Biografia
Gli inizi e l'ascesa In base a ciò che lui stesso ha confessato, fu coinvolto in meccanismi di criminalità organizzata sin dagli anni 70. In particolare venne inserito nella 'Ndrangheta nel 1972. Una volta divenuto al vertice del quartiere Giostra, Gaetano Costa, soprannominato "facci i sola" facendosi strada nella gerarchia criminale della 'ndrangheta importò a Messina un modello organizzativo criminale simile.
Costa ha rivelato di aver conosciuto intorno al 1973, il boss palermitano Francesco Paolo Bontate, ricoverato a Messina sotto la protezione dei mafiosi locali. In particolare Costa fa riferimento a membri messinesi "più anziani" di cui però si è rifiutato di fornire il nome, usando come motivazione il fatto che ci fossero altre indagini in corso. Ha conosciuto nello stesso periodo Mommo Piromalli quando era ricoverato a Messina, e gli fu detto di mettersi a sua disposizione da uomini da lui ritenuti "al di sopra di lui" nella gerarchia criminale messinese tra i quali menziona Sandro De Tullio e Melchiorre Zagarella.
Il ruolo nella 'Ndrangheta Nel processo "ndrangheta stragista" anni dopo, Costa ha rivelato di essere stato inserito nella 'Ndrangheta su proposta di altri anziani mafiosi messinesi già inseriti nella 'Ndrangheta, e per mano dei Piromalli di Gioia Tauro, di aver stretto rapporti con i De Stefano di Reggio Calabria, e di essersi fatto strada tra le file ndranghetiste fino a divenire membro della "Santa", un gruppo ristretto di ventuno membri di altro profilo criminale appartenenti alla Ndrangheta. Ha anche espresso di essere stato a capo di una forza mafiosa della portata di 300 persone quando era boss di Messina affiliato alla Ndrangheta. Costa ha parlato di "'Ndrangheta Messinese", in quanto definiva la criminalità messinese degli anni 70/80 come più legata alla 'Ndrangheta che a Cosa Nostra.
Il coinvolgimento nel progetto della "Cosa nuova" Costa ha dichiarato di aver avuto rapporti con gran parte delle 'ndrine calabresi più potenti, e di essere stato informato della possibile creazione, mai realizzata, della cosiddetta "Cosa nuova", ovvero una nuova ipotetica organizzazione criminale composta da alcune famiglie di Cosa nostra (soprattutto corleonesi e palermitane) e da alcune ndrine, come la 'ndrina Piromalli, la 'ndrina De Stefano, la 'ndrina Pesce, la 'ndrina Mammoliti, la 'ndrina Morabito, la 'ndrina Raso, la 'ndrina Libri, la 'ndrina Mancuso, 'Ndrina Strangio e altre.
La guerra tra clan a Messina Successivamente le principali compagini criminali messinesi divennero due: quella con a capo Gaetano Costa e i suoi vice, e quella capitanata da Placido Cariolo (più presente nella zona sud). Il clan Costa ed il clan Cariolo entrarono in guerra tra loro dal 78 all'81 per il controllo della città. La rivalità tra i due clan messinesi si interrompe con la "Pace di Volterra", chiamata così perché stipulata dal Costa e dal Cariolo nel carcere di Volterra. Infatti gran parte della guerra si svolse mentre Costa si trovava già in cercere, ovvero dal '78 all'81. La conseguenza principale della pace fu una sorta di mistura tra i due clan.
L'arresto e la detenzione Venne arrestato intorno alla metà degli anni 70 per poi evadere nel 1976 e passare 3 mesi di latitanza per poi essere riacciuffato. Nel 1977 all'interno del carcere di Reggio Calabria uccide Antonino Timpani, elemento di spicco della criminalità messinese, anch'esso detenuto. Nello stesso anno circa ha dichiarato di aver conosciuto e stretto rapporto con Luciano Liggio nel carcere di Fossombrone. Nell'82 conosce Leoluca Bagarella al carcere di Pianosa, anche se ha specificato che "precedentemente c'era stata una conoscenza, perché si era creato un rapporto epistolare tramite terze persone. (…) e altre persone, che mi mandavano i suoi saluti, e io ricambiavo tramite loro". Resterà detenuto con Bagarella per circa quattro anni, venendo spostato con lui in diverse carceri. Bagarella pare abbia inoltre fatto richiesta che Costa venisse messo in cella con lui. Ha sostenuto di essere stato incaricato, insieme allo stesso Bagarella, di assassinare Raffaele Cutolo, il capo della Nuova Camorra Organizzata. Le parole del Costa furono: «Conobbi Leoluca Bagarella nel carcere di Pianosa, e crebbe tra di noi questa forma di amicizia anche negativa. Si era instaurato un buon rapporto anche molto confidenziale, su argomenti molto delicati che competevano l’eliminazione di qualche nemico. Lui (Bagarella, ndr) mi aveva anche proposto, che nel caso arrivasse lì a Pianosa, un personaggio, Cutolo, si doveva eliminare. Per sua fortuna a Pianosa non ci arrivò. Lo avremmo dovuto eliminare materialmente io e lui (Bagarella, ndr), in pratica». Inoltre ha dichiarato che in passato Cosa nostra aveva avuto intenzione di aprire un casinò a Taormina e che per discutere di ciò, era stato fatto un summit mafioso tra messinesi, catanesi e palermitani. Nel 1984 conosce Antonino Santapaola, fratello di Nitto Santapaola, nel carcere di Fossombrone. Nel 1986 conosce il boss di Santa Maria di Gesù Giovan Battista Pullarà nel carcere di Livorno, ed afferma in seguito nel corso delle sue deposizioni, di essere stato considerato come futuro referente di Cosa Nostra corleonese e palermitana su Messina nel caso in cui fosse uscito e tornato in città, cosa che poi non avvenne. Al carcere dell'Asinara è stato invece compagno di cella di Vincenzo Spadaro (uomo d'onore del quartiere Kalsa di Palermo), Cosimo Vernengo (uomo d'onore del quartiere Santa Maria di Gesù di Palermo) e Pietro Scampisi. Nel processo "Orsa Maggiore I" nel 1996, Costa ha dichiarato che nel 1988, quando si prospettava per lui una scarcerazione, gli era stato proposto di far parte di Cosa Nostra in "via riservata" come lui stesso definì, poiché lui era già ufficialmente affiliato alla 'Ndrangheta.
Il maxiprocesso di Messina Nel 1986 a seguito di numerosi omicidi e fatti allarmanti come come l'attentato dinamitardo all'abitazione del giudice Francesco Providenti e la bomba esplosa alla redazione della Gazzetta del Sud si istituì il cosiddetto maxiprocesso di Messina. Tra gli imputati di tale processo c'era anche Gaetano Costa e diversi uomini del suo clan, oltre ad altre figure criminali della città di Messina e della provincia, racchiuse in altre tre potenziali cosche. Il crimine di associazione a delinquere di tipo mafioso (art. 416-bis del codice penale) fu riconosciuto solo per ventisette imputati considerati membri del clan Costa, mentre le altre tre cosche non furono classificate come tali.
L'omicidio dell'avvocato D'Uva Nino D'Uva era uno degli avvocati penalisti più in vista del capoluogo peloritano. Ben 13 imputati al maxiprocesso di Messina lo avevano scelto come avvocato difensore. Il 6 maggio 1986 al terzo piano di Palazzo D'Alcontres, in via San Giacomo, viene ucciso da un killer che, anni dopo, una serie di pentiti dichiareranno essere Placido Calogero, un ragazzo di 19 anni. Il mandante era il padrino Gaetano Costa, il quale riteneva "troppo blanda" la linea difensiva di D'Uva e degli avvocati difensori in generale. Costa agiva inoltre su richiesta di Natale Iamonte, boss della 'ndrina di Melito di Porto Salvo, il quale intendeva punire il rifiuto di D'Uva di difenderlo in un processo. Il killer agì in seguito ad un atto eclatante compiuto dallo stesso Costa. Egli infatti lanciò, in aula, durante il maxiprocesso, una scarpa contro D'Uva. L'omicidio ebbe dunque, secondo molti, lo scopo di lanciare un messaggio a coloro che stavano partecipando al procedimento penale. Lo stesso PM Italo Materia dichiarerà in seguito: "il delitto D'Uva fu compiuto per influire sul maxiprocesso".
Il 7 dicembre del 1995, la sentenza di primo grado condannò, in qualità di mandanti dell'omicidio D'Uva, il boss della ‘ndrangheta Natale Iamonte alla pena dell'ergastolo mentre Gaetano Costa ebbe quindici anni di reclusione grazie allo sconto di pena previsto per i collaboratori di giustizia.
L'inizio della collaborazione Il boss messinese ha dichiarato di aver iniziato a collaborare con la giustizia nel 1994 dopo essersi rifiutato di uccidere il capo della Criminalpol Gianni De Gennaro per conto di Nino Madonia, detenuto nello stesso carcere. Il suo rifiuto deriva dal fatto che egli non voleva subire pene più aspre di quelle già cumulate. Madonia aveva chiesto a Costa di chiedere un colloquio con De Gennaro e inscenare una finta volontà di pentirsi per poi accoltellarlo, in seguito affermare di aver commesso l'omicidio non per conto di Cosa Nostra, ma per vendetta personale contro De Gennaro per aver fatto pentire Mario Marchese, il quale aveva appunto rivelato aggravanti sul Costa stesso. Tale piano era studiato in modo tale da coprire i mandanti e far ricadere la responsabilità interamente su Costa; anche per questo motivo da parte sua ci fu un rifiuto, sentendosi usato da Cosa Nostra. Inoltre Costa sottopose a Madonia i propri dubbi, esponendo appunto che a seguito di tale delitto non sarebbe mai più uscito dal carcere e per di più non avrebbe potuto vendicarsi sul boss concittadino nonché suo ex scagnozzo Luigi Sparacio, macchiatosi dell'omicidio del fratello di Costa. Madonia rispose che a Sparacio ci avrebbero pensato loro, e Costa si trovò con le spalle al muro, temendo ripercussioni sulla propria famiglia e di perdere la propria reputazione mafiosa rifiutandosi. Da questi dettagli derivò la sua collaborazione con la giustizia.
Le rivelazioni nel Processo Andreotti Tra il 1993 e il 2004 si celebrò, nei suoi tre gradi di giudizio, presso le autorità giudiziarie di Palermo, Perugia e Roma, il processo contro Giulio Andreotti, al quale si ascoltarono anche le dichiarazioni di Gaetano Costa. Nel processo Andreotti emerse che Leoluca Bagarella nel periodo in cui era detenuto a Pianosa rivelò a Costa dell'intervento di compiuto dall'on. Lima e dal sen. Andreotti per ottenere il trasferimento di alcuni detenuti siciliani dal carcere di Pianosa a quello di Novara. Dopo uno o due mesi, dieci o quindici detenuti siciliani erano stati trasferiti al carcere di Novara: tra di loro vi erano, oltre a Bagarella ed allo stesso Costa, Santo Mazzei, Rosario Condorelli, Antonio Anastasi, Giuseppe Alticozzi, Nino Marano, Adolfo Scuderi, Gaetano Quartararo e un individuo di nome Rosario. In epoca successiva al trasferimento, Bagarella aveva invitato Costa a comunicare all'esterno dell'ambiente carcerario che a Messina occorreva indirizzare il consenso elettorale verso la Democrazia Cristiana e, in particolare, verso la corrente andreottiana. Dopo questa richiesta da parte di Leoluca Bagarella, Costa si premurò a informare Domenico Cavò, uno dei reggenti del suo clan a Messina, ancora a piede libero. Il collaboratore aveva, altresì, dichiarato di avere conosciuto nel carcere di Livorno, intorno al 1989-90, Francesco Paolo Anzelmo, il quale gli aveva confidato di essere stato impegnato, insieme al proprio suocero, nella realizzazione di lavori a Messina per la costruzione di un complesso edilizio, nel quale avevano investito fondi Mariano Agate, Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci e Calogero Ganci. Costa avevo inoltre riportato tali informazioni su un ipotetico rapporto tra Andreotti ed il magistrato Carnevale: in Cosa nostra si vociferava che c'era questo legame tra Andreotti e Carnevale e che il primo "aveva in mano" l'alto magistrato; Andreotti era "molto amico e intimo con Carnevale"; alcuni "uomini d'onore" scarcerati per decorrenza termini nel 1991 avevano avuto assicurazioni da Riina che "il senatore Andreotti e il senatore Lima stavano provvedendo ad aggiustare il processo in Cassazione".
Note
Bibliografia
Marcello La Rosa, Il fenomeno mafioso: il caso Messina, Armando Editore, 2013, ISBN 978-8866773634 Roberto Gugliotta, Facci 'i sola: Le mani della mafia sullo Stretto, Armando Siciliano Editore, 1998, ISBN 9788874420063