San Rossore (dal nome popolare di San Lussorio) è una frazione di Pisa, nelle cui vicinanze si trova la celebre tenuta, in passato proprietà diretta del Presidente della Repubblica (già del Re d'Italia), e oggi, in seguito alla convenzione effettuata tra il Presidente Oscar Luigi Scalfaro e la Regione Toscana, successivamente approvata dal Parlamento italiano con la legge n. 87 dell'8 aprile 1999, facente parte del patrimonio della Regione Toscana.

Nella tenuta si trovano un importante ippodromo e la villa presidenziale del Gombo. All'interno del Parco, precisamente nella Tenuta di Tombolo, hanno sede la base militare USA di Camp Darby e la base militare CISAM.

Storia In epoca romana le zone limitrofe, formanti l'attuale Parco naturale di Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli, costituivano una palude salmastrosa parte dell'antica laguna che fino al VI secolo si estendeva a sud fino alla città di Pisa. Questo territorio, coperto da fitti boschi, era chiamato Selva Palatina ed era attraversato dalla Via Emilia Scauri, costruita dal censore Marco Emilio Scauro nel 109 a.C. Nella zona sorgeva anche il Porto delle Conche, approdo costiero al servizio di Pisa, collocabile nelle vicinanze dell'attuale Macchia di Palazzetto, vicino alla Sterpaia.

Medioevo: da palude a luogo di preghiera

In epoca altomedievale la zona rimase selvaggia e utilizzata dalle popolazioni locali per lo più come luogo di rifugio. Le continue esondazioni dei fiumi vicini, Arno e Serchio, portarono a un graduale interramento della laguna e alla formazione di una palude destinata a durare fino al XII secolo. La fitta selva fornì molto del legname usato per la realizzazione dei palazzi e delle navi della vicina Repubblica marinara di Pisa.

Dopo il 1000 la zona subì un notevole incremento della popolazione ecclesiastica e religiosa grazie alla nascita di diversi monasteri, dedicati a Santa Maddalena, San Bartolo e San Luxorio. Quest'ultimo era un soldato cristiano che subì il martirio in Sardegna sotto Diocleziano, agli inizi del IV secolo. Nel 1080 le sue spoglie furono traslate nella chiesa del monastero che sorgeva presso le attuali Cascine Vecchie. Da quel momento la zona prese il nome di San Luxorio, trasformatosi nel tempo in San Rossore. Nel 1084 l'imperatore Enrico IV donò al Capitolo dei Canonici di Pisa metà dei suoi possedimenti dalla foce del Serchio alla foce dell'Arno: "la selva dei tomboli pisani dalle foci del Serchio vecchio fino alle foci dell'Arno, dalla fossa di Cuccio fino al mare". Nel 1089 Enrico IV concede a Ugone Visconti, rappresentanti degli Obertenghi a Pisa, la metà delle corti di Pappiana, Rigoli e Corliano, la selva di San Lussorio (oggi conosciuta come parco di San Rossore), la fossa di Cuccio (oggi conosciuta come Fiume Morto) e tutta la palude di Stagno. Con il declino della potenza navale della Repubblica Pisana, incominciato con la battaglia della Meloria del 1284, anche San Rossore conobbe un periodo di decadenza e di abbandono, contraddistinto dall'estendersi degli acquitrini e dalla diffusione della malaria.

Dal XVI al XVIII secolo: sotto il dominio dei Medici

Con la conquista di Pisa per opera dei fiorentini, per la zona di San Rossore cominciò una certa ripresa. A metà del XVI secolo i Medici, Signori di Firenze e successivamente Granduchi di Toscana, presero in affitto le terre dal Capitolo dei Canonici di Pisa e ne incominciarono lo sfruttamento economico: vi furono praticate attività di pascolo allo stato brado e di caccia, ma anche la raccolta di legname e alcune coltivazioni agricole. Sul finire dello stesso secolo emerse il problema dell'interramento della foce del Fiume Morto, causa di rovinose esondazioni: si procedette all'apertura di uno sbocco nel vicino Serchio, ma la soluzione non fu efficace in quanto l'alveo di questo fiume si dimostrò subito non adatto a ricevere il maggior flusso delle acque.

Nel tentativo di risolvere l'annoso problema delle piene dei fiumi limitrofi, il Granduca Ferdinando I de' Medici ordinò una serie di modifiche ai loro tracciati. L'ultimo tratto dell'Arno, dai Bufalotti al mare, venne rettificato nel 1606 per facilitare il deflusso delle acque e ridurre il pericolo di devastanti piene: fu il cosiddetto "Taglio Ferdinandeo", che spostò la foce dell'Arno di due chilometri più a nord modificando il perimetro meridionale di San Rossore. L'antico alveo meridionale andò a far parte della tenuta medicea di "Arnino" o "Arno Vecchio".

Lo stesso Granduca promosse l'economia della zona, con l'edificazione della Cascina Ferdinandea, presso le attuali Cascine Vecchie, usata come abitazione dai lavoratori e come stalla per bovini da latte. Vennero inoltre potenziati il pascolo brado e l'attività venatoria, destinando la selvaggina sia alla vendita sia alla fornitura diretta delle mense dei palazzi granducali. A questo scopo vennero introdotti nella Tenuta i daini, importati dalla Sicilia e dalla Sardegna.

Sotto il granducato di Cosimo III avvenne l'introduzione dei pini domestici, una specie non autoctona destinata alla produzione di pinoli, una scelta che ha modellato in modo rilevante il paesaggio, andando a occupare circa un quarto dell'attuale area della Tenuta, e che risulterà economicamente valida almeno fino alla metà del XX secolo. Nel 1622, al tempo di Ferdinando II, vennero introdotti pure alcuni esemplari di dromedari, importati dall'Africa e destinati a costituire una presenza fissa della Tenuta per oltre 300 anni.

Dal XVIII secolo alla venuta di Napoleone: i Lorena

Per oltre un secolo e mezzo, fino al 1784, la parte settentrionale della Tenuta di San Rossore fu di proprietà della nobile famiglia fiorentina dei Riccardi che vi fecero costruire una torre oggi scomparsa in quanto distrutta dai tedeschi durante l'ultima guerra mondiale.

Dopo la morte di Gian Gastone, ultimo Granduca della famiglia de' Medici, a essi subentrarono gli Asburgo-Lorena nel 1732. I nuovi sovrani di Toscana vollero acquisire formalmente la Tenuta di San Rossore, rilevandola dal Capitolo dei Canonici della Chiesa Primaziale di Pisa, incontrando però lunghe resistenze.Le laboriose trattative durarono addirittura fino al 1822, data dell'atto formale definitivo di passaggio. Nel frattempo si occuparono di potenziare ulteriormente la produttività della zona, operando bonifiche e impiantando nuove pinete, promuovendo l'allevamento brado di bovini, equini e persino bufali, e intensificando l'attività venatoria. In risposta alle crescenti esigenze di legname per gli Arsenali medicei di Pisa, aumentò anche lo sfruttamento del bosco, utilizzando le competenze di tecnici forestali d'Oltralpe.

Ai Lorena risale l'introduzione, nel 1771, del pino marittimo sulle fasce dunali più prossime al mare per difesa contro il libeccio e, successivamente, l'impianto delle pinete da pinolo nelle pasture e nelle macchie più interne, grazie a interventi di bonifica per colmata di zone palustri in prossimità delle località di Piaggetta, dell’Oncino e delle Lame di Fuori. A livello urbanistico vennero costruiti nuovi edifici e migliorata la rete stradale. Nel 1774, per favorire un miglior deflusso delle acque verso il mare, fu effettuata un'ulteriore rettifica dell'Arno nei pressi dell'ansa di Barbaricina, detta "la svolta degli Asini", parallela all'attuale via delle Lenze.

Pietro Leopoldo I Lorena curò la sistemazione del viale che da Pisa porta alle Cascine Vecchie, facendovi apporre alle due estremità quattro statue di soggetto mitologico, due delle quali ancora oggi esistenti presso il Ponte delle TrombeLe altre due, collocate all'incrocio con la via di Pietrasanta, andarono distrutte durante la seconda guerra mondiale.. Nel giugno del 1788 ebbe invece inizio la costruzione dei viali che dalle Cascine Vecchie vanno rispettivamente alle Cascine Nuove e alla Sterpaia, sotto la supervisione del sovrintendente generale Bartolini.Ai fianchi del viale che univa le Cascine Vecchie alle Nuove vennero piantate doppie file di pini domestici; la dirittura, "lunga 1500 pertiche, larga 21 braccia", venne terminata nell'autunno di quell'anno, con un costo complessivo di 950 scudi.

Durante il Regno d'Etruria: Elisa Bonaparte

Nel periodo napoleonico la dinastia lorenese dovette abbandonare la Toscana, annessa all'Impero francese e San Rossore venne affidata alla sorella di Napoleone, Elisa Bonaparte Baciocchi, duchessa di Lucca e principessa di Piombino, che fece portare dalla Maremma dei cinghiali allo scopo di potenziare l'attività venatoria.

In questi anni la Tenuta subì gravi danni sia al patrimonio boschivo sia a quello zootecnico e faunistico, selvaggiamente sfruttato per i rifornimenti militari: ad esempio, i migliori puledri servirono come cavalcature per gli ufficiali. I francesi lasciarono un minuzioso rilevamento statistico relativo all'anno 1799 da cui risultano, fra l'altro, vacche brade e 177 dromedari.

Fino all'Unità d'Italia: il ritorno dei Lorena

Con la sconfitta di Napoleone e il ritorno dei Lorena a capo della Toscana, San Rossore ricominciò a essere valorizzata, assumendo sempre più un ruolo di tenuta di rappresentanza, come dimostra la realizzazione dei grandi viali alberati. Il granduca Leopoldo II incominciò la costruzione del Viale del Gombo, lungo circa cinque chilometri, arrivando nel 1828 fino alla Macchia degli Escoli, nel 1834 fino al Cotone delle Vacche brade, seguendo l'antico tracciato di via Vecchia di Marina, per giungere nel 1837 fino al mare.

L'anno successivo incaricò Gaetano Ceccherini e il figlio Baldassarre di costruire sulla spiaggia del Gombo uno stabilimento balneare pubblico accessibile tramite il Viale di Marina. Nel 1848 il granduca fece anche costruire uno chalet per uso personale. Il Gombo divenne subito un luogo frequentato da varie personalità dell'epoca: cantanti convinti dei benefici dell'aria salmastra, musicisti come l'ungherese Franz Liszt e l'alta società pisana e toscana in generale.

Leopoldo II procedette anche alla ristrutturazione del Monastero di San Lussorio, alla costruzione della Villa di Cascine Vecchie (nel 1829) e a quella di un villino presso il Gombo, tutte strutture rase al suolo il secolo successivo durante la seconda guerra mondiale. Nel 1829 il granduca ordinò anche la realizzazione di una pista per le corse a cavallo, lunga un chilometro e mezzo, fra la Macchia degli Escoli e lo stradone della Sterpaia, da considerarsi il primo nucleo del futuro ippodromo di San Rossore.

Nel periodo lorenese l'accesso alla Tenuta fu sempre libero al pubblico, sia per utilizzare la nuova pista per l'attività equestre, sia per raggiungere in carrozza la spiaggia del Gombo, dove poter praticare elio e talassoterapia, pratiche a quel tempo consigliate per curare varie malattie dell'apparato respiratorio e la scrofolosi. L'acqua di mare, allora limpida e salubre, veniva inoltre bevuta come purgante.

L'età dei Savoia: Vittorio Emanuele II e Umberto I

Con l'Unità d'Italia la Tenuta divenne proprietà della nuova dinastia regnante che ne tenne sempre di conto. Il primo re d'Italia, Vittorio Emanuele II, era un appassionato cacciatore, per cui dedicò grande attenzione allo sviluppo della selvaggina. Nel 1862 egli fece costruire la Sterpaia, in stile piemontese, come scuderia per l'allevamento di cavalli purosangue destinati a partecipare alle corse con i colori reali: da alcuni anni infatti la Casa reale gestiva una pregiata scuderia di cavalli da corsa, a cui dovette però ben presto rinunciare per la mancanza di fondi, negati dal Parlamento nazionale. La Sterpaia venne quindi riconvertita in vaccheria, destinazione che conservò fino agli ultimi decenni del XX secolo, e stalla per i cavalli adibiti ai lavori della Tenuta. Vittorio Emanuele II fece anche ristrutturare radicalmente gli edifici di Cascine Nuove e stimolò l'allevamento dei dromedari, utilizzati nei lavori agricoli.