L'economia del Regno delle Due Sicilie fu caratterizzata da una profonda vocazione agricola e da significativi, seppur localizzati, poli d'eccellenza industriale e tecnologica. Il panorama economico del Regno delle Due Sicilie era guidato da una politica statale che oscillava tra il protezionismo e un cauto liberismo caratterizzato da ingenti tariffe su prodotti esteri ed un pareggio di bilancio che nei decenni ha notevolmente limitato gli investimenti in infrastrutture importanti,ciò contribuirà ad accentuare un marcato sottosviluppo di esse fino al momento dell'unità. L'economia era mirata a consolidare l'autonomia dell'Italia meridionale nel contesto europeo. Il sistema finanziario poggiava su una notevole solidità monetaria, garantita dalle ingenti riserve auree del Banco delle Due Sicilie, che assicuravano stabilità al ducato e permettevano di mantenere un prelievo fiscale generalmente contenuto rispetto agli standard del tempo.
Il settore primario costituiva la spina dorsale dell'assetto sociale e produttivo, con l'agricoltura, l'allevamento e la pesca che impiegavano la maggioranza della popolazione. Sebbene persistessero strutture latifondistiche e condizioni sociali precarie nelle aree interne, il Regno vantava produzioni d'avanguardia nell'esportazione di olio, vino, seta e agrumi. Parallelamente, la dinastia dei dinastia dei Borbone delle Due Sicilie promosse lo sviluppo di un apparato industriale che vedeva nel polo siderurgico di Mongiana, nelle officine di Pietrarsa e nelle industrie tessili del salernitano i propri fiori all'occhiello. Questi centri, spesso sostenuti da capitali stranieri e commesse statali, resero il Regno uno dei soggetti più dinamici della penisola italiana sotto il profilo dell'innovazione tecnica. Il commercio internazionale era supportato dalla marina mercantile delle Due Sicilie facilitando scambi costanti con le principali potenze europee e nordamericane. Il sistema dei trasporti interni presentava forti contrasti: a fronte di primati storici come l'inaugurazione della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, anche se essa fu progettata, finanziata e costruita dalla società francese Bayard & De Vergès. A questa ditta spettò la progettazione, la costruzione, persino il finanziamento, in cambio della concessione dei proventi della linea per i successivi 80 anni. Si sviluppò anche una rete telegrafica e postale, gran parte del territorio peninsulare e insulare soffriva per una rete stradale ancora frammentaria che limitava la piena integrazione dei mercati locali.
Finanza
Moneta e patrimonio
La legge del 20 aprile 1818 fissò l'unità monetaria del regno nel ducato delle Due Sicilie d'argento del peso di grammi 22,943, con 833,33 millesimi di fino. Un ducato corrispondeva a 100 grana, un grana corrispondeva a 2 tornesi. A partire dal 1816 nelle Due Sicilie furono coniate monete di rame (tornesi), monete d'argento (grana e derivati: "carlino" da 10 grana, "tarì" da 20 grana, "mezza piastra" da 60 grana e "piastra" da 120 grana) e monete d'oro da 3, 6, 15 e 30 ducati.
Il Regno delle Due Sicilie aveva a tutti gli effetti un regime monetario monometallico a base d'argento, formato, oltre che dalle monete di quel metallo (cioè la gran parte delle monete circolanti), anche dalle fedi di credito del Banco delle Due Sicilie, considerate anche all'estero valuta di prim'ordine.. Nel saggio Nord e Sud, Francesco Saverio Nitti rileva che, al momento dell'introduzione della lira, nel Regno delle Due Sicilie furono ritirate 443,3 milioni di monete in oro e argento, di cui 424 milioni d'argento, pari al 65,7% di tutte le monete circolanti nella penisola.. L'economista Antonio Scialoja riconobbe che questa enorme quantità di monete d'argento fu coniata dalla Zecca di Napoli principalmente in seguito alla crescita delle esportazioni delle Due Sicilie avvenuta negli anni cinquanta dell'Ottocento, in quanto per espressa volontà dei governi borbonici in tutte le operazioni commerciali dovevano circolare monete di metallo prezioso, come previsto dalla dottrina del mercantilismo.. Giustino Fortunato sostenne che l'abbondanza di monete d'argento fosse solo un effetto indiretto della scoperta di nuovi giacimenti auriferi in California ed in Australia. Tale evento comportò un incremento della produzione d'oro; questo metallo, in gran parte riversato in Francia, fece sì che nello Stato transalpino l'argento divenisse moneta sussidiaria, impiegata per le importazioni dall'estero (soprattutto dalle Due Sicilie) . Tale tesi, tuttavia, venne contestata da altri economisti, tra questi Carlo Rodanó; costui, assai critico sulle interpretazioni del Fortunato in merito all'abbondanza di moneta in metallo prezioso, «Fortunato dava l'impressione di non avere una chiara idea della funzione della moneta, metallica, cartacea o bancaria che fosse»., spiegò che, nella seconda metà del XIX secolo, il governo delle Due Sicilie consentì l'esportazione dei grani e di altri prodotti alimentari, fino ad allora vietata, e diminuì il dazio sull'olio. La conseguenza fu un incremento delle esportazioni ed un contestuale incremento dell'ingresso d'argento nel territorio del regno: la coniazione di moneta d'argento, quindi, passò da 1,8 milioni di ducati del 1852 a 13,6 milioni di ducati del 1856..
Sia Nitti che Fortunato concordavano nel sostenere che la gestione finanziaria dello Stato borbonico fosse caratterizzata da una spesa pubblica estremamente esigua ed oculata, in particolare a livello infrastrutturale... Nitti in sintesi così descriveva la situazione finanziaria delle Due Sicilie nel 1860:.
Di diverso avviso invece il meridionalista lucano Giustino Fortunato, che attribuiva le cause dei problemi del meridione ai secoli di storia antecedenti all'unità, precisando che nel 1860 la situazione economica del Regno delle Due Sicilie non era migliore di quella degli altri stati preunitari, né le imposte sempre minori, criticando il sistema doganale, definito "medievale" e l'enorme spesa militare borbonica, mentre nel regno mancavano scuole, strade, approdi marittimi ed un sistema moderno di trasporti. +Moneta metallica circolante negli ex Stati italiani al 24 agosto 1862.StatiOroArgentoMisturaRameTotaleRegno di SardegnaRegno Lombardo-VenetoDucato di Parma e PiacenzaDucato di Modena e ReggioGranducato di Toscana -Stato Pontificio -Regno delle Due Sicilie -
Istituti di credito
Gli istituti di credito del reame erano rappresentati fino al 1808 dagli 8 Banchi pubblici operanti nella città di Napoli dal XVI secolo (Banco di San Giacomo, del Popolo, del Salvatore, di Sant'Eligio, dello Spirito Santo, dell'Annunziata, dei Poveri, della Pietà) e dai Monti Frumentari, Pecuniari e di Pietà nelle province. I depositi bancari erano tradizionalmente attestati da "fedi di credito" le quali erano a tutti gli effetti un titolo rappresentativo del deposito, liberamente trasferibile e girabile come surrogato della moneta: in un'economia che non contemplava l'uso della moneta cartacea, per effettuare un pagamento occorreva la consegna (o la spedizione) di moneta metallica, operazione spesso molto difficoltosa. La fede di credito, più facile del denaro da maneggiare e spedire, e provvista di indubbie garanzie di sicurezza fornite dai banchi di emissione, divenne ben presto un valido sostituto del denaro contante.
Nel 1806 i Banchi napoletani furono coinvolti nella politica innovatrice che Giuseppe Bonaparte impresse al Regno di Napoli, cercando di modellarli sul sistema francese. Il Banco di San Giacomo fu quindi trasformato nel "Banco di Corte" al servizio dello Stato, tutti gli altri banchi furono riuniti in un unico "Banco dei Privati", al servizio dei cittadini. Nel 1808 Murat, divenuto re di Napoli, volle unificare i Banchi precedenti per dare vita ad un nuovo istituto sul modello della Banca di Francia: il Banco delle Due Sicilie. L'innovazione maggiore era quella di costituire un capitale azionario, chiamando a partecipare alle sorti dell'istituto gli enti pubblici ed il ceto dei proprietari e dei risparmiatori.
La restaurazione borbonica nel 1815 non intaccò le disposizioni emanate durante il decennio francese. Il Banco delle Due Sicilie si componeva di due sezioni separate: la Cassa di Corte, per il servizio della tesoreria generale del Regno (alle dipendenze del Ministero delle Finanze) e la Cassa dei Privati. Nel 1816 fu creata anche una Cassa di Sconto, a favore del commercio e dell'industria. Per venire incontro alle esigenze dei clienti ed ai fruitori di fedi di credito nel Regno (specialmente in Puglia ed in Sicilia), furono aperte nel corso degli anni alcune succursali: a Napoli nel 1824 fu aperta una Seconda Cassa di Corte, nel 1844 fu inaugurata una Cassa di Corte a Palermo e nel 1846 una a Messina. Solo nel 1858, dopo molte insistenze da parte dei clienti locali, si ebbe l'apertura di una Cassa di Corte a Bari, alla quale fu subito annessa una sezione della Cassa di Sconto. Negli ultimi anni di vita del reame tra i maggiori clienti del banco vi erano, oltre ai nobili ed agli enti pubblici, industriali e numerose società commerciali sorte a partire dal 1830.
Questa struttura molto accentrata del Banco, se da un lato limitava l'attività finanziaria delle province, dall'altro permetteva un maggior controllo sui profitti ed una severa limitazione delle perdite. Per questo motivo il Banco delle Due Sicilie in quegli anni vide il proprio patrimonio aumentare costantemente. Questa politica economica era favorita anche dalla severità della legislazione borbonica in materia finanziaria. Il reggente del Banco delle Due Sicilie era anche direttore della zecca, o Amministrazione delle monete, che aveva sede in Sant'Agostino. La zecca possedeva officine di monetazione, raffinerie chimiche per l'oro, gabinetti di incisione e macchinari per la lavorazione dei fili d'argento e dell'acciaio. Compito della zecca era inoltre quello di fissare il valore delle monete estere.
Investimenti finanziari
Nella Borsa di Napoli, situata presso palazzo San Giacomo, si concentravano i più rilevanti movimenti economici del regno. Tra i valori più importanti si avevano la rendita, i cereali e gli oli. Il Ministero delle Finanze approvava ogni anno un calendario di Borsa, che permetteva agli agenti di poter suddividere la loro attività in turni. Esistevano inoltre delle "Camere consultive di commercio", di cui erano presidenti gli Intendenti delle province, che raccoglievano i commercianti impegnati nel tracciare le strategie da adottare in Borsa. Nella rendita negoziavano banchieri come i Rothschild di Napoli (con la loro unica filiale italiana), Forquet, Meuricoffre e Sorvillo, Gunderschein ed altri.