Le rivolte carcerarie in Italia del 2020 furono una serie di disordini verificatisi in decine di istituti penitenziari, in seguito alle restrizioni imposte per contenere la pandemia di COVID‑19. Le proteste coinvolsero 80 carceri. In seguito alle rivolte, sono emersi numerosi casi di presunte violenze e torture da parte della polizia penitenziaria in diverse strutture, tra cui Santa Maria Capua Vetere, dove il 6 aprile 2020 si verificò un episodio documentato di pestaggi sistematici, oggetto di un’inchiesta con oltre 100 indagati. Denunce analoghe sono state presentate anche per gli istituti di Melfi, Pavia, Modena e Milano Opera.

Contesto All’inizio del 2020, la diffusione della pandemia di COVID‑19 ebbe un impatto particolarmente critico sul sistema penitenziario italiano, già segnato da condizioni strutturali problematiche. In quel periodo, le carceri italiane ospitavano oltre 61.000 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 50.000 posti e di una capienza effettiva, tenendo conto delle celle realmente disponibili, ancora più ridotta. Questo sovraffollamento, che in alcune regioni come la Lombardia superava il 140%, rendeva di fatto impossibile l’adozione delle misure di distanziamento fisico raccomandate dalle autorità sanitarie per contenere la diffusione del virus

Il governo, nel tentativo di contenere l’emergenza sanitaria all’interno degli istituti di pena, introdusse a partire da marzo 2020 una serie di misure restrittive. Tra queste vi furono la sospensione dei colloqui visivi con i familiari, la limitazione dei permessi premio e del regime di semilibertà, la drastica riduzione delle attività scolastiche, lavorative e trattamentali, e l’obbligo di isolamento per i nuovi ingressi. Sebbene adottate per finalità sanitarie, queste misure furono percepite dai detenuti come punitive e sproporzionate, soprattutto perché introdotte senza un’adeguata comunicazione né strumenti compensativi efficaci, come l’utilizzo sistematico delle videochiamate

La gestione dell’emergenza fu ulteriormente aggravata dalla carenza di dispositivi di protezione individuale, dall’inadeguatezza delle strutture sanitarie interne agli istituti e dall’assenza di spazi destinati all’isolamento dei casi sospetti. La percezione di abbandono da parte dello Stato si diffuse rapidamente tra i detenuti, anche per via della difficoltà nell’ottenere informazioni chiare e aggiornate. Tutti questi fattori contribuirono ad alimentare un clima di crescente tensione, ansia e sfiducia, che sfociò in un’ondata di rivolte e proteste generalizzate tra il marzo e il maggio 2020, in almeno 79 istituti penitenziari italiani su 190 complessivi

Cronologia degli eventi principali Rivolte del 7, 8 e 9 marzo La sequenza delle rivolte tra il 7 e il 9 marzo 2020 rappresenta uno dei momenti più drammatici nella storia recente delle carceri italiane.

Rivolta nel carcere di Salerno (7 marzo 2020) Nel pomeriggio del 7 marzo, all’indomani dell’adozione di nuove restrizioni anti‑COVID, tra cui il blocco dei colloqui familiari, esplose la prima rivolta accertata nel carcere di Salerno. La scintilla fu l'annuncio della sospensione dei colloqui con i familiari (prevista fino al 31 maggio) come misura di prevenzione contro il COVID‑19.

I detenuti coinvolti furono tra 100 e 200 persone, concentrate soprattutto nella prima sezione; alcuni riuscirono a salire sul tetto della struttura dopo aver divelto sbarre e inferriate. Armati con ferro delle brande smontate, piedi di tavoli, mattoni e calcinacci, i rivoltosi danneggiarono arredi, il sistema di videosorveglianza, le linee telefoniche e i dispositivi antincendio.

Per riportare la situazione sotto controllo, vennero dispiegate massicce forze dell'ordine: polizia penitenziaria, Polizia di Stato, carabinieri (incluso il decimo Reggimento Mobile Campania), vigili del fuoco e un elicottero a sorvolo. Coordinavano l'operazione il commissario Gianluigi Lancellotta, il questore di Salerno, il comandante provinciale dei carabinieri, e altre autorità locali.

La rivolta cessò nel corso della serata, dopo alcune ore di tensione (o circa sette ore, secondo alcune fonti), quando i detenuti rientrarono nelle celle.

La prima sezione della casa circondariale risultò completamente devastata: il danno stimato fu dell'ordine di centinaia di migliaia di euro.

Rivolta nel carcere di Reggio Emilia (8 marzo 2020) La sommossa coinvolse circa 150 detenuti e tre sezioni del penitenziario. Durante la rivolta furono danneggiati arredi e incendiati materassi all’interno dell’istituto. Non si verificarono feriti tra i reclusi, ma tre agenti della polizia penitenziaria, tra cui il capo di gabinetto della questura, dovettero ricorrere a cure mediche.

Rivolta nel carcere di Frosinone (8 marzo 2020)

La sommossa è iniziata intorno alle ore 13:00, quando circa un centinaio di detenuti hanno occupato e devastato due sezioni della struttura, incendiando i materassi e distruggendo suppellettili. Non ci furono evasioni né ferimenti gravi, ma la protesta fu definita “molto violenta”. Intorno alle 23:00, dopo diverse ore di tensione, la rivolta fu sedata e alcuni detenuti (circa 95) furono trasferiti in altri istituti penitenziari, tra cui Viterbo, Civitavecchia, Cassino, Velletri, Rieti e strutture nella regione Abruzzo.

I detenuti, tramite il Garante dei diritti, espressero le loro richieste prima dello scoppio della protesta:

Ripristino dei colloqui familiari Miglioramenti nelle condizioni igienico-sanitarie e nell’assistenza sanitaria Celle più agibili e riscaldamento funzionante Maggiore presenza di psicologi, educatori, Garanti e Magistrati di Sorveglianza Nessuna sanzione o ritorsione per chi aveva partecipato alla protesta.

In riferimento al processo, è riportata la sentenza di assoluzione per tutti i 21 detenuti imputati per devastazione relativa alla rivolta del 2020. I giudici hanno riconosciuto la natura emergenziale della loro protesta.

Fatti del carcere di Modena (8-10 marzo 2020) L’8 marzo 2020, il carcere Sant’Anna di Modena fu teatro di una delle più violente rivolte carcerarie nella storia della Repubblica Italiana.

La sommossa iniziò nel primo pomeriggio, quando i detenuti diedero fuoco ad alcune sezioni della struttura, compreso l’ufficio di comando, e circolarono video e testimonianze di scene caotiche all’interno dell’istituto.

Durante la rivolta, alcuni detenuti riuscirono a sfondare la porta dell’infermeria dell’istituto e a entrare nei locali dove erano custoditi farmaci e sostanze ad azione stupefacente, in particolare metadone, ansiolitici e psicofarmaci come benzodiazepine. Il metadone cloridrato, utilizzato nel trattamento della dipendenza da oppiacei, era conservato in forma liquida o in flaconi pre-dosati. Una volta dentro l’infermeria, non vi fu alcun controllo sulle quantità ingerite o assunte. Molti detenuti, anche quelli non abitualmente tossicodipendenti, avrebbero assunto metadone nel tentativo di calmarsi, dormire, o affrontare il terrore della rivolta e la paura del COVID.

Il bilancio ufficiale indica che nove detenuti sono deceduti: alcuni la sera dell’8 marzo, altri durante trasferimenti verso altri istituti (Verona, Alessandria, Parma, Ascoli Piceno), e altri ancora nei giorni successivi a Modena. Le principali cause di morte rilevate dalle autopsie sono overdosi da metadone. Tuttavia, fonti giornalistiche successivamente richiamano casi in cui alcuni corpi presentavano ematomi, escoriazioni o denti mancanti.

Dalle testimonianze raccolte nell’ambito delle inchieste emerge una descrizione agghiacciante di torture e pestaggi: circa 80 detenuti sarebbero stati ammassati in un locale simile a una caserma, spogliati delle scarpe, costretti a sedere a testa china, manganellati e insultati lungo il corridoio. Una testimonianza riportata definisce la situazione come una vera e propria "macelleria messicana".

Un altro episodio raccapricciante riguarda un detenuto tunisino che, dopo essere stato ammanettato e picchiato, non rispondeva più e veniva trascinato come un animale; il referto medico evidenziava fratture ossee e lussazioni.

Nel giugno 2021 il GIP ha archiviato le indagini sui decessi dei detenuti, sostenendo l’assenza di responsabilità penali del personale, ma l’archiviazione è criticata da associazioni (come Antigone) e familiari; è stato presentato ricorso alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo.

Rivolta nel carcere di Poggioreale (8 marzo 2020) L'8 marzo 2020, quasi mille detenuti del carcere di Poggioreale di Napoli diedero vita alla rivolta. La sommossa, innescata poco dopo le 15:00, vide detenuti salire sui tetti, appiccare incendi (di materassi, indumenti) e devastare quattro reparti, causando danni stimati “per milioni di euro”. Durante gli scontri, circa 40 agenti feriti (alcuni con sospette fratture), e sei detenuti medicati. Le forze dell’ordine intervennero massicciamente nel tardo pomeriggio, riportando la calma.

Rivolta nel carcere di Pavia (8 marzo 2020) La protesta iniziò in serata, intorno alle 19:30-20:00: una cinquantina di detenuti liberarono altri reclusi sottraendo le chiavi agli agenti, diedero alle fiamme i materassi lungo i camminamenti e si asserragliarono sui tetti e corridoi esterni. Si sollevò anche il sospetto del sequestro di due agenti di polizia penitenziaria, ma il procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, in seguito precisò che non si trattò di rapimento o violenza verso il personale. Si sarebbe trattato di equivoci dovuti alla confusione del momento. All’indomani della rivolta scoppiata durante l’emergenza COVID‑19, l’associazione Antigone raccolse segnalazioni da parte di familiari e detenuti della Casa circondariale di Pavia. Le denunce riguardavano pestaggi, umiliazioni, privazioni alimentari e trasferimenti punitivi a seguito della protesta.

Protesta nel carcere di Padova (8 marzo 2020) La protesta, iniziata tra diverse decine di detenuti, si concentrò al quarto piano, nella sezione destinata ai "detenuti comuni" (condanne per reati come furti o spaccio di droga). Non ci furono feriti né tra i detenuti, né tra il personale penitenziario.

Rivolta nel carcere di Cremona (8 marzo 2020) La sera dell'8 marzo 2020, intorno alle 20:00, iniziò la rivolta: i detenuti incendiarono materassi e suppellettili, distrussero vetri, telecamere, arredi, infissi e utilizzarono idranti per colpire gli agenti. Alcuni detenuti ruppero anche i vetri divisori delle celle per armarsi di frammenti di vetro. Le urla dei detenuti, secondo quanto riportato, includevano frasi come:

Durante la sommossa, due agenti rimasero intossicati dal fumo (con prognosi di cinque giorni), mentre un altro venne colpito al volto con una spranga ricavata da un pezzo di infisso metallico.

Rivolta nel carcere "San Vittore" di Milano (8-9 marzo 2020) La rivolta fu innescata non solo dalla sospensione dei colloqui con i familiari, ma anche dalle condizioni di forte sovraffollamento. Inoltre, la Procura di Milano qualificò la rivolta come un piano criminale premeditato, non una semplice protesta dettata dal contagio o dalla crisi sanitaria

La sommossa, inizialmente concentrata nel terzo raggio noto come «La Nave», vide detenuti salire sui tetti, dare fuoco a materassi e altri materiali, e distruggere reparti, telecamere e un ambulatorio del quarto raggio. Vi fu l'ingresso di magistrati per trattare con i detenuti, cui fu garantito che non ci sarebbero state recriminazioni nei loro confronti.

Nel luglio 2020 furono 12 i detenuti indagati per reati tra cui sequestro di persona, devastazione, saccheggio, lesioni personali e rapina.

Rivolta nel carcere di Palermo (8-10 marzo)