La stele di Nora è un blocco in pietra arenaria recante un'iscrizione che la quasi totalità degli studiosi ritiene eseguita in alfabeto fenicio.

Fu rinvenuta nel 1773 da Giacinto Hintz, professore di Sacra Scrittura, Lingua ebraica e lingue orientali all'Università di Cagliari, inglobata in un muretto a secco di una struttura appartenente all'ordine dei mercedari in prossimità dell'abside della chiesa di sant'Efisio a Pula, centro urbano situato nella Sardegna meridionale che trae origine dall'antica città di Nora..Parla invece del muro di un vigneto. Cfr. . Il ritrovamento fuori dal suo contesto archeologico originale limita al suo contenuto le informazioni ricavabili dal documento. Conservata nel Museo archeologico nazionale di Cagliari, la stele svela il primo scritto fenicio mai rintracciato a ovest di Tiro: la sua datazione oscilla tra i secoli IX e VIII a.C........... Il documento epigrafico è stato pubblicato all'interno del Corpus Inscriptionum Semiticarum sotto il numero CIS I, 144 e nei Kanaanäische und Aramäische Inschriften sotto il numero KAI 46.

Il contesto storico

Come scrisse l'archeologo Ferruccio Barreca:.

Dopo una sporadica presenza fenicia nel Mediterraneo occidentale, iniziata attorno all'XI secolo a.C., nell'VIII secolo a.C., mentre la civiltà nuragica viveva la sua massima espansione, si nota in Sardegna uno sviluppo dei centri costieri che ben presto diventarono vere e proprie città.. I Fenici, oltre che in Africa, si insediarono sulle coste della Sardegna e nell'area occidentale della Sicilia..

I villaggi nuragici costieri, situati nel meridione dell'isola, furono i primi punti di contatto tra i commercianti fenici e gli antichi Sardi. Questi approdi costituivano dei piccoli mercati dove venivano scambiate varie mercanzie.Parliamo sia del commercio nascosto, cioè "lo scambio di tutti quei materiali, composti soprattutto di materia organica e quindi deperibile"(), sia dei metalli preziosi, se, come sembra, l'argento fenicio di questo periodo ha un rapporto di isotopi di piombo pari a quello dei minerali in Sardegna e in Spagna, che indica anche l'estensione delle reti commerciali fenicie. . Con il costante prosperare dei commerci, i villaggi si ingrandirono sempre di più, accogliendo stabilmente al loro interno l'esodo delle famiglie fenicie in fuga dall'attuale Libano. In questa terra, esse seguitarono a praticare il loro stile di vita, i loro propri usi, le proprie tradizioni e i loro culti di origine, apportando in Sardegna nuove tecnologie e conoscenze. Tramite matrimoni misti e un continuo scambio culturale, i due popoli coabitarono pacificamente e i villaggi costieri divennero importanti centri urbani, organizzati in maniera simile alle antiche città-Stato delle coste libanesi.. I primi insediamenti sorsero, tra gli altri, a Karalis,. a Nora,. a Bithia,. a Sulci nell'isola di Sant'Antioco. e a Neapolis presso Guspini..Per una sintesi d'insieme si veda .

Come affermò Gian Franco Chiai, professore all'Università libera di Berlino:.

In passato si riteneva che la Stele di Nora testimoniasse essa stessa l'esistenza di un centro urbano fenicio o sardo-fenicio. Recenti ricerche archeologiche hanno però postdatato la necropoli, il Tophet e il quartiere artigianale alla fine del VII secolo e alla prima metà del VI a.C... La Stele, la cui datazione come si è detto è di circa due secoli antecedente, andrebbe pertanto contestualizzata all'interno di un centro protourbano, un emporio, un centro di scambi commerciali, segnato non solo dalla presenza di popolazioni fenicie o indigene.L'archeologo del CNR Massimo Botto scrive: " A nostro avviso, la stele di Nora non deve necessariamente indicare una fondazione coloniale, ma testimoniare più verosimilmente una frequentazione commerciale dell’area molto antica, che si concentra in un determinato momento storico intorno ad un luogo sacro. Presso quest’ultimo, forse inizialmente caratterizzato dalla sola epigrafe, sorgerà in seguito un piccolo stanziamento strettamente connesso con attività di scambio sia locali sia a lungoraggio". .

Le teorie

Gli studiosi non sono concordi sulla lettura epigrafica del testo e la sua traduzione.. Infatti a causa dello stato di conservazione, è possibile leggere con chiarezza circa metà delle lettere, mentre l'altra metà nonostante il competente intervento degli epigrafisti, rimane dubbia: il colore rosso o violetto è stato tracciato, talvolta con errori, nell'Ottocento, nel tentativo di facilitare la lettura. Un ulteriore problema è rappresentato dall'assenza di divisioni tra le parole, questione che complica l'interpretazione anche delle parti più chiaramente leggibili come alla linea 1 con btršš che può significare "in Tarsis" o bt rš š che può significare "tempio del capo di".. Infine una parte minoritaria degli studiosi ritiene che si tratti della parte minore (ed unica parte sopravvissuta) di un'iscrizione molto più lunga, distribuita su più pietre,. sebbene manchi un consenso generale al riguardo..

Interpretazioni passate fino alla seconda guerra mondiale

L'orientalista Giovanni Bernardo De Rossi, sulla base di un disegno ricco di imprecisioni inviatogli da Hintz.., scrisse nel 1774 che la stele indicava un sepolcro. Secondo quanto affermò lo stesso De Rossi:: "L'Opera, che abbiamo annunciata del Sig. Principe di Torremozza, e le sae diligenti ricerche sopra i caratteri Fenicii, de'quali è composta la leggenda d' alcune medaglie Siciliane, ci ha fatta nascere vaghezza di qui riferire una Lettera del ch. Sig. Ab. Gio.Bernardo de Rossi Professore di Lingue Orientali nella Università di Parma, ai di cui meriti per conto di erudizione poliglotta facemmo plauso in queste stesse nostre Efemeridi dell'anno corvente num. XXI. p. 166. Questa Lettera è diretta al nostro Sig. Abate Gio. Cristofano Amaduzzi Professore di Lingua Greca nell’Archiginnasio della Sapienza di Roma; e Soprainteadente alla Stamperia di Propaganda, e tende ad ispiegare, ed illustrare una tronca Iscrizione con caratteri Fenici esistente fuori di Pula in una vigna, che appartiene ai Padri della Mercede di Cagliari. L'iscrizione incastrata al di fuori del Casino è lunga palmi 4., e larga 2. ed è stata diligentemente trascritta, ed indi è stata fatta incidere dal dotto, ed erudito P. Giacinto Hintz dell'Ordine de' Predicatori Professore di Sacra Scrittura, e di Lingua Ebraica nella regia Università di Cagliari, di cui altra volta si è pur parlato in questi nostri fogli." La sua traduzione latina del testo era la seguente:

Traduzione dell'autore Traduzione in italiano 12345678 Sepulcrum Sesimialienigenae qui fecit tentoriumin senectute perfectaideo vereobiit in fideLeheman filiusprinceps alienigena (deposuit)in horto sepulcrali. Sepolcro di Sesimostraniero, che qui depose il suo padiglionenell'età decrepitaPerciò veramentemorì nella fedeLehemano figlioprincipe straniero (lo depose)nell'orto sepolcrale

Il generale piemontese La Marmora, lamentandosi della copia fatta da Hintz, si prodigò affinché l'iscrizione potesse venire studiata adeguatamente dagli esperti. A tal riguardo egli scrisse:.

Nel 1834 l'abate Giovannantonio Arri propose, sulla base del calco di La Marmora, la seguente trascrizione, traduzione e interpretazione:.

{| class="wikitable" ! !! Trascrizione !! Traduzione latina dell'autore !! Traduzione italiana dell'autore |-style="background-color:white;" | 12345678 | btrššngrš h'''b šrdn šlm h' šlsp b' sl ktb bnršbn ngdlgsy| In Tarschischvela dedit pater-Sardon pius,viae tandem finemattigenslapidem scribiiussit in Nora,quam Lixo novit adversam | Da Tarchischpartitoil padre Sardon pio,finalmente a termine del suo viaggiogiungendopose una lapidescritta in Nora,la quale terra egli riconobbe essere posta dirimpetto all'africana Lixus

Secondo l'abate si trattava di un'iscrizione votiva in onore dell'eroe eponimo della Sardegna, cioè Pater Sardon. La stele riportava che il pio padre Sardon era salpato da Tarshish, per raggiungere finalmente la fine del suo viaggio, al che ordinò di scrivere una lapide a Nora, che si supponeva fosse davanti alla città africana di Lixus.

In risposta ad Arri, Wilhelm Gesenius pubblicò una sua alternativa trascrizione e traduzione della Stele nel 1837.. Egli riteneva che si trattasse di una stele sepolcrale e che si riferisse alla casa del Pater Sardorum con un invito a portare la pace al regnante Ben-Rosch, figlio di Nagid, il quale era il dedicante. Gesenius dava per certo il nome del dedicante, anche se espresse alcuni dubbi sul gentilizio finale L-ensis, riferito a Ben-Rosch. La sua trascrizione e traduzione è la seguente:

Trascrizione Traduzione dell'autore Traduzione in italiano 12345678 bt rš šngd šh'''b šrdn šlm h' šlm yb' mlktn bn rš bn ngdlpmy| Domus capitis (i.e. dormitorium)principis, qui (erat) pa--ter Sardorum. Pacis a--mans ille, paxcontingat re--gno nostro. Ben-Rosch, filius Nagidi, L-ensis | Casa della testa (cioè luogo di sonno o di pace)del principe, che (fu)il Pater Sardorum. La Pacelui ama ela pace ci sarànel nostro regno, Ben-Rosch, figlio di NagidL-ensis|}

Nel luglio dello stesso anno le edizioni di Gesenius e di Arri vennero comparate dall'orientalista tedesco Franz Ferdinand Benary. Benary escluse categoricamente la presenza del Sardus Pater e dette per certa la lettura di Tartesso nella prima linea. Inoltre egli espresse dei dubbi solo sulla lettura della parte finale della stele, che a suo dire poteva essere tradotta in due modi differenti a seconda che si prendesse in considerazione o meno l'esistenza di un simbolo che sembrava essere inserito in alcune lettere, e che avrebbe potuto servire a mettere in evidenza un nome o una località propriamente detta:.

{| class="wikitable" ! !! Trascrizione !! Prima traduzione dell'autore !! Traduzione in italiano !! Seconda traduzione dell'autore !! Traduzione in italiano |-style="background-color:white;" | 12345678 | btrššngdš hbšrdn šlm h' šlm yb' mlktn bn rš bn ngdlpmy | Tartessiexpulsus hicin Sardis in--columnis hic in--columnis ingrediatur re--gnum nostrum filius prin--cipis, filius pauperis,jussu meum | Da Tartessoespulso eglitra i Sardi incolume, egliincolume entri nelnostro regno, il figliodel principe, il figlio del povero,per mio comando. | Tartessiexpulsus hicin Sardis pa--cificus: pa--x veniat super Ma--lchiten filius Ro--sch, filii Naghid,Lamptenum | Da Tartessoespulso eglitra i Sardi èin pace: pacesia suMalchiten figliodi Rosch figlio di Naghidil Lampteno

Nella prima traduzione Benary non tenne conto dell'esistenza del simbolo e in tal caso ritenne di avere di fronte un decreto in cui si specificava, per ordine espresso, che chiunque fosse stato espulso da Tartesso sarebbe stato al sicuro in Sardegna, e sarebbe entrato in quel regno sano e salvo, sia che fosse povero o principe. Nella seconda traduzione tenne conto del simbolo e in tal caso si tratterebbe di un titolo sepolcrale che augura la pace a Malchiten, il quale fu esiliato da Tartesso in Sardegna.

Nel 1838 è il tedesco Wurm nella sua recensione dell'opera di Gesenius a esprimere diverse perplessità in merito al lavoro fatto riguardo alla Stele.. Secondo lo studioso due letture alternative sarebbero ugualmente possibili, una più vicina a Gesenius e una ad Arri. Egli propose quindi due traduzioni:

Prima traduzione dell'autore Seconda traduzione dell'autore 12345678 Domus principis,qui et dux, quempater Sardon beavit,huic paxobtingat,Malchuttano, filioprincipis, filii ducisL-ae Tartessoexpulsus est hic,in Sardinia pacefruitur hic; paxobtingitMalchuttano, filioprincipis, filii ducisL-ae