Le sang bêtes è il primo documentario che Georges Franju realizza da solo a quindici anni di distanza dopo Le Métro che aveva realizzato insieme a Henri Langlois. La tematica violenta fa da contraltare a immagini poetiche di vita e di arte e Franju osserva «l'atroce lavoro di squartatori e addetti al lavaggio che agiscono "senza collera e senza odio", come recita il commento alle immagini citando Charles Baudelaire». Franju, che amava gli animali, ha voluto mostrare con realismo assoluto una situazione estrema per amore della verità e anche per uno sguardo poetico sulla cruda realtà.
Trama Dalla periferia di Parigi con i suoi mercati di oggetti decontestualizzati dalla storia e reintrodotti alla curiosità dei visitatori, frequentata da bambini, artisti e innamorati, si penetra all'interno del mattatoio Vaugirard dove si trova il confine tra la vita e la morte degli animali da macello, visti prima vivi, poi nel momento in cui vengono uccisi con gli strumenti del mestiere puntualmente descritti, e poi macellati. Soltanto la città respira e a volte la macchina da presa si sposta nel quotidiano come a coprire l'incubo che si dispiega nella sua fredda scansione. La canzone di Charles Trenet, La mer, che chiude il film, diventa così nient'altro che il canto di lavoro dei macellai.
Accoglienza
Lo stesso regista in un'intervista ha parlato dell'accoglienza di Le Sang des bêtes. Inizialmente tolto dalla circolazione la «prima proiezione è stata fatta a Venezia. Era stato selezionato per il Festival di Venezia ed è stato proiettato per errore nel corso di una matinée per ragazzi: è stato un successo di risate enorme! L'ho mostrato in seguito a dei bambini... Loro adorano gli animali. Ridono molto. Il film non è mai uscito nel circuito pubblico, è sempre stato proiettato nei cineclub o alla Cinémateque ».Jean Cocteau (intervista di), Sur Le sang des bêtes (1949), Cahiers du cinéma n.149, Novembre 1963, versione italiana in Andrea Martini (a cura di), Georges Franju, Fondazione Pesaro Nuovo Cinema Onlus e Editrice Il Castoro, 1999, pp. 138-141
Alla Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro presentando Georges Franju quale papà delle nouvelle vague o quasi, Mariuccia Ciotta su Il manifesto scrive quanto la ricerca del regista sia coerente. «Mitico e mai visto, Franju è il regista dell'orrore estremo che usa la fiction per trascinare l'occhio verso l'esplosione della realtà. E non viceversa. [...] Nel suo documentario sul mattatoio Le sang des betes l'effetto è di nuovo inguardabile».
Critica Bernard Eisenschitz ha avuto modo di scrivere: «Ma il film è anche figlio della sua epoca: tre anni prima le immagini dei cinegiornali sull’apertura dei campi di sterminio avevano sconvolto gli spettatori».
Note
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Categoria:Film documentari