La Tomba di Antenore è un’edicola monumentale situata a Padova, di fronte al palazzo della Prefettura. Fu eretta per ospitare dei resti rinvenuti durante alcuni scavi urbani, che il notaio, poeta e giudice Lovato de' Lovati attribuì al mitico fondatore troiano della città, Antenore. Il monumento è costituito anche da un sarcofago rialzato e protetto da una copertura piramidale. Sebbene le analisi scientifiche abbiano ricondotto le spoglie a un guerriero di epoca tardo antica, l'opera conserva un profondo valore simbolico. Essa rappresenta infatti il tentativo della comunità padovana di nobilitare la propria identità storica attraverso il richiamo al mito classico. A fianco del monumento sorge inoltre l'arca funebre dello stesso Lovato de' Lovati.
Storia Secondo la tradizione, l’arca contenente le presunte spoglie di Antenore sarebbe stata rinvenuta nel 1274 durante lavori edilizi a Padova, nei pressi di via Cesare Battisti, durante gli scavi per le fondazioni della Ca’ di Dio (ospizio per esposti), nello stesso anno. Il responsabile dei lavori di scavo, il cosiddetto comandadore, era un Capra, mentre Lovato de' Lovati (1240–1309) fu promotore dei lavori. La scoperta fu accompagnata da un’atmosfera di grande suggestione popolare: si diceva infatti che si fosse avverata un'antica profezia di Merlino, secondo cui Antenore si sarebbe risvegliato quando «la Capra parlerà e 'l Lovo ghe responderà». Il richiamo ai nomi del capomastro Capra e di Lovato (il "Lovo") rese l'identificazione dello scheletro con l'eroe troiano immediata e indiscutibile per la mentalità dell'epoca.
Una versione alternativa narra del ritrovamento fortuito presso il ponte di Santo Stefano, accompagnato da un’iscrizione identificativa. Tuttavia, fonti precedenti attestano la presenza della tomba già prima di tale data: Brunetto Latini, nel Tresor (1260–1266), menziona infatti la sepoltura di Antenore a Padova. Anche il giurista Odofredo farebbe riferimento alla stessa tradizione.{ "type": "FeatureCollection", "features": [
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Durante gli scavi venne rinvenuto un sarcofago di piombo, racchiuso in una cassa lignea di cipresso contenente resti umani accompagnati da una spada, nei quali si volle riconoscere la figura dell’eroe troiano Antenore, ritenuto fondatore della città. Le informazioni su tali ritrovamenti risultano incerte, ma il loro esito appare più definito: per accogliere le presunte spoglie di Antenore fu eretta l’omonima tomba, tuttora esistente, per volontà del poeta Lovato Lovati, mentre il tesoro monetale, ossia due caldaie piene d’oro, venne suddiviso, come riferito da due diverse fonti, tra scopritori e autorità civili ed ecclesiastiche. Il valore era di circa lire, ma solo 17.000 di queste vennero lasciate alla nascente Ca’ di Dio e il resto spartito tra vescovo e Comune. Per quanto concerne la natura delle monete, non si può escludere che si trattasse di emissioni auree medievali, forse di provenienza orientale (bizantina o islamica) o occidentale, queste ultime reintrodotte in Europa pochi decenni prima. Tuttavia, appare più plausibile l’ipotesi di un grande ripostiglio di monete d’oro romane, repubblicane o imperiali (tra 5000 e 6000 aurei o oltre 9500 solidi), similmente ad altri rinvenimenti documentati nel Mediterraneo.
Dunque il tesoro completamente disperso colpisce per l’entità del deposito e per le possibili circostanze del suo occultamento, verosimilmente legate a eventi di natura militare. La straordinarietà della scoperta contribuì inoltre alla diffusione di racconti e tradizioni locali, tra cui quella di una maledizione associata ai suoi scopritori, e alla sua trasformazione in un vero e proprio topos della memoria cittadina.
L'ipotesi sull'identità dei resti è stata nei secoli oggetto di numerose leggende, dal vero eroe troiano a un guerriero ungaro; quest'ultima ipotesi venne criticata aspramente dal Fabris, il quale affermò "..gli ungari passarono di qui come una raffica e non avrebbero avuto il tempo di provvedere a una tale sepoltura e, pur avendolo, quei terribili distruttori di chiese e di monasteri non l'avrebbero ma collocata accanto a una chiesa". Dunque, la critica sostiene invece che le spoglie potessero appartenere "a qualche illustre cittadino, vissuto prima che la città cadesse in mano dei Longobardi.", ipotesi che è stata radicalmente smentita dalle indagini archeologiche di datazione.
Sembra inoltre che nel 1334 Alberto della Scala facesse ordinare di aprire ufficialmente l’arca di Antenore, ove rinvenne la spada d’oro in cui era inciso: Cum super A sumes primum tibi Dardane gramma auxilium a superis subito tibi numine clama. La leggenda narra che egli la chiedesse in dono per sé al popolo. Nel sarcofago si trovò anche una lamina di bronzo con l'incisione: Hic iacet Antenor Patavinus conditor urbis.
Antenore e la leggenda della fondazione di Padova Nella mitologia Antenore fu un consigliere troiano, il quale, durante l'assedio, raccomandò la restituzione di Elena ai Greci. In cambio di ciò, fu risparmiato dai vincitori. Nella storia tràdita in epoca romana egli portò con sé gli Eneti dalla Paflagonia, i quali avevano perduto il loro re a Troia, e, stabilendosi all'estremità dell'Adriatico, fondò la città di Padova.
Virgilio attribuisce esplicitamente ad Antenore, sfuggito dalle mani degli Achei, la fondazione di Patavium, la scelta del nome per la sua stirpe e l'affissione delle armi troiane nel nuovo tempio.
Oltre al racconto epico del poeta latino, il mito si ricollega anche alla storiografia di Tito Livio (Ab Urbe condita, I, 1), il quale offre una prospettiva complementare:
Nella città di Padova, presso il Ponte delle Torricelle in via Roma, sul palazzo al civico 126, è presente un'altra iscrizione concernente Antenore.
Demolizioni ottocentesche Nei pressi del ponte romano di San Lorenzo, al fine di creare uno spazio prospettico davanti al Palazzo del Governo, fu avviata in due fasi la demolizione degli edifici situati tra la facciata del palazzo e via San Francesco..
In una prima fase venne abbattuta la porzione occidentale dell’isolato, compresa tra Corte Santo Stefano e la riviera, ovvero l’area più vicina al ponte romano. Gli edifici demoliti erano costituiti da modesti fabbricati che si affacciavano su via San Francesco con un portico di discreta ampiezza ed eleganza, sotto il quale si trovavano alcune attività commerciali note in città. Le demolizioni suscitarono un ampio dibattito tra enti culturali e opinione pubblica circa la conservazione della Tomba di Antenore. L’ingegnere Nino Gallimberti suggerì il trasferimento della tomba presso la chiesa di Santa Sofia, inserendola in un nuovo contesto scenografico. Altre soluzioni prevedevano invece il mantenimento in situ: tra queste, il progetto del dottor Oliviero Ronchi, vice-direttore del Museo Civico, tradotto in un bozzetto dallo scultore Antonio Penello, e quello dell’architetto Angelo Pisani, caratterizzato da un intervento di forte resa visiva ma tecnicamente contenuto. La Regia Accademia di Padova, infine, in una seduta del 1º gennaio, espresse parere favorevole al mantenimento del monumento nella sua posizione originaria, almeno fino a una decisione definitiva..
La Regia Soprintendenza di Venezia elaborò un progetto di sistemazione in situ, che prevedeva la realizzazione di un porticato di raccordo tra il monumento e l’edificio retrostante, l'odierno Museo di Palazzo Santo Stefano, al fine di evitare l’isolamento dell’edicola al centro della piazza. Di tale progetto venne approvata ed eseguita la parte relativa al restauro della tomba e del muro di appoggio, mentre la realizzazione del portico fu rinviata a una successiva valutazione ministeriale.
Nel frattempo, i lavori di demolizione proseguirono sotto la direzione dell’ingegnere capo Cesare Vergani e la supervisione dell’ingegnere Aldo Gennari da Lion dell’Ufficio tecnico comunale, con particolare attenzione alla tutela del monumento nel contesto delle trasformazioni urbanistiche.
Epoca fascista Nel corso del progetto di sistemazione della piazza, la tomba di Antenore fu isolata, lasciando alle sue spalle il muro al quale era originariamente addossata. Tale parete, costruita in gran parte con mattoni romani (sesquipedali), si trovava in condizioni precarie a seguito della demolizione degli edifici adiacenti, rendendo necessari interventi di puntellamento e monitoraggio da parte del Comune per evitarne il crollo..
Il soprintendente Ferdinando Forlati manifestò preoccupazioni non solo per la stabilità strutturale, ma anche per l’impatto estetico della muratura. Una volta consolidata la parete, si pianificò un intervento diretto sulla tomba, al quale contribuì anche Giovanni Fabris con numerose proposte, tra cui il restauro del sarcofago finalizzato all’esplorazione del suo contenuto. Fabris suggerì di accedere all’interno attraverso una frattura visibile su uno dei lati; tuttavia, i restauri successivi (1985) dimostrarono che si trattava di una lesione superficiale. L’accesso al sarcofago risultava pertanto possibile solo mediante il sollevamento del coperchio o tramite un foro d’ispezione. Il sollevamento, però, presentava notevoli difficoltà tecniche, legate allo spazio limitato e al peso del manufatto, e non esistono testimonianze attendibili di operazioni di questo tipo. Inoltre, anche l’ipotesi di dell’apertura nel 1334, alla presenza di Alberto della Scala, è considerata poco plausibile: in tal caso, l'unica modalità praticabile sarebbe stata il sollevamento del coperchio.. È stata quindi avanzata l’ipotesi che il tassello di chiusura sia stato aperto solo negli anni Trenta del XX secolo, in seguito alla demolizione delle strutture adiacenti, che rese finalmente accessibile quella parte del monumento. Le condizioni della cassa e dello scheletro suggeriscono che tale intervento, se avvenuto, fu condotto in modo non documentato e con scarsa attenzione conservativa.. La rimozione del tassello, effettuata con cautela dai tecnici della ditta R.W.S., ha portato alla scoperta di una cassa lignea, leggermente inclinata e ruotata verso nord-ovest. La cassa poggiava a sud su un travetto ligneo, mentre a nord sfiorava un secondo supporto senza appoggiarvisi. Il fondo del sarcofago era costituito da due tavole affiancate, caratterizzate da numerosi fori, forse destinati all'aerazione. Il coperchio, rinvenuto ribaltato lateralmente, conservava chiodi di ferro piegati verso l’esterno, indicando una rimozione violenta..
Sul lato lungo della cassa è stato individuato un sigillo in ceralacca rossa, danneggiato e di difficile lettura, raffigurante tre torri. Le tracce epigrafiche suggeriscono un collegamento con la tradizione sigillare padovana, pur in assenza di alcuni elementi tipici del sigillo comunale noto, facendo ipotizzare una variante più antica.. Un secondo sigillo, meglio conservato e collocato sul coperchio, presenta una raffigurazione analoga ma più definita, con tre torri (la centrale più alta), il nome PADVA e una legenda leggibile. Fonti seicentesche attestano l’esistenza di un sigillo simile conservato nella Cancelleria cittadina. Sulla base dei confronti tipologici, entrambi i sigilli possono essere datati con buona probabilità alla seconda metà del XIII secolo. Essi potrebbero essere stati apposti dal Comune di Padova come forma di autenticazione e garanzia della chiusura della cassa contenente le presunte spoglie attribuite ad Antenore.
Restauri anni ottanta