale dell'esarca.

Una grande figura del tempo fu papa Gregorio I (590-604): egli riorganizzò l'amministrazione pontificia, le attività ecclesiastiche nella città e i possedimenti terrieri che consentivano alla Chiesa di farsi carico dell'assistenza ai cittadini. Inoltre, quando Agilulfo stipulò la pace con Costantinopoli, il re longobardo volle che, oltre all'esarca Callinico, anche Gregorio I firmasse il trattato come rappresentante di Roma (598). Per quanto riguarda la difesa della città, il pontefice promosse la creazione di una milizia locale (exercitus), costituita inizialmente dalle scholae nazionali, che radunavano i residenti di varie nazionalità, le corporazioni di mestiere e le associazioni rionali). La milizia, insieme al clero e al populus (i capi delle grandi famiglie) ottenne il diritto di partecipare alle elezioni papali.

Da papa Bonifacio V (625) ogni pontefice, dopo l'elezione, si rivolse direttamente all'esarca per ottenere l'approvazione imperiale. Papa Zaccaria fu il primo pontefice a non chiedere conferma della propria elezione né a Ravenna né a Costantinopoli.

La Donazione di Sutri (728) Il potere civile effettivo assunto dalla Santa Sede fin dall'epoca di costituzione del ducato romano, unitamente a una sempre maggiore debolezza degli imperatori bizantini in Italia, resero possibile quell'atto passato alla storia come la «Donazione di Sutri». Nel 728 i Longobardi strapparono ai bizantini la fortezza di Narni, posta a presidio della Via Flaminia, che conduceva a Todi e Perugia. A presidiare la via Amerina-via Annia rimasero le fortezze di Amelia e Orte. Più a sud, difendevano la via Cassia, nel tratto lungo la valle del Tevere, i castra di Sutri, Bomarzo e Blera. Papa Gregorio II (715-731) si rivolse direttamente al re Liutprando, chiedendogli di rinunciare ai territori già conquistati e di restituirli all'esarca bizantino in quanto legittimo possessore. Liutprando, invece, donò il castrum di Sutri al pontefice. Secondo gli storici, con la «Donazione di Sutri» il pontefice acquistò per la prima volta un potere temporale formalmente riconosciuto.

Al di fuori dei suoi possedimenti, la supremazia del pontefice era tuttavia ben lontana dall'essere effettiva: nei territori longobardi i vescovi locali erano pressoché indipendenti, mentre nelle terre bizantine si faceva sentire l'influenza del patriarca di Costantinopoli, spesso al fianco dell'imperatore. A Roma il pontefice era la personalità più prestigiosa, ma i poteri municipali erano in mano all'aristocrazia (e lo rimasero anche dopo la dissoluzione dell'Esarcato).

I rapporti con i Longobardi, che continuarono a essere tesi, precipitarono nel 739, quando Liutprando cinse d'assedio Roma. Papa Gregorio III riuscì a farlo desistere solo grazie all'intervento (allora soltanto diplomatico) di Carlo Martello, maestro di palazzo del re dei Franchi. Il pontefice gli indirizzò una lettera in cui comparve per la prima volta la locuzione populus peculiaris beati Petri, riferita alle popolazioni del Ducato Romano, del Ravennate e della PentapoliPossedimento bizantino che si estendeva fra la Romagna e le Marche, comprendente le cinque città di Rimini, Fano, Pesaro, Senigallia e Ancona., riunite insieme in una respublica di cui san Pietro era il protettore e l'eroe eponimo.

Di fronte a una nuova crisi con i Longobardi, Zaccaria (741-752), da poco asceso al soglio pontificio, non esitò a trattare direttamente con Liutprando. Nella primavera del 743 i due si incontrarono a Terni. Il pontefice ottenne dal re longobardo la restituzione per donationis titulo di quattro città da lui occupate (tra cui Vetralla, Palestrina, Ninfa e Norma) e di una parte dei patrimoni della Chiesa in Sabina, a essa sottratti oltre trent'anni prima dai duchi di Spoleto. Costantinopoli era debole e perdeva continuamente terreno a vantaggio dei Longobardi, mentre le sue relazioni col papato peggioravano ulteriormente. A metà dell'VIII secolo, con Astolfo, il Regno longobardo volle sferrare il colpo definitivo all'esarca bizantino invadendo il cuore delle terre imperiali italiane. Caddero Ravenna e la Pentapoli (751).

Le donazioni carolinge

Con la fine del dominio bizantino in Italia nel 752, le minacce del re dei Longobardi Astolfo nei confronti di Roma si fecero sempre più pericolose, per cui papa Stefano II si recò in Gallia per chiedere il supporto di Pipino il Breve. Nella città di Quierzy (Carisium in latino), Pipino promise al papa che, una volta recuperati i territori conquistati dai Longobardi, li avrebbe donati alla Santa Sede. Tale atto è oggi ricordato come Promissio Carisiaca (754). Incoronato re di Francia, Pipino inviòPipino non poté partecipare personalmente alla guerra, poiché il suo casato e quello del re longobardo erano imparentati. i suoi eserciti in Italia nel 755 e nel 756. In entrambi gli scontri i Franchi riportarono la vittoria sui Longobardi.