è un racconto della scrittrice giapponese Yōko Ogawa (小川 洋子, Ogawa Yōko), comparso originariamente nel numero di luglio 1992 della rivista Shinchō ((新潮) e pubblicato nel 1994 come libro dall'editore Schinchō-sha.
La traduzione italiana, di Cristiana Ceci, è stata pubblicata da Adelphi nel 2007.
Nel 2005 la storia è stata adattata nel film omonimo dalla regista francese Diane Bertrand, con protagonisti Olga Kurylenko e Marc Barbé.
Trama Una giovane donna di ventuno anni, senza nome, e voce narrante della storia, dopo un incidente sul lavoro in una fabbrica di bibite in cui perde la punta dell'anulare, trova un impiego come segretaria in un edificio di cemento ormai in rovina, un tempo adibito a pensionato femminile.
Il suo datore di lavoro, il signor Deshimaru, gestisce un laboratorio nel seminterrato, al quale la donna non ha accesso, specializzato nella preparazione e conservazione di oggetti legati a vicende personali dei clienti. I reperti, comprendenti funghi, ossa di animali, calamai, forcine per capelli, giarrettiere, spartiti musicali, costituiscono un "deposito della memoria" destinato a preservare ciò che i proprietari desiderano conservare e, al tempo stesso, allontanare dalle proprie vite.
Nel nuovo ambiente lavorativo la ragazza sviluppa una relazione ambigua con il proprietario Deshimaru, più anziano di lei. Un giorno l'uomo la conduce nella grande sala da bagno abbandonata dell'edificio, che diventa il teatro della loro relazione, e le regala un paio di preziose scarpe nere di pelle. Un cliente, di mestiere lustrascarpe, la mette in guardia sostenendo che quelle calzature finiranno per impossessarsi dei suoi piedi.
La giovane entra in contatto anche con due anziane abitanti dell’edificio, note come “l'inquilina del 309" e "l'inquilina del 223”. Quest'ultima le racconta della misteriosa scomparsa di precedenti segretarie. Analoga sorte sembra toccare a una cliente venuta per affidare al laboratorio la propria cicatrice, di cui la protagonista perde ogni traccia dopo che questa viene invitata da Deshimaru a seguirlo nel seminterrato.
Nonostante l’ulteriore avvertimento del lustrascarpe, la ragazza decide di non liberarsi delle scarpe e di restare nel laboratorio. Dopo aver compilato i moduli e predisposto i contenitori per un nuovo esemplare, quello del suo anulare, bussa alla porta del seminterrato dove si trova Deshimaru.
Temi
Yōko Ogawa è nota per la sua prosa minimalista e per la sua esplorazione di temi legati alla memoria, alla perdita e alla corporeità.
L’anulare si inserisce in questa poetica affrontando questi concetti non in modo evocativo ma tangibile, attraverso la preparazione museale di “esemplari” che incarnano ricordi significativi. Questo processo è stato interpretato come una forma di resistenza alla perdita e, al tempo stesso, come una feticizzazione del trauma: ogni campione diventa un rituale di separazione che permette di liberarsi di un ricordo doloroso attraverso la sua conservazione definitiva in spazi a ciò destinati.
Il motivo della reificazione del corpo, ossia la sua trasformazione in oggetto, permea l'intero racconto, letto dalla critica come simbolo del progresso pervasivo della società dei consumi, esempio di dissoluzione dell'identità o, al contrario, liberazione dell'anima dalla prigione della fisicità. L'edificio in cui si trova il laboratorio, un ex complesso di appartamenti per donne lavoratrici simile ai Dōjunkai,Complesso di edifici in cemento armato costruiti dal governo giapponese per soddisfare il fabbisogno abitativo in seguito alla devastazione causata dal terremoto che colpì Tokyo nel 1923 e le due anziane inquiline, una pianista e una centralinista, che ancora vi abitano, vengono interpretate da Sasao come l'incarnazione di un'epoca passata in cui le identità professionali e individuali potevano esistere e coesistere, seppur in uno spazio strutturato e comune, a differenza del quartiere residenziale limitrofo dove l'identità è ridotta alla conformità a codici di consumo. Il laboratorio del signor Deshimaru, definito dalla stessa protagonista un «luogo di salvataggio mediante l'esemplare», secondo Sasao esemplifica questo conflitto interiore e sociale: l'atto di trasformare una parte del corpo o un oggetto in un "campione" come forma di gestione del trauma e della memoria, espressione della "cultura della terapia," viene sottoposto a un processo di omologazione che ne uniforma modalità e significati, finendo col negare la storia e l'individualità del soggetto proponente. Il racconto viene quindi letto dalla studiosa come una critica velata a questa cultura che promette l'individualità, la "scoperta di sé", ma che in realtà la annulla attraverso la conformità a standard esterni (come ad esempio le scarpe nere, metafora del nuovo stile di vita) e la dipendenza dall'altro (il signor Deshimaru). La narratrice, con la sua "reificazione" in un campione, incarna la contraddizione di una società in cui per "diventare se stessi" è necessario un atto di annullamento e di sottomissione a un sistema.
Diana Donath, pur riconoscendo il contesto sociale, si concentra maggiormente sull'aspetto psicologico ed esistenziale del racconto, interpretandolo come un'esplorazione inquietante dell'ossessione, del feticismo e della perdita di identità. La sua analisi si focalizza sul rapporto disfunzionale e morboso tra la protagonista e il signor Deshimaru, che incarna una figura archetipica maschile anziana e dominante, tipica di Ogawa.
La sottomissione della protagonista è il punto centrale della sua interpretazione. L'incidente al dito, le scarpe nere che non può più togliere e la decisione finale di trasformare la punta del suo anulare in un esemplare non sono visti come una ricerca di identità, ma come tappe di un'inevitabile spirale di auto-mutilazione e dipendenza psicologica. Donath sottolinea l'assenza di spiegazioni psicologiche chiare, che rende la storia ancora più disturbante, e legge la narrazione come una riflessione sulla morbosità e la decadenza del sé. L'edificio/archivio di esemplari è visto come un luogo di "depositi di ricordi" che i clienti desiderano sia conservare che di cui vogliono liberarsi, riflettendo una dualità intrinseca all'ossessione umana.
Elena Giannoulis propone un’analisi centrata sulle strategie narrative di Ogawa. Definisce i suoi testi come esempi di “narrazione sensoriale”, in cui la percezione corporea sostituisce la descrizione psicologica, e parla di “quadri d’atmosfera” - scene costruite principalmente attraverso dettagli sensoriali come odori, suoni, consistenze, luci, gesti e percezioni della protagonista - che sospendono il tempo e dissolvono i confini identitari dei personaggi. In L’anulare, elementi come l’edificio chiuso, le stanze numerate, l’odore degli oggetti conservati, le scarpe nere e il dito mutilato diventano vettori emotivi, generando un senso di straniamento e isolamento.
Secondo Giannoulis questa tecnica narrativa che accentua l’ambiguità perturbante della vicenda, coinvolge direttamente il lettore chiamandolo a colmare il vuoto emotivo e a sperimentare in prima persona l’impatto psicologico della storia.
Un'altra prospettiva, suggerita da Mina Qiao, si discosta dalle letture sociologiche e psicologiche per proporne una più metafisica e spirituale. L’anulare, a suo avviso, esemplifica la tendenza di Ogawa di collocare le protagoniste in “spazi liminali”, che segnano un processo di trasformazione corporea e psicologica. Entrando nello studio del signor Deshimaru, la protagonista gradualmente perde il contatto con i suoi piedi e decide infine di sacrificare anche il dito anulare. La sua sottomissione al signor Deshimaru, tuttavia, non è vista come una spirale di autodistruzione, di sottomissione o di perdita, ma come un rituale di soglia, una privazione intenzionale dei sensi in senso platonico, concepita come mezzo per avvicinarsi alla conoscenza e alla realizzazione spirituale, liberando l'anima dalla prigione della fisicità. L’esperienza dei corpi liminali, scrive Qiao, permette di sospendere il confine tra fisicità e mente, vita e non-vita, mentre in cambio del sacrificio fisico i personaggi ottengono intimità emotiva, libertà interiore o altre ricompense immateriali. Da questa prospettiva, la relazione diventa un'esperienza trascendentale in cui i dettagli fisici e sensoriali non sono altro che una via per la comprensione dell'essenza invisibile del mondo e dell'esistenza.
Edizioni
Adattamenti cinematografici Nel 2005 il racconto L’anulare è stato adattato in un film francese dal titolo L'Annulaire (titolo internazionale: The Ring Finger), diretto da Diane Bertrand, che ha anche scritto la sceneggiatura basandosi sul romanzo di Ogawa.
Il film è interpretato da Olga Kurylenko nel ruolo di Iris, una giovane donna che, dopo un incidente sul lavoro, si trasferisce in una città portuale e inizia a lavorare in un laboratorio dove vengono conservati oggetti personali dei clienti. Qui intreccia una relazione amorosa con il datore di lavoro.
L'Annulaire è stato presentato in vari festival internazionali, tra cui il Brooklyn Film Festival, dove Olga Kurylenko ha ricevuto il premio come miglior attrice.
Note
Bibliografia
Voci correlate Yōko Ogawa Haruki Murakami Bolla speculativa giapponese Feticismo Reificazione
Collegamenti esterni