Palazzo Birago di Vische è un edificio storico di Torino costruito dall'architetto Antonio Talentino nel 1839 https://sigecweb.beniculturali.it/sigec/item/print/ICCD14436033, in via Verdi angolo via Vanchiglia nell'isola (isolato) di San Valeriano , per conto del marchese Carlo Birago di Vische.
È vincolato dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0100022240.
Storia La famiglia Birago è nota alle cronache dal 942 e ha origine nel milanese. Grazie al matrimonio avvenuto nel 1558 tra Carlo Birago e Laura Guiscardi San Martino de Candia, ultima discendente ed erede di una potente famiglia sabauda, un ramo della famiglia si trasferì presso lo Stato Sabaudo, suddividendosi negli anni successivi in due sottorami: quello dei Birago di Borgaro (proprietari del Palazzo Birago di Borgaro in via Carlo Alberto e fino al 1564 del Castello del Valentino) e quello dei Birago di Vische.
Il marchese Carlo Emanuele Birago di Vische, figlio terzogenito del Marchese Enrico, investito del feudo di Vische nel 1791, e di Luigia, figlia del conte Francesco Perrone di San Martino, nel 1839 acquistò dalla città di Torino per un ammontare di lire 18.541,67 il terreno su cui avrebbe fatto sorgere il Palazzo , dando mandato all’architetto Antonio Talentino di costruire, per sua dimora cittadina, un immobile «con i caratteri di residenza borghese in stile neoclassico» dal sito della Soprintendenza. Il luogo era adatto per poter controllare agevolmente la vigna collinare, posta di fronte, che apparteva alla casata, oggi ricordata come «Villa Genero».
A Torino il marchese era personaggio di spicco della corte Sabauda (re Carlo Alberto nel 1868 lo nominò Gentiluomo di camera), e la famiglia lasciò imponenti risorse per opere destinate al sostegno e sollievo della povertà e della malattia, tra le quali si ricorda il Sanatorio Birago di Vische a lungo operante in seno all’Ospedale Amedeo di Savoia . Profondamente conservatore, contrario allo Statuto Albertino, avverso alle Leggi Siccardi, diffuse e difese i suoi ideali e principi, fondando e finanziando il giornale “La Nazione” e la celeberrima e combattiva testata “L’Armonia” (titolo completo “L’Armonia della Religione con la Civiltà”) animata da un cattolicesimo forte e intransigente, che aveva sede e macchine tipografiche proprio nel palazzo. Eletto nel 1857 deputato al Parlamento subalpino, le sue posizioni intransigenti determinarono l’annullamento dell’elezione per “coazione clericale" Gustavo Mola di Nomaglio, v..
Nel 1847 il marchese commissionò all'architetto Ferdinando Reycend un edificio triangolare adiacente al palazzo, che costituisce la punta del triangolo delimitato da via Verdi e corso San Maurizio , da adibire a feste e convivialità ma anche per ospitare i carbonari, come infatti avvenne tra i locali del Caffè del Progresso che trovò spazio al piano terreno e nei due piani sotterranei. Oltre a Camillo Cavour, Giuseppe Garibaldi e Costantino Nigra passò in incognito nei locali anche Vittorio Emanuele II con i suoi generali Lamarmora, Galletti e Cialdini; all’altezza della seconda sala sotterranea si dipartivano due distinte gallerie che collegavano il casino, rispettivamente, con i Murazzi del Po e con il contiguo palazzo Birago di Vische, da cui si procedeva sino a Palazzo Madama, dal quale si poteva infine raggiungere in un attimo Palazzo Reale . Nel palazzo Birago di Vische abitò per qualche periodo l'amante di Vittorio Emanuele II, Rosa Vercellana detta la Bela Rosin, proprio per poter sfruttare i collegamenti sotterranei dei palazzi e incontrarsi indisturbata con il re Renzo Rossotti, Le strade di Torino. Una guida alfabetica alla storia, ai segreti, all’arte, al folclore, vol. 5, Roma, Periodici Localo Newton, p. 1174. Il casino Birago di Vische venne soprelevato di un piano nel 1854, su progetto dell'architetto Carlo Trocelli, dopo che una proposta di Alessandro Antonelli venne rifiutata nel 1850 .
Nel 1879 vennero eseguite opere di sistemazione della manica interna.
L'edificio all'inizio del '900 passò in proprietà alla famiglia Soldati, Conti di Ferrara, e da questi al Comune di Torino che nel 1934 diede inizio a lavori di sistemazione interna dei locali e di soprelevazione di tutto l’edificio realizzate su progetto dell’ingegner Felice Bardellli e dell’Architetto Domenico Morelli, e nel 1981 lo attribuì all'Ospedale Amedeo di Savoia.
Dal 1993 il piano nobile ha ospitato l’Associassion Piemonteisa, ente senza scopo di lucro che studia e promuove le tradizioni e la storia regionali, come la «regia» del falò annuale di San Giovanni, che ha curato una ristrutturazione finanziata con 190 milioni di lire dall’associazione stessa. Nel palazzo è ospitata una preziosa collezione di volumi (18mila) sulla storia, la lingua e la musica piemontese.
Nel 2016 gli ufficiali giudiziari hanno imposto lo sfratto esecutivo alla associazione, che nel frattempo aveva accumulato un debito da 50mila euro nei confronti di Atc del Piemonte Centrale, l’agenzia regionale che gestisce gli immobili di edilizia sociale dell’area metropolitana, che all’inizio degli anni Duemila era subentrata nella gestione dell'immobile .
Attualmente lo stabile ospita una trentina di inquilini e versa in uno stato di trascuratezza e degrado. La vicina scuola media Calvino ha «adottato» il palazzo nell’ambito dell’iniziativa La scuola adotta un monumento.
Descrizione L’edificio è a 5 piani fuori terra, di cui l’ultimo sopraelevato. La pianta del complesso è ad L facendo angolo su via Verdi e Via Vanchiglia, a doppio corpo di fabbrica con un cortile. Le scale di accesso agli appartamenti, otto per piano, sono tre. Gli orizzontamenti sono realizzati con volte a padiglione e solai in legno. Il tetto è del tipo alla piemontese.
L'ingresso su via Vanchiglia è impreziosito da due colonne con capitelli corinzi. Nel cortile è presente una fontana a forma di grotta, installata nel 1844.
Note
Bibliografia Gustavo Mola di Nomaglio, Palazzo Birago di Borgaro. Una dimora juvarriana per la Camera di Commercio di Torino, Centro Studi Piemontesi, Torino 2019
Collegamenti esterni Quando Antonelli fece un casino di Francesca Perlo
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