Biografia Inizialmente legato a Giacinto Gigante maturò dal maestro posillipista l'interesse per il vedutismo che caratterizzò in larga misura la sua produzione artistica. Dal 1857 si formò all'Istituto di Belle Arti con Gabriele Smargiassi per la pittura di Paesaggio e Giuseppe Mancinelli titolare della cattedra di Disegno.

Alle Promotrici di Belle Arti di Napoli, esordì con una serie di dipinti a olio raffiguranti interni di chiese napoletane come in Interni dei Santi Apostoli in Napoli (1864), Interni di San Giovanni a Carbonara e Cappella del Crocefisso in San Domenico Maggiore (1866-67). L'anno successivo riuscì ad essere presente alle esposizioni di Parigi, Torino e ancora Napoli con Interno dei Gerolomini e Campanile di Santa Chiara. Alla Promotrice napoletana del 1869, di cui era diventato socio l'anno precedente, presentò la prima veduta esterna con Resti di una casa feudale a Castellammare.

Incoraggiato dai successi ottenuti, continuò ad affermarsi anche nelle successive partecipazioni ad esposizioni nazionali ed estere nelle quali tra i diversi lavori presentò I pini, l'opera che forse meglio rappresenta la sua produzione tipicamente immune da sfoggi manieristici. Più volte esibito, fu presentato alla Mostra Universale di Parigi del 1867 e 1878 e poi di nuovo a Torino nel 1880. Nel dipinto, alti filari di pini sovrastano una via di campagna in cui un carretto procede costeggiando un alto muro che funge da sfondo della scena, satura di una tenue e calda luce postmeridiana, mentre sul ciglio della strada una fanciulla solitaria allunga pensosa lo sguardo sul paesaggio che si avvia al crepuscolo. Si tratta di una pittura che si allinea con i migliori risultati della scuola di Resina ed anzi rivela una consonanza di modi ancor più marcata con i primi Macchiaioli e soprattutto con Silvestro Lega e Telemaco Signorini.Causa, pp. 39-40.

Dal 1868 fino al decennio successivo, si concretizzò la fase più lieta della sua produzione con la progressiva adesione al linguaggio dei Resinisti ed alle soluzioni luministiche di Marco De Gregorio. A questo intenso e fortunato periodo appartiene l'opera Il Foro di Pompei, conseguenza del vivo interesse per le antiche vestigia della civiltà pompeiana, ch'ebbe nei lavori del Gigante la sua primissima fonte d'ispirazione. È il fascino dell'antico, indagato con un atteggiamento affrancato da inutili orpelli scenografici e del tutto dedito alla rappresentazione vera della scena resa autentica dalla nitidezza e trasparenza della luce piena del giorno. Il Foro di Pompei venne presentato nel 1873 all'Esposizione Universale di Vienna ed alla Promotrice di Napoli per poi finire, in un acquisto di casa reale, alla pinacoteca di Capodimonte.

Da un soggiorno a Firenze nel 1872 con De Nittis, Rossano e Belliazzi, aggiornò ulteriormente il linguaggio verista in senso macchiaiolo, sodalizio che si rinsaldò ulteriormente l'anno successivo associandosi con De Gregorio al Giornale Artistico fondato dal Cecioni e rintracciabile in alcune composizioni come ne La Strada di Resina, in cui il contrasto di luci e ombre degli alberi si alternano con sapiente maestria sul selciato e lungo il muro della strada.

La fedeltà della veduta realizzata nel perimetro resinista, riusciva finalmente a manifestarsi con padronanza di mezzi attraverso la rappresentazione semplice ed efficace delle scene riprese con la forza di una luce modulata che ora inondava, ora si ammantava su verdi prati, ora invece scurivano i paesaggi adagiati al tramonto senza alcun cedimento verso concessioni che guardavano al superfluo ed alla retorica del sentimento.

Gli ultimi anni lo videro ancora impegnato ad esporre freneticamente a Torino (1884) con un'altra serie di fortunate vedute campane, alla Promotrice di Napoli (1885) premiato con Veduta di Pozzano a Castellammare e a Venezia (1887) dove raccolse consensi e riconoscimenti ufficiali con Solitudine e Paesaggio di Quisisana.

Con Cortile di proletari napoletani prese forma anche il suo impegno verso una certa produzione di denuncia sociale confermata dalla sottile vena malinconica palpabile anche in altri suoi lavori del genere come in Poco pane, L'ultima ora del dì e I poveri.

L'ultima opera, Via suburbana, è testimone impietosa di un destino avverso che segnò la fine del pittore: di primo mattino era intento a dipingere nei dintorni della sua città natale quando due uomini sopraggiunti alle spalle, lo colpirono ripetutamente alla testa con un attrezzo agricolo. Per la gravità della ferite riportate, il Gaeta perì il giorno dopo ma le indagini che seguirono il delitto di apparente movente passionale, rivelarono invece l'estraneità del pittore alle vicende in cui sfortunatamente si ritrovò.Il Pungolo, Giornale della Sera, 4-5 luglio e 5-6 luglio 1887. L'artista riposa nel vecchio cimitero di Castellammare di Stabia sotto una lapide realizzata dallo scultore Giuseppe Renda nel 1889 che lo ritrae con i suoi arnesi di lavoro mentre un epitaffio lo ricorda così:

Note

Bibliografia Raffaello Causa, Napoletani dell'Ottocento, Montanino, 1965. Rosario Caputo, Enrico Gaeta, Vincent, 2014. Roberto Rinaldi, Pittori a Napoli nell'Ottocento, Libri & Libri, 2001.

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