La storia del programma nucleare iraniano inizia sotto lo Scià Mohammad Reza Pahlavi negli anni 1950, nell'ambito dell'iniziativa statunitense Atomi per la pace. Nel 1967, l'Iran istituì il Centro di Ricerca Nucleare di Teheran, dotato di un reattore di ricerca da 5 MW fornito dagli Stati Uniti. Durante gli anni 1970, l'Iran perseguì ambiziosi piani per la costruzione di 20 centrali nucleari (avviando i cantieri dei reattori della centrale di Bushehr con l'assistenza tedesca), ma i progressi si interruppero dopo la Rivoluzione Islamica del 1979 e la guerra Iran-Iraq, che si prolungò dal 1980 al 1988. Negli anni 1990, l'Iran iniziò a ricostruire la propria infrastruttura nucleare, non solo stipulando contratti alla luce del sole, come quelli con la Russia per il completamento della costruzione del reattore di Bushehr, avvenuto poi nel 2011, ma anche cercando di realizzare un ciclo del combustibile nucleare ottenendo segretamente progetti di centrifughe dalla rete clandestina messa in piedi da Abdul Qadeer Khan.
Le attività nucleari dell'Iran rimasero per lo più clandestine fino al 2002, quando i dissidenti rivelarono l'esistenza di impianti non dichiarati a Natanz, dov'era presente un sito di arricchimento dell'uranio, e ad Arak, dov'era invece presente un reattore ad acqua pesante. Ciò scatenò una crisi internazionale. Sotto pressione internazionale, alla fine del 2003 l'Iran accettò di sospendere l'arricchimento e firmò il Protocollo aggiuntivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), nel contesto di un negoziato con tre Paesi dell'UE (Regno Unito, Francia e Germania). Tuttavia, questi limiti volontari crollarono nel 2005, dopo l'elezione di Mahmoud Ahmadinejad, e l'Iran riprese l'arricchimento, portando il Consiglio dei governatori dell'AIEA a dichiarare il Paese inadempiente e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a imporre sanzioni con la Risoluzione 1747 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a partire dal 2006. Per tutta la seconda metà degli anni 2000, Teheran ampliò costantemente la sua capacità di arricchimento, inclusa la costruzione segreta dell'impianto di arricchimento sotterraneo di Fordow, rivelata nel 2009, e continuò ad accumulare uranio a basso arricchimento, riducendo a un certo punto a pochi mesi il tempo stimato che gli sarebbe servito per realizzare un ordigno nucleare. Peraltro, il programma andò avanti nonostante sabotaggi e altre azioni di disturbo, quali ad esempio, l'attacco informatico portato con Stuxnet.
Una svolta diplomatica arrivò nel 2015, quando l'Iran e il gruppo P5+1 (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, Russia e Germania) raggiunsero il Piano d'azione congiunto globale (JCPOA). Questo accordo impose rigidi limiti al programma nucleare iraniano, limitando l'arricchimento dell'uranio al 3,67% di U-235, riducendo le scorte di uranio arricchito a 300 kg e richiedendo la riprogettazione del reattore ad acqua pesante di Arak, in cambio di un'ampia riduzione delle sanzioni. Il JCPOA venne attuato nel 2016, con l'AIEA che ne verificò il rispetto da parte dell'Iran. L'Iran uscì quindi dalla lista dei Paesi sanzionati dalle Nazioni Unite, in cambio non sarebbe più stato in grado di accedere alla bomba atomica.
Tuttavia, nonostante l'Iran avesse sempre rispettato l'accordo, come avevano confermato gli ispettori internazionali dell'AIEA, nel maggio 2018 gli Stati Uniti si ritirarono unilateralmente dall'accordo, citando il programma missilistico iraniano, il sostegno ai paesi per procura e le politiche regionali aggressive; le sanzioni unilaterali e secondarie statunitensi furono reintrodotte e l'Iran rispose dal 2019 in poi arricchendo l'uranio oltre i limiti consentiti del JCPOA al 3,67% e superando le scorte dei 300 kg.
Entro il 2020-2021, l'Iran pose fine alle restrizioni sull'arricchimento e iniziò ad arricchire a livelli ancor più superiori a quelli del 2019, ritenendo le proprie azioni in conformità con il paragrafo 36 del JCPOA, che stabilisce che, qualora una delle parti violi l’accordo e imponga sanzioni, l'Iran ha diritto a ridurre i propri impegni. Nel 2020 l'AIEA comunicò che le scorte di uranio arricchito iraniane erano arrivate a , con un livello di arricchimento fino al 4,5%, mentre ad inizio 2021 l'Iran prese a produrre uranio arricchito al 20%, immagazzinandone 120 chilogrammi all'anno; in seguito annunciò il raggiungimento di un traguardo mai ottenuto prima, ossia l'arricchimento dell'uranio al 60%.
Dal 2022 al 2024 vi fu un completo stallo diplomatico, mentre ad inizio 2023, l'AIEA riportò che l'Iran aveva accumulato abbastanza uranio arricchito al 60% da poter produrre materiale fissile per diverse armi nucleari nel caso fosse stato ulteriormente arricchito.
A partire dal 2025, il programma nucleare iraniano è molto più avanzato rispetto a un decennio prima, essendosi ampliato significativamente sia in termini di portata che di scala. Nel giugno 2025, l'AIEA ha riscontrato che l'Iran non rispettava i suoi obblighi nucleari per la prima volta in 20 anni. L'Iran ha reagito inaugurando un nuovo sito di arricchimento e installando centrifughe avanzate. Mentre il 22 giugno gli USA reagirono con gli attacchi statunitensi ai siti nucleari iraniani ed affermando dapprima di aver del tutto annientato il programma nucleare iraniano, ma in seguito che il programma fosse stato rallentato solo di qualche mese. Il 28 agosto 2025, i membri dell'E3 — Francia, Germania e Regno Unito — hanno avviato il processo del meccanismo di snapback per la riattivazione delle sanzioni internazionali. Il 28 settembre 2025 l'ONU ha ripristinato le sanzioni a danno dell'Iran. L'Iran ha bollato il ripristino delle sanzioni come "ingiustificabile".
Gli inizi
Le basi del programma nucleare iraniano furono gettate con l'assistenza degli Stati Uniti d'America. Nel 1957, l'allora presidente statunitense Dwight D. Eisenhower, nell'ambito del programma Atomi per la pace, presentò all'Università di Teheran un reattore di ricerca, mentre nel 1967, un altro reattore di ricerca, in particolare un reattore ad acqua leggera realizzato dalla American Machine and Foundry, con una capacità di 5 megawatt, fu consegnato dagli Stati Uniti e messo in funzione presso il Centro di ricerca nucleare di Teheran (TNRC). Il 1º luglio 1968, poi, l'Iran firmò il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), in base al quale gli Stati firmatari possono utilizzare l'energia nucleare solo per scopi civili, venendo punito con sanzioni qualunque scopo militare, che entrò in vigore per il Paese il 5 marzo 1970, dopo il deposito della ratifica presso gli Stati firmatari.
Gli anni 1970 Quattro anni dopo l'entrata in vigore del TNP, nel suo discorso di Capodanno del 21 marzo 1974, lo Scià Mohammad Reza Pahlavi dichiarò che il paese avrebbe usato al più presto l'energia nucleare e le fonti energetiche alternative per riservare il petrolio alla produzione di prodotti chimici e petrolchimici, non dovendo usare una sostanza preziosa come il petrolio semplicemente come un combustibile ordinario.
Nel suo piano ventennale, che copriva il periodo dal 1972 al 1992, l'autorità di pianificazione statale ipotizzava una carenza energetica globale, attribuita alle politiche energetiche dei paesi industrializzati occidentali, il cui sviluppo economico dipendeva quasi interamente dai combustibili fossili a basso costo, e mirava quindi a ridurre significativamente la quota di energia generata dalla combustione del petrolio a favore dell'energia nucleare, del gas e dell'energia idroelettrica. Secondo questo piano, l'energia nucleare avrebbe dovuto coprire il 15,5% del consumo energetico totale del Paese entro il 1992.
Lo stesso anno, sotto la guida di Akbar Etemad, fu fondata l'Organizzazione per l'Energia Atomica dell'Iran. Prima di accettare l'incarico, Etemad, un fisico specializzato in fisica dei neutroni, già direttore del gruppo di ricerca sulla schermatura dei reattori nucleari presso l'Istituto per la schermatura nucleare dell'Istituto federale svizzero per la ricerca sui reattori di Würenlingen, tornato in patria nel 1965, dove nel 1967 fu nominato viceministro della ricerca e della scienza, redasse un memorandum in cui delineava le condizioni alle quali avrebbe accettato l'incarico: all'organizzazione doveva essere garantita la totale indipendenza dal governo.
Secondo Etemad, un programma nucleare non poteva essere imposto ma richiedeva un approccio pragmatico, i fondi necessari, le infrastrutture necessarie e il tempo necessario per la ricerca. Inoltre, richiedeva buone relazioni politiche con gli altri Stati dotati di armi nucleari e condizioni stabili all'interno del paese. Il documento di 16 pagine fu accettato dallo Scià che successivamente diede carta bianca allo scienziato, il quale, nel giro di sei mesi dall'assunzione dell'incarico di presidente dell'Organizzazione per l'Energia Atomica dell'Iran, aveva riunito un team di circa 100 persone ed era già in grado di iniziare la pianificazione.
La costruzione di impianti nucleari richiedeva condizioni non facili da soddisfare in Iran. I reattori nucleari, infatti, richiedono notevoli quantità d'acqua, devono essere collegati a un sistema di trasporto, anche per le attrezzature pesanti, e alla rete elettrica nazionale, ma devono essere situati il più lontano possibile da aree densamente popolate e in un luogo a bassissimo rischio sismico. Le analisi iniziali rivelarono che in tutto il territorio nazionale non c'erano più di dieci siti utili alla costruzione di un impianto nucleare. Alla fine, i preparativi per la costruzione di impianti partirono in tre località: Bushehr sul Golfo Persico, Darkhoveyn sul fiume Karun e un'area vicino al fiume Zaiandè a sud-ovest di Esfahan.
Nel 1975, il Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger firmò il Memorandum 292 sulla sicurezza nazionale, relativo alla cooperazione tra Stati Uniti d'America e Iran nel campo della tecnologia nucleare che prevedeva la vendita all'Iran di quel tipo di tecnologia per un valore di oltre sei miliardi di dollari. Da allora, fino alle fine degli anni 1970, furono conclusi diversi accordi Stati Uniti e Iran a questo proposito, tanto che, nel 1976, gli USA offrirono all'Iran l'opportunità di acquistare e gestire un impianto di produzione di plutonio, che fu tuttavia ritirata nell'ottobre dello stesso anno dall'allora presidente Gerald Ford. Una volta constatato che i negoziati con gli Stati Uniti d'America non potevano essere conclusi, alcune aziende tedesche e francesi decisero di subentrare, con il governo federale tedesco, allora guidato da Helmut Schmidt, che sostenne le aziende della Germania Ovest nella vendita di reattori nucleari all'Iran.