Con rivolta di Milano o rivoluzione di Milano ci si riferisce a un'insurrezione della popolazione milanese avvenuta il 20 aprile 1814 contro l'occupazione napoleonica francese nel contesto storico della caduta del Regno d'Italia al termine della campagna d'Italia della guerra della sesta coalizione.

Contesto storico

Dopo le vittorie di Marengo e di Hohenlinden, la Francia riuscì a ripristinare la propria influenza sull'Italia settentrionale, instaurandovi una repubblica filo-francese. La situazione rimase la stessa fino ai primi mesi del 1805: dopo essersi proclamato imperatore dei francesi, Napoleone si incoronò anche come re d'Italia nel maggio del 1805, in una solenne cerimonia tenutasi nel Duomo di Milano.

La sua influenza sulla penisola rimase stabile per i successivi nove anni, sino a che, dopo la disastrosa campagna in Russia e la sconfitta di Lipsia, non fu più in grado di respingere le forze della Coalizione, che avanzavano contro di lui. Con il passare dei mesi, la morsa dei suoi nemici si strinse sempre di più, fino a che, il 31 marzo 1814 la capitale francese fu occupata dai russi. Pochi giorni dopo, a seguito di un colloquio con i suoi marescialli, che oramai avevano compreso l'impossibilità di proseguire la lotta armata, Napoleone prese l'ardua decisione di abdicare, permettendo alla dinastia Borbone di riprendere il trono di Francia.

Antefatti

Mentre Napoleone guidava il grosso della sua armata sul fronte franco-tedesco, a sud, in Italia, era il suo figliastro Eugenio di Beauharnais a tenere le redini dell'esercito. Differentemente dal patrigno, Eugenio era riuscito ad arginare l'avanzata delle forze nemiche, riuscendo a fermare sul Mincio per diversi mesi, sino a che la notizia dell'abdicazione dell'imperatore non giunse anche in Italia. Ritenendo superfluo proseguire la lotta, Eugenio riuscì a concludere un armistizio che garantiva, almeno momentaneamente, il controllo dei territori non occupati del Regno d'Italia alle forze napoleoniche, in attesa di una decisione formale da parte delle potenze vincitrici.

La notizia, diffusasi molto rapidamente alimentò la tensione che già aleggiava a Milano, centro della vita politica del Regno d'Italia. La caduta di Napoleone, sovrano inviso a molti, apriva uno spiraglio verso una possibile indipendenza della nazione italiana.. Le varie fazioni che componevano il Senato consulente si misero presto in moto, ognuna cercando di perorare la propria causa e di ottenere il massimo dagli sviluppi dell'attuale situazione. Fondamentalmente, vi erano tre schieramenti:

i filo-francesi, che avrebbero voluto Eugenio come nuovo re ed una nazione indipendente;. gli indipendentisti, che avrebbero sì voluto l'indipendenza, ma avrebbero preferito un sovrano italiano, sebbene non vi fosse un candidato ben preciso sostenuto da tutto lo schieramento o anche solo da una sua maggioranza;. i filo-austriaci, che, generalmente, si sarebbero accontentati di rientrare nella sfera d'influenza dell'Impero austriaco,. sia venendo direttamente annessi, sia come nazione satellite..

I primi a muoversi, in questo senso, furono i filo-francesi: consapevoli che l'unica reale possibilità di mantenere il regno indipendente era attraverso l'elevazione di Eugenio a re, cercarono di legittimare la posizione la sua posizione, sperando poi in un riconoscimento da parte degli altri sovrani europei... Pertanto, il Senato consulente viene convocato il 17 aprile da Francesco Melzi d'Eril, Gran Cancelliere del Regno d'Italia e maggior esponente di questo schieramento, che chiede di votare una mozione che propone la nomina di Eugenio di Beauharnais a re di un Regno d'Italia indipendente, al posto di Napoleone... Ma i sostenitori di Eugenio sono in minoranza rispetto ai gruppi che chiedono un re italiano o che il trono venga dato a Gioacchino Murat o infine un ritorno all'Austria. I filo-francesi non riuscirono a superare la resistenza della maggioranza dei senatori, che accettarono solo di inviare una delegazione a Vienna per presentare una petizione per l'indipendenza....

La rivolta Il giorno mercoledì 20 aprile 1814 si sarebbe dovuta tenere una riunione del Senato consulente a partire dalle ore 13. L'atmosfera cittadina era pervasa da una certa eccitazione: nei caffè e lungo tutte le strade si sentiva inveire apertamente contro il Senato.. Antonio Veneri, il presidente del Senato, avrebbe potuto annullare la seduta a rimandarla a un secondo momento, ma decise ugualmente di procedere nella giornata del 20 aprile. A causa della pioggia, i senatori furono portati nei pressi del palazzo con delle carrozze. Qui avvenne la prima scena singolare: una folla dalla composizione piuttosto variegata si era raccolta nei pressi del luogo e un uomo, il domestico di una famiglia signorile di Milano, all'avvicinarsi della carrozza si accostava alla strada, saliva in piedi su uno sgabello e controllava oltre il portello della vettura, gridando alla folla il nome del senatore. Se questi apparteneva al partito francese, la folla veniva istruita a fischiarlo, altrimenti ad applaudirlo. L'arrivo di Carlo Verri fu cinto da lunghi applausi, ordinati da Federico Confalonieri..

Mentre la seduta del Senato ebbe inizio con la discussione e la lettura delle firme, il capitano Marini della Guardia civica, chiese che potessero essere i suoi uomini, invece dei regolari dell'esercito a presidiare la sicurezza dell'assemblea. Sgomenti dalla richiesta, i senatori non seppero dare risposta. Bossi, prendendo in mano la situazione lo autorizzò a presidiare il cortile e le scale. I primi segnali della rivolta erano giunti: la folla si faceva sempre più numerosa e i suoi intenti sempre meno pacifici. Presto il rumoreggiare si fece tanto intenso da spaventare gli uscieri del Senato. Verri, uomo integro e rispettato, si offrì volontario per parlare con la folla radunata lì vicino e tentare di dissuaderla. Questo processo si ripeté più volte senza alcun risultato, anzi, l'agitazione continuava ad aumentare. Alla terza uscita di sala di Verri, la folla era ormai penetrata tra le scale del palazzo e la Guardia civica non poteva fare più nulla per trattenerli. Mentre le poche forze dell'ordine si schieravano a protezione di Verri, questi notò Confalonieri tra la folla: agitò un fazzoletto per attirare la sua attenzione e sapere quali fossero le richieste che questo minaccioso gruppo di persone volevano vedere esaudite. Solo due erano i loro desideri: la convocazione dei Collegi elettorali e il richiamo della delegazione inviata a Mantova nei giorni precedenti..

Dopo le parole di Confalonieri, l'agitazione della folla accrebbe: iniziarono delle grida contro il viceré e contro il Senato, suggerendo di sciogliere la seduta. Confalonieri si avvicinò a Verri, sfruttando la sua momentanea popolarità e lo scortò dentro alla sala dove si teneva la riunione: i senatori erano sull'orlo del panico, sbigottiti e increduli, semplicemente non adatti a gestire una situazione così drammatica. Nel giro di qualche minuto, entrambe le richieste della folla furono approvate con una formula semplicissima, approvata da Veneri, e la seduta venne immediatamente sciolta. Con la folla che ormai batteva l'uscio della porta, i senatori si improvvisarono amanuensi e iniziarono a gettare dalle finestre delle copie della risoluzione appena votata: i capi della rivolta riuscirono momentaneamente a placare gli animi dei loro seguaci, entusiasti del risultato raggiunto, concedendo sufficiente tempo ai senatori per fuggire attraverso una porta secondaria e allontanarsi in fretta dal Senato. Dopodiché, la folla irruppe nell'aula, saccheggiando e devastando quanto capitasse loro sotto mano: i tavoli vennero rovesciati e distrutti, gli specchi infranti, molti altri oggetti scaraventati per terra o fuori dalle finestre. Un ritratto di Napoleone, realizzato da Andrea Appiani, venne bucato dalla punta di un ombrello e gettato in strada....

Dopo aver messo a soqquadro l'interno del Senato, la folla sembrava alquanto indecisa sulla prossima destinazione da raggiungere. Parve fossero diretti verso Porta Nuova, dove si trovava l'abitazione di Melzi d'Eril, quando una voce levatasi dalla massa, forse quella dello stesso Confalonieri, li invitò a dirigersi a Piazza San Fedele, dove si trovavano il ministero delle Finanze e l'abitazione dell'odiato Giuseppe Prina. Colto il suggerimento, la folla, presa dalla rabbia, si volse immediatamente alla ricerca dell'abitazione dell'odiato ministro novarese, in cerca di vendetta.. Numerose persone avevano tentato di avvisare il ministro del pericolo, intimandolo a fuggire ma egli rigettò i loro consigli, preferendo rimanere in casa sua, forse per evitare loro conseguenze peggiori.. Giunti sul posto, fecero quadrato di fronte alla residenza di Prina e nel giro di qualche minuto riuscirono a sfondare il portone d'ingresso e a entrare in massa nell'edificio. Come successo poco prima al Senato, il palazzo fu devastato e saccheggiato. Un gruppo di rivoltosi si mise a cercare il ministro in ogni anfratto della casa, riuscendo infine a stanarlo mentre si nascondeva in un armadio. Il malcapitato fu selvaggiamente picchiato dai presenti e gettato da una finestra aperta sulla strada, ancora invasa dalla folla. Le suppliche del ministro per avere salva la vita passarono inascoltate: fu nuovamente oggetto della violenza della folla, che prima lo colpì a pugni e calci, poi ricorse agli ombrelli come strumento di offesa e infine trascinò l'esausto Prina per le strade di Milano, fermandosi di fronte a una chiesa nelle vicinanze..

Più persone, tra cui il poeta Ugo Foscolo, assistendo alla scena dai balconi, gridavano implorando la fine delle brutalità, ma il loro appello non venne accolto.. Compresa che la propria fine era vicina, Prina chiede la presenza di un parroco per un'ultima confessione, ma ciò gli fu negato. Un gruppo di uomini, approfittando di un momento di distrazione della folla, prese il ministro e lo nascose in un negozio di vini, al riparo dai rivoltosi. Giunse un primo gruppo di soldati della Guardia civica sotto il generale Peyri ma venne sopraffatto. Solo l'intervento del generale Domenico Pino con una cinquantina di uomini salvò gli altri militari da morte certa. Nel frattempo, i rivoltosi si aggiravano per le strade attorno al negozio, cercando il malconcio ministro. Prina, per salvare la vita ai suoi benefattori, uscì allo scoperto e si consegnò alla folla. Morì poco tempo dopo. Il suo corpo fu trascinato per le vie di Milano...Le cause della morte di Prina sono tuttora poco chiare. In alcuni testi è riportato il segno di una martellata o di un colpo con un corpo contundente sul viso, su molti altri è semplicemente riportato che il ministro sia morto a causa del prolungato stato di estrema ansia e angoscia. Giunti di fronte all'ufficio del Demanio, gli assassini di Prina si fermarono e cercarono di trovare tra i negozi della piazza adiacente del combustibile per bruciare il cadavere, ma nessun commerciante si fece complice del gesto. Poco dopo un picchetto della Guardia civica incontrò i rivoltosi e li disperse, recuperando il corpo del ministro, che fu slegato e adagiato nel cortile del Broletto.. I suoi resti, su disposizione del potestà Antonio Durini, furono portati nel cimitero nei pressi di Porta Comasina e seppelliti in un luogo segreto, per evitare ulteriori scempi in futuro..

La violenza dell'episodio colpì fortemente Alessandro Manzoni, che aveva parzialmente assistito alle scene, e dalle quali trasse ispirazione per descrivere i tumulti milanesi e l'assalto al forno delle grucce all'interno de I promessi sposi.

La fine della rivoluzione