Medea è una tragedia del filosofo latino di epoca giulio-claudia Lucio Anneo Seneca.
L'opera, incentrata sugli stessi fatti della Medea di Euripide e dell'omonima tragedia perduta di Ovidio, narra la famosa vicenda mitica della vendetta della maga Medea contro il marito Giasone, che si conclude con l'infanticidio dei due figli della coppia.
Trama
Antefatto mitologico Usurpato il trono di Iolco al fratello Esone, Pelia promette al nipote Giasone, legittimo erede da cui un oracolo l'ha messo in guardia, che gli restituirà il potere se egli riuscirà a riportare in patria il vello d'oro, sicuro che si tratti di una missione impossibile e che il nipote, tentando di portarla a termine, finirà per morire. Giasone accetta e, costruita la nave Argo e radunati uomini da tutta la Grecia (gli Argonauti), parte alla volta della Colchide. Lì, il condottiero incontra la giovane principessa Medea, figlia del re Eeta, che si innamora così follemente di lui che decide di tradire il padre e aiutare Giasone nell'impresa, chiedendo in cambio di poterlo sposare: grazie alle arti magiche della ragazza, il principe riesce ad impadronirsi del vello, e riparte con la nuova sposa alla volta di Iolco. Il re Eeta, deciso ad impedire la loro fuga, manda delle navi alla loro volta: per rallentarle, Medea uccide il fratello Apsirto, lo smembra e ne sparge i resti in mare, in modo da distrarre i Colchi e procurare la salvezza al suo innamorato. Durante il viaggio di ritorno verso Iolco, Medea e Giasone si sposanoIl mito degli Argonauti e di Medea è narrato in molte opere, tra cui Apollonio Rodio, Argonautiche; Euripide, Medea; Pseudo-Apollodoro, Bibliotheca, I,9; Igino, Fabulae, 14 ss.; Gaio Valerio Flacco, Argonautica..
La vicenda della tragedia prende inizio diversi anni dopo questi fatti. I due amanti hanno avuto due figli e si sono stabiliti a Corinto, ma Giasone ha deciso di troncare l'unione con Medea per sposare Creusa, la figlia del re della città, Creonte.
Atto I Nel prologo del dramma, Medea, in preda allira, invoca gli dèi delle nozze, Lucina (dea del parto), Atena, Nettuno, il Sole, Ecate, e gli dèi del caos e delle tenebre, inclusi Plutone, Proserpina e le Furie (dee vendicatrici dei delitti), perché, come in passato in occasione delle proprie nozze, siano ora presenti all'unione tra Giasone e la nuova sposa e provochino la morte di quest'ultima, insieme a quella del padre Creonte e della loro stirpe. Per Giasone, invece, desidera un destino diverso e più crudele: che viva e vaghi come un esule, e che abbia figli degeneri (vv. 1-26). La donna esprime tutta la propria rabbia per la crudele situazione in cui si trova e comincia a pianificare la vendetta contro chi ne è responsabile, vendetta che sarà ancora più terribile dei delitti da lei compiuti in giovane età (vv. 26-55).
Coro I Il coro prega gli dèi affinché siano propizi agli sposi in vista delle loro imminenti nozze, innalzando un inno che si pone in netto contrasto con quello appena concluso da Medea, che era rivolto anche alle divinità infere e del caos e incentrato sulla sua vendetta (vv. 56-115).
Atto II Udendo il canto nuziale, Medea grida alla nutrice il proprio dolore per le azioni di Giasone, cui stenta a credere: egli le ha prima sottratto padre, patria e regno, e adesso l'ha abbandonata in terra straniera, dimostrandosi ingrato per l'aiuto ricevuto nella conquista del vello. Ritorna nella protagonista il desiderio di vendetta contro il marito, che prende forma come eliminazione della nuova sposa (vv. 116-136). Improvvisamente, però, Medea cambia prospettiva, giustificando Giasone, che l'avrebbe ripudiata per salvare la propria vita, e riversando invece ogni colpa su Creonte, verso cui adesso ha intenzione di scatenare la propria vendetta (vv. 137-149).
Interviene la nutrice, che cerca di placare l'ira della protagonista e di ricondurla al buon senso, invitandola a fuggire da Corinto per mettersi in salvo, ma invano: Medea rimane ferma nelle sue intenzioni (vv. 150-178).
Entra in scena Creonte, che, avendo deciso per intercessione di Giasone di non uccidere la donna, le intima di lasciare la città. Medea lamenta le sue sventure e ricorda al re che tutti i delitti di cui è accusata (compresa l'uccisione di Pelia, a causa della quale il figlio Acasto reclama vendetta) li ha commessi per il bene del marito, ma Creonte è inflessibile (vv. 179-281). A questo punto, Medea si trova costretta ad accettare il bando con cui quello l'ha espulsa da Corinto, chiedendo l'unica concessione di poter abbracciare un'ultima volta i due figli. Creonte sospetta che abbia intenzione di sfruttare questo tempo per compiere inganni e delitti, ma alla fine le concede un giorno (vv. 282-300).
Coro II Il secondo coro (vv. 301-379) costituisce una critica all'impresa argonautica, vista come nefas (delitto, empietà) contro l'ordine cosmico. Il coro rimpiange l'età dei padri, epoca precedente alla spedizione di Giasone in cui gli uomini vivevano in modo spartano e soprattutto in cui le parti del mondo erano ben separate: gli Argonauti le hanno invece riunificate, ma così facendo hanno eliminato i confini e scatenato il caos nel cosmo.
Atto III Dopo un nuovo breve colloquio con la nutrice, in cui quest'ultima descrive gli effetti fisici dellira di Medea e la maga si lamenta del poco tempo che le rimane per attuare la propria vendetta, entra in scena Giasone (vv. 380-430). In un a parte, questi spiega che ad averlo spinto a ripudiare la moglie e a sposare la principessa di Corinto non è stato il timore verso Creonte, ma l'amore per i figli, che in caso di suo rifiuto avrebbero subito la stessa sorte dei genitori, ovvero la morte; successivamente, egli vede Medea, riconosce che è necessario placarla e avvia un dialogo con lei (vv. 431-446). Medea rinfaccia subito a Giasone l'ingratitudine che sta dimostrando: mentre lei ha rinunciato a tutto per aiutarlo, l'eroe l'ha ripagata abbandonandola e lasciando che sia condannata all'esilio. Giasone le spiega che, al contrario, deve essere grata che egli sia riuscito ad ottenere per lei la possibilità dell'esilio, perché Creonte aveva intenzione di condannarla a morte, e anzi cerca di convincerla ad abbandonare la città e mettersi in salvo. Ancora un volta, però, Medea è accecata dallira e incolpa il marito di tutti i suoi delitti, per poi annunciare di non temere l'avanzata di Acasto o il pericolo costituito da Creonte e finire per invitare Giasone a seguirla nell'esilio. L'argonauta rifiuta, preoccupato per l'ira del suocero e del re tessalo Acasto, e allora la donna chiede che le sia almeno concesso di portare con sé i figli. Il marito, tuttavia, non accetta tale proposta, ma rivela a Medea che il proprio amore per i figli è tale da impedirgli di distaccarsene: è così che la figlia di Eeta comprende di aver individuato il punto debole dell'Argonauta. La protagonista commenta tra sé e sé di aver in pugno Giasone, poi si rivolge di nuovo a lui per cominciare a tessere il suo inganno: finge di accettare che i bambini rimangano con lui, chiedendo in cambio soltanto di poterli salutare un'ultima volta; quando il marito, dopo aver acconsentito, esce di scena, Medea rivela tutta la sua furia e le sue reali intenzioni, invitando la nutrice ad assisterla nel suo progetto di vendetta (vv. 447-578).
Coro III Il terzo coro si incentra sullira di Medea e sulla tragica fine degli Argonauti, che hanno sfidato e profanato il mare e per questo hanno tutti subito una terribile morte.
Atto IV La nutrice descrive il rito magico con cui Medea prepara dei veleni (vv. 670-739), poi la maga stessa prende parola per pronunciare un oscuro incantesimo: invocando le divinità delle tenebre e del caos, imbeve dei veleni appena prodotti un manto da far indossare alla nuova sposa di Giasone. Chiamati a sé i figli, lo consegna loro affinché lo portino in dono alla principessa di Corinto (vv. 740-848).
Coro IV Il coro descrive l'aspetto di Medea, in cui si manifestano tutta la sua ira e il suo furor (follia), che la donna, preda dell'amore ferito e del desiderio di vendetta, è incapace di dominare. Il coro si chiede quando, finalmente, Medea lascerà Corinto, liberando la città dal timore che gli abitanti provano nei suoi confronti; poi invita il Sole a tramontare e lasciare spazio alla notte (vv. 849-878).
Atto V Il nunzio riferisce del terribile incendio che ha ucciso Creonte e la figlia e poi si è esteso a tutto il palazzo reale, senza che sia possibile spegnerlo, dato che l'acqua non fa che alimentarlo (vv. 879-890). La nutrice, consapevole che si tratta dell'inganno ordito da Medea e messo in atto tramite la veste avvelenata, prega disperatamente la maga di abbandonare Corinto e mettersi in salvo, ma Medea vuole portare a compimento la vendetta, di cui l'incendio non è che una minima parte: fermarsi adesso, avendo privato Giasone solo della nuova moglie, significherebbe cedere all'amore nei suoi confronti, mentre la donna ha intenzione di abbandonarsi totalmente allira e alla violenza che l'ha già contraddistinta da ragazza, quando ha commesso terribili delitti per garantire il bene e il successo del marito. Adesso, Medea si compiace di quei crimini, perché l'hanno preparata all'atto tremendo che sta per compiere e che ancora non riesce a nominare e a confessare a se stessa. In un primo momento, la maga si trova a desiderare che Giasone abbia avuto un figlio da Creusa, così da poter realizzare la sua vendetta uccidendo quello, ma alla fine decide che saranno i propri figli ad espiare le colpe del padre (vv. 891-925).
Si apre a questo punto un lungo momento di esitazione, in cui Medea oscilla tra l'amore per i figli, che la spinge a salvarli rinunciando alla vendetta, e l'ira, che la spinge ad agire contro il marito nel modo che più lo ferirà. A farla approdare definitivamente alla seconda opzione è l'allucinazione del fantasma del fratello Apsirto, che le appare chiedendole vendetta per il suo assassinio (vv. 926-966). Presa la sua decisione, Medea uccide uno dei due figli, poi sale sul tetto del palazzo reale portando con sé il suo corpo e il secondo bambino (vv. 967-977). Entra in scena Giasone, che invita i soldati ad inseguire la moglie con le armi, ma Medea supera anche gli ultimi dubbi e il momentaneo orrore per il delitto commesso, e, anzi, si rallegra ed esalta per la presenza del marito: adesso la vendetta può essere davvero portata a compimento, sotto i suoi occhi. Nonostante Giasone si offra di morire in cambio del figlio rimasto, Medea è inflessibile nel proprio proposito, e compie anche il secondo infanticidio. Lasciando al marito i cadaveri dei figli, infine, la protagonista sale sul cocchio alato appena apparso nel cielo e abbandona Corinto (vv. 978-1027).
Il personaggio di Medea Pur collocandosi alla fine di una lunga tradizione legata alla figura di MedeaIl mito di Medea è narrato o è oggetto di diverse opere greche e latine; le principali sono la Pitica IV di Pindaro; i drammi di Euripide, Carcino, Neofrone, Ennio e Ovidio; lHeroides XII di Ovidio., Seneca costruisce un personaggio nuovo, la cui vendetta non è presentata come semplice risposta al tradimento del marito ma affonda le radici nel conflitto interiore della donna, che costituisce la ragione profonda delle sue azioni e si inserisce nel contesto culturale romano: Medea è allo stesso tempo coniunx, innamorata e irata, e mater, dei due figli e della vendetta stessa.
Medea come coniunx
Coniunx