Fu un importante esponente inizialmente della sinistra storica e in seguito dei liberali.
Giolitti era un maestro nell'arte politica del trasformismo, un'impostazione di governo flessibile finalizzata all'isolamento dell'estrema sinistra e dell'estrema destra nella politica italiana dopo l'unificazione. La sua guida dei liberali italiani non coincise inoltre nella direzione di un partito strutturato: erano, invece, dei raggruppamenti personali informali privi di legami formali con i collegi elettorali politici.
Il periodo compreso tra l'inizio del XX secolo e lo scoppio della prima guerra mondiale, quando fu presidente del Consiglio e/o Ministro dell'interno dal 1901 al 1914, salvo brevi interruzioni, viene definito "età giolittiana"Barański & West, The Cambridge companion to modern Italian culture, p. 44Killinger, The history of Italy, p. 127–28. Fu anche riferimento della fazione neutralista durante la neutralità e, dopo l'intervento, rimase in disparte fino alla fine del conflitto. Tornato al Governo nel 1920, pose termine all'Impresa di Fiume e tentò di avviare delle politiche economiche e finanziarie più progressiste, ma non riuscì più a dominare le nuove turbolenze sociali e politiche createsi nel primo dopoguerra e culminate nel biennio rosso. Nel novembre 1922 votò la fiducia al Governo Mussolini, ma dal 1924 si tenne all'opposizione del fascismo.
Liberale, moderato con forti preoccupazioni eticheCoppa 1970, i periodi in carica di Giolitti furono notevoli per l'approvazione di una vasta gamma di riforme sociali a favore delle classi popolari, che migliorarono il tenore di vita degli italiani comuni, insieme all'adozione di diverse politiche di governo interventisteSarti, Italy: a reference guide from the Renaissance to the present, pp. 46–48; Giolitti, oltre a introdurre diversi dazi, sussidi e progetti governativi, nazionalizzò anche gli operatori telefonici e ferroviari privati, per cui fu aspramente criticato dai sostenitori liberali del libero scambio, che lo bollavano sprezzantemente come "sistema giolittiano"Coppa 1971. Fu anche un periodo di grande espansione dell'economia nazionale, quando nacque la grande industria, e avvenne il primo "miracolo economico italiano".
L'obiettivo principale della politica giolittiana fu governare con prudenza dal centro, con fluttuazioni leggere e ben controllate tra conservatorismo e progressismo, cercando di preservare le istituzioni e l'ordine sociale esistente e isolando le spinte reazionarie e rivoluzionarie. I critici della destra lo consideravano un socialista - Luigi Albertini, sul Corriere della Sera, lo definì «il bolscevico dell'Annunziata»In quanto, insignito dell'onorificenza dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata, massimo riconoscimento della dinastia Savoia, era «cugino del Re» - per il corteggiamento dei voti socialisti in Parlamento in cambio di favori politici; mentre i critici della sinistra, come Gaetano Salvemini, lo accusavano di essere corrotto, anzi «Il ministro della mala vita», per l'uso disinvolto con cui guidava le consultazioni elettorali, specie nei collegi del Mezzogiorno, dove per vincere le elezioni sfruttava non di rado il sostegno di gruppi criminali.
Tuttavia, ancor oggi la sua eredità altamente complessa continua a stimolare un interessante dibattito tra scrittori e storici.
Biografia La gioventù Giovanni Giolitti nacque il 27 ottobre 1842 da una famiglia dell'alta borghesia originaria di Dronero. Figlio di Giovenale Giolitti (1802-1843), cancelliere del tribunale di Mondovì, e di Enrichetta Plochiù (1808-1867), appartenente a una ricca famiglia di origine francese, il piccolo "Gioanin", com'era chiamato in famiglia, rimase ad un anno orfano del padre, che morì a causa di una polmonite.Fonte principale: Emilio Gentile, Giolitti, Giovanni in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 55 (2001) La madre tornò allora in seno alla famiglia d'origine e si trasferì da Mondovì in via Piazza Indipendenza 2 (ora via Principe Amedeo) a Torino, nella casa dei suoi quattro fratelli che, essendo tutti celibi, circondarono il bimbo di particolari cure e affetto. In seguito a qualche giovanile problema di salute, su consiglio dello zio medico, la madre lo portò per alcuni periodi tra le montagne della Valle Maira, nella casa del nonno materno a San Damiano Macra«...il nonno era notaio di San Damiano Macra e segretario di molti comuni della valle.» (in Comune di San Damiano Macra ). Di famiglia cattolica, non ostenterà mai la fede personale, e raramente ne parlerà con qualcuno o nelle sue memorie.
La madre gli insegnò a leggere e scrivere; la sua carriera scolastica al liceo Giolitti Gandino di Bra (successivamente liceo Gioberti) fu contrassegnata da scarsa disciplina e da impegno nello studio non eccessivo: «il meglio del tempo passato lassù sui monti lo spesi a giocare e a rinforzarmi la salute»G. Giolitti, Memorie, I, p. 6. Il giovane Giolitti non amava la matematica e lo studio della grammatica latina e greca preferendo la storia e la lettura dei romanzi di Walter Scott e di Honoré de Balzac «per le loro connessioni con la tradizione storica o con la realtà attuale»G. Giolitti, Memorie, I pp.6 e sgg.. Fu attratto anche alla filosofia di Rosmini e Gioberti la cui opera Teorica del sovrannaturale però gli fece perdere questo interesse «ad un tratto ed una volta per sempre».G. Giolitti, Memorie, I p. 7
Frequentò la facoltà di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Torino e si laureò a soli 19 anni, grazie a una speciale deroga del rettore che gli consentì di compiere gli ultimi tre anni in uno solo.Emilio Gentile, Op. cit.
All'attività politica fu avviato da uno degli zii che era stato deputato nel 1848 e che manteneva stretti rapporti d'amicizia e politici con Michelangelo Castelli, segretario di Cavour. Il giovane Giolitti accompagnava sempre lo zio e il Castelli nella consueta passeggiata serale sotto i portici di piazza Castello, alla quale partecipava spesso anche Cavour. Tuttavia non appariva particolarmente interessato alle vicende risorgimentali e politiche trattate dai tre e non prestò orecchio al "grido di dolore", lanciato da Vittorio Emanuele II nel 1859, che aveva spinto molti suoi compagni di studi ad arruolarsi per combattere nella seconda guerra d'indipendenza.
L'ascesa Privo di un passato impegnato nel Risorgimento, portatore di idee liberali moderate, nel 1862 incominciò a lavorare al Ministero di Grazia, giustizia e culti. Nel 1869 passò al Ministero delle finanze, con la qualifica di caposezione, collaborando con diversi ministri della Destra storica, tra cui Quintino Sella e Marco Minghetti, contribuendo tra l'altro a quell'opera tributaria volta tutta al pareggio del bilancio. Nello stesso anno sposò Rosa Sobrero (1851-1921), nipote del celebre chimico piemontese Ascanio Sobrero che scoprì la nitroglicerina, da cui ebbe la figlia Enrichetta (1873-1959).
La sua carriera di alto funzionario continuò nel 1877 con la nomina alla Corte dei conti e poi nel 1882 al Consiglio di Stato. Sempre nel 1882 si candidò a deputato, venendo eletto. Nel 1886 si oppose agli eccessi di spesa del governo Depretis sostenendo «la più stretta economia nelle pubbliche spese» cercando di non «lasciarsi trascinare nelle spese militari al di là di quel che è necessario per difendere la integrità e la dignità del Paese».Discorsi extraparlamentari, p. 92.
Nel 1889 fu Ministro del tesoro nel secondo governo Crispi, assumendo in seguito anche l'interim delle finanze. Nel 1890 tuttavia si dimise, per una questione legata al bilancio ma anche a causa di un generale disaccordo sulla politica coloniale intrapresa da Crispi. Nel 1891 si pronunciò per una riforma delle imposte per portarle da proporzionali a progressive. Nel 1892, caduto il primo governo di Rudinì, che pure appoggiava, ricevette dal re Umberto I l'incarico di formare il nuovo governo.
Primo governo Giolitti
L'inizio dell'avventura giolittiana come primo ministro coincise sostanzialmente con la prima vera disfatta del governo di Crispi, messo in minoranza nel febbraio del 1891 su una proposta di legge di inasprimento fiscale. Dopo Crispi, e dopo una breve parentesi (6 febbraio 1891 - 15 maggio 1892) durante la quale il paese fu affidato al governo liberal-conservatore del marchese di Rudinì, il 15 maggio 1892 fu nominato presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, allora ancora facente parte del gruppo crispino, che si era allontanato da questi soprattutto per la pratica del trasformismo e per la politica finanziaria:
Fu costretto alle dimissioni dopo poco circa un anno, il 15 dicembre 1893, messo in difficoltà dallo scandalo della Banca Romana che evidenziò in modo inequivocabile la prassi consolidata, fra politica e mondo della finanza, fatta di relazioni di mutuo interesse trasversali rispetto agli schieramenti politici.Storia e storiografia, Ed. G. D'Anna, Messina Firenze 1983, Vol.III, pag. 1240-1241 Inviso ai grandi industriali e proprietari terrieri per il suo rifiuto di reprimere con la forza le proteste che attraversavano estesamente il paese (v. Fasci siciliani) e per le voci su una possibile introduzione di un'imposta progressiva sul reddito, Giolitti dovette temporaneamente ritirarsi dalla vita politica.
Dopo lo scandalo bancario Giolitti non ebbe incarichi di governo per i successivi sette anni, durante i quali la figura principale della politica italiana continuò a essere Francesco Crispi, che condusse una politica estera aggressiva e colonialista. A Crispi succedettero alcuni governi caratterizzati da una notevole rudezza nel reprimere le proteste popolari e gli scioperi; Giolitti divenne l'incarnazione di una politica opposta e il 4 febbraio 1901 un suo discorso alla Camera contribuì alla caduta del Governo Saracco allora in carica, responsabile di aver ordinato lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova.
Ministro sotto Zanardelli Già a partire dal governo Zanardelli (15 febbraio 1901 - 3 novembre 1903), Giolitti ebbe una notevole influenza che andava oltre quella propria della sua carica di Ministro degli Interni, anche a causa dell'avanzata età del presidente del consiglio.
Risale inoltre a questo governo la prima legge sulla municipalizzazione, una conquista significativa per gli enti locali che con l'emanazione della legge 29 marzo 1903 n. 103 sull'assunzione diretta dei pubblici servizi da parte dei Comuni poterono finalmente contare su un quadro normativo ad hoc per la costituzione e l'amministrazione delle aziende speciali dei comuni, il procedimento per l'assunzione diretta dei pubblici servizi e per la vigilanza sulle aziende e sui bilanci, nonché disposizioni sulle aziende consorziali. La legge, elencando esemplificativamente ben 19 servizi suscettibili di gestione diretta, teneva conto della realtà economica (e quindi prevalentemente agricola) e tecnica allora esistente.
In questa fase il governo si misura con le mobilitazioni popolari che seguono gli anni successivi allo sciopero di Genova del dicembre 1900. Un movimento ricco, complesso, che vede la partecipazione di variegati strati della popolazione, organizzati o meno. Il riverbero di questa situazione è fortissimo all'interno del PSI dove incominciano a formarsi, per la prima volta in maniera articolata e concreta, le correnti riformista e massimalista.
Giovanni Giolitti sarà forse il primo politico italiano di scuola liberale a cogliere le potenzialità e l'importanza di questo dibattito tanto da dichiarare in un famoso discorso del febbraio 1901: "Io non temo le forze organizzate. Temo assai più le forze inorganiche. Perché sulle prime l'azione del governo si può esercitare legittimamente, contro i moti inorganici non vi può essere che l'uso della forza".