Casa Vanoli, già Alfieri, è una dimora storica di Crema. Storia Lo stabile risale alla fine del XVI secolo, oppure agli inizi del XVII., ma vi sono tracce documentate di un precedente edificio. In particolare, è nota la presenza, un tempo, di due affreschi cinquecenteschi di Aurelio Buso poi strappati e trasferiti nella villa Perletta di San Bartolomeo ai Morti..

È probabile che in antico fosse di proprietà Alfieri: tanto nello Stato d’anime del 1605 quanto nellEstimo del 1609 risulta che Flaminio Alfieri possedeva nella via una casa con due botteghe la cui figlia Deianira andò sposa a Francesco Martinengo; constatando che una colonna con capitello tuscanico collocata all'interno riporta lo stemma Martinengo, il Perolini considerava la presenza di questo elemento architettonico un indizio fondamentale per stabilire che fosse questa la residenza degli Alfieri.

Dopo la morte di Ortensia Martinengo, figlia di Francesco, l'edificio passò al sacerdote Francesco Maria Bondenti.

Nel corso del XIX secolo fu di proprietà di Pietro Stramezzi, morto in questa abitazione nel 1886; l'anno successivo passò al ferramenta Bortolo Vergottini che ricavò al primo piano un negozio e fece tamponare le due finestre del mezzanino.. Subentrò quindi il cartolaio Ferruccio Basso che nel 1913 fece modificare ulteriormente il primo piano.

Personalità legate al palazzo Pietro Stramezzi (1806 – 1886), fu allievo del sacerdote Carlo Cogliati, un castelleonese chiamato a Crema dalla famiglia Zurla per allestire una scuola di musica che educò, tra gli altri anche Pietro Bottesini, il padre di Giovanni.. Lo Stramezzi fu maestro di violino valentissimo., maestro di cappella nella cattedrale e direttore d'orchestra nel teatro sociale. Saverio Stramezzi (1843 – 1894), figlio di Pietro e Annunciata Perletti, fu garibaldino (e per questo diseredato dal padre che non ne condivideva la scelta), si laureò in ingegneria civile ed ereditò dallo zio Giuseppe Maria Perletti la villa di San Bartolomeo ai Morti.. Caratteristiche L'edificio attuale risale alla fine del XVI secolo, oppure agli inizi del XVII e stilisticamente rimanda a modelli cinquecenteschi.

Il primo piano è frutto di una modifica novecentesca che ha prodotto tre aperture di uguale dimensione con semplici incorniciature lievemente arcuate in alto.

In uno schizzo risalente alla fine del XIX secolo, rinvenuto da Mario Perolini, al centro si collocava un grande ingresso affiancato da due colonne poste su basamento con capitello tuscanico e arco a tutto sesto. Ai lati due vetrine minori con arco ribassato, senza particolari ornamenti, sopra le quali si aprivano due finestre quadrate con incorniciatura.

Lo schizzo non riporta il marcapiano alto quanto il piano di calpestio del balcone centrale, provvisto di semplicissima ringhiera, e le sue quattro mensole in pietra che lo sostengono.

Una cornice corre per tutta la larghezza della facciata sotto le finestre laterali, interrotta dalla porta-finestra che si affaccia sul balcone. Le tre aperture del primo piano presentano un architrave.

Il sottogronda è caratterizzato da una serie di mensoline interrotte in tre punti dove si aprono altrettante piccole finestrelle di forma romboidale.

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