Biografia Nasce a Barcellona Pozzo di Gotto. È ad oggi considerato come il capo dell'ala militare del clan barcellonese nei primi anni 2000. Venne soprannominato "u cacciaturi".
Secondo le sue stesse dichiarazioni, ha iniziato nel 1989 a svolgere furti, rapine, intimidazioni ed estorsioni, per poi eseguire dal 1992 in poi, decine di omicidi. Tra questi quello che fece più scalpore fu l'omicidio Sboto, in cui alla vittima accusata di numerosi furti, furono tagliate entrambe le mani post-mortem, come segnale forte che facesse comprendere che a Barcellona e dintorni i furti così come lo spaccio dovevano essere autorizzati dal clan. Questo è stato uno dei pochi episodi in Sicilia, di simbolismo mafioso così accentuato.
Venne tratto in arresto dal 1993 al 1995, anno in cui fu scarcerato per insussistenza di prove, e venne assolto nel 2000. Ammise in seguito che la famiglia mafiosa aveva corrotto le indagini creando falsi testimoni.
Secondo quanto da lui rivelato nel corso della collaborazione con la giustizia: nel 1996 viene nominato tra gli ambasciatori della famiglia barcellonese presso le altre famiglie di Cosa Nostra, venendo a contatto con Antonino Santapaola, Enzo Santapaola, Piero Santapaola e Santo La Causa per Catania, Domenico Virga per la provincia di Palermo, e Francesco La Rocca per quanto riguarda le zone di Caltagirone. Sempre nel medesimo periodo ha affermato di aver fatto da mediatore tra i La Rocca di Caltagirone ed i Santapaola di Catania che rischiavano una guerra di mafia. Tramite Giuseppe Gullotti (ritenuto ai vertici del clan barcellonese), D'Amico ha avuto rapporti anche con Sebastiano Rampulla di Mistretta e Giuseppe Farinella di San Mauro Castelverde.
Nel 2002 circa, dopo l'arresto di Gullotti, il comando del clan barcellonese nel complesso si indicò nelle figure di Sem Di Salvo e Giovanni Rao, i quali non erano ben visti da D'Amico per ragioni di pagamenti di denaro in sospeso. Quest'ultimo, secondo quanto da lui stesso dichiarato, fissò a tal proposito un incontro, minacciando ritorsioni se non fossero cambiate le politiche di gestione del clan. I due accolsero le sue richieste, poiché era diventato troppo potente all'interno della famiglia mafiosa Barcellonese.
Nel 2007 a suo dire, è stato nominato dai Lo Piccolo di Palermo come referente di Cosa Nostra per la provincia di Messina, anche se, a Palermo si recava mensilmente Tindaro Calabrese al suo posto.
Dopo l'arresto avvenuto nel 2009, ha trascorso due anni in cella con Nino Rotolo, ritenuto boss del quartiere palermitano di Pagliarelli, e considerato vicino a Bernardo Provenzano. Anche per questo motivo le sue dichiarazioni vengono considerate particolarmente affidabili e si basano in parte su quanto appreso dal boss Rotolo.
Nel luglio 2014 ha intrapreso la collaborazione con la giustizia. Si aprì in seguito una campagna di scavi sul torrente Patrì, all'altezza di Rodì Milici per rinvenire i corpi delle vittime di mafia che secondo il pentito sarebbero stati sepolti lì. Ha riferito di essersi riservato alcune informazioni durante le prime fasi del pentimento poiché la sua famiglia non si trovava ancora in località protetta, ed era intimorito per eventuali ritorsioni nei loro confronti da parte di Cosa Nostra, ma anche da parte dei cosiddetti servizi segreti, da lui definiti "in grado di arrivare ovunque e simulare suicidi e morti naturali". A tal proposito ha fatto delle dichiarazioni discutibili, presumendo che i servizi segreti abbiano usato la mafia come braccio militare per le stragi degli anni '90 e che abbiano in seguito appoggiato l'ascesa politica di Silvio Berlusconi.
D'Amico ha definito il magistrato Nino Di Matteo, interessato alla trattativa stato-mafia, come un "sopravvissuto". Sempre in merito a tale trattativa, il D'Amico rivela la sua versione secondo la quale fu Bernardo Provenzano a scrivere un papello con le indicazioni da fornire allo Stato per far finire l'era delle stragi.
Ha inoltre sostenuto che la morte di Attilio Manca (urologo) fosse un omicidio di matrice mafiosa, perché il medico avrebbe avuto come paziente il boss latitante Bernardo Provenzano. Secondo la sua versione, però, l’uccisione sarebbe avvenuta con il coinvolgimento dei servizi segreti: a compierla sarebbe stato un ufficiale del Sisde, soprannominato “u calabrisi”, vicino all’associazione barcellonese Corda Fratres, ritenuta contigua ad ambienti massonici e mafiosi, e di cui fecero parte i barcellonesi ritenuti contigui a Cosa Nostra: Gullotti e Cattafi.
Note