La cultura di Botai è una cultura archeologica della preistoria dell'Asia centrale settentrionale, datata a circa il 3700-3100 a.C. Prende il nome dall'insediamento di Botai, situato nell'attuale Kazakistan settentrionale. Oltre al sito eponimo, questa cultura è rappresentata da altri due importanti siti archeologici: Krasnyj Yar e Vasilkovka.
Il sito di Botai sorge lungo il fiume Imanburlyq, un affluente dell'Išim, e comprende almeno 153 abitazioni seminterrate. L'insediamento è stato parzialmente danneggiato dall'erosione fluviale, un processo tuttora attivo, nonché dalle attività di gestione delle aree boschive circostanti.
Archeologia La cultura di Botai si sviluppò durante la transizione da uno stile di vita nomade basato sulla caccia e sulla raccolta, con lo sfruttamento di numerose specie selvatiche, a una forma di sedentarietà in cui l'alimentazione dipendeva in larga misura dalla carne di cavallo. Gli insediamenti erano costituiti da abitazioni scavate nel terreno e risultavano relativamente grandi e permanenti; il più esteso era proprio quello di Botai, che contava oltre 160 case. La popolazione di Botai è stata associata alle più antiche testimonianze conosciute di allevamento dei cavalli. All'interno e nei dintorni degli insediamenti sono state rinvenute enormi quantità di ossa equine, insieme a strutture interpretabili come recinti e a grandi accumuli di letame di cavallo. Questi elementi suggeriscono che gli abitanti di Botai allevassero cavalli e forse li avessero già addomesticati. I dati archeologici indicano inoltre che si trattava di pastori sedentari e che avevano addomesticato anche il cane.
Diversi studiosi sostengono che il processo di domesticazione del cavallo sia avvenuto localmente proprio nell'ambito della cultura di Botai... In passato si riteneva che la maggior parte dei resti appartenesse invece a cavalli selvatici (Equus ferus), cacciati con archi, frecce e lance. Tuttavia, nel 2009 sono state pubblicate prove che hanno rafforzato notevolmente l'ipotesi della domesticazione: alcuni frammenti ceramici conservavano tracce di latte di giumenta e numerose ossa equine mostravano caratteristiche compatibili con animali allevati. Questi dati indicano che già intorno al 3500 a.C., circa un millennio prima di quanto si pensasse in precedenza, gli abitanti di Botai facevano ampio uso di cavalli domestici. Analisi genetiche successive hanno però dimostrato che i cavalli di Botai erano principalmente antenati dei moderni cavalli di Przewalski e contribuirono soltanto per circa il 2,7% al patrimonio genetico dei cavalli domestici attuali. Ciò suggerisce che il cavallo domestico moderno potrebbe essere stato addomesticato in altre regioni..
Ricerche più recenti, basate sull'analisi del tartaro dentale degli individui di Botai, hanno inoltre evidenziato l'assenza di tracce di consumo di prodotti lattiero-caseari. Questo risultato potrebbe mettere in discussione l'interpretazione tradizionale secondo cui il latte di cavalla fosse regolarmente utilizzato per l'alimentazione, sebbene la mungitura possa essere stata praticata per altri scopi, come l'allevamento dei puledri.
Uno studio pubblicato da Damgaard e colleghi nel 2018 ha confermato che i cavalli di Botai non furono gli antenati diretti del moderno Equus caballus, ma ha sostenuto nuovamente la loro domesticazione. Le mandibole equine provenienti dai siti di Botai presentano infatti tre differenti tipi di usura dentale e ossea compatibili con l'impiego di imboccature per il controllo degli animali tramite redini o briglie. Inoltre, alcuni resti appartenevano a cavalli portatori del gene TRPM1, responsabile del mantello maculato tipo «leopardato». Gli individui che possiedono due copie di questo gene soffrono anche di cecità notturna stazionaria congenita. Poiché una simile caratteristica rappresenta un grave svantaggio nelle steppe, è improbabile che tali animali si siano mantenuti spontaneamente in popolazioni selvatiche senza la protezione e la selezione operata dall'uomo.. Le variazioni del colore del mantello sono infatti considerate uno dei primi indicatori della domesticazione.
Nonostante fosse contemporanea alle culture dell'Età del Rame e della prima Età del Bronzo diffuse in altre regioni della steppa eurasiatica, negli insediamenti di Botai non sono state rinvenute prove dell'attività metallurgica. Gli utensili erano realizzati principalmente in pietra e ossa di cavallo. Si osserva inoltre una transizione dai microliti tipici delle precedenti culture di cacciatori-raccoglitori nomadi verso strumenti bifacciali di dimensioni maggiori. La ceramica della cultura di Botai presenta forme semplici; la maggior parte dei manufatti è di colore grigio e priva di rivestimento. Le decorazioni sono prevalentemente geometriche e comprendono triangoli tratteggiati, rombi e motivi a gradini. Tra gli elementi ornamentali compaiono anche punti impressi e motivi circolari.
Ricostruzione linguistica L'identità linguistica della popolazione di Botai rimane incerta. Il linguista finlandese Asko Parpola ha sostenuto che la lingua della cultura di Botai non possa essere identificata con certezza con alcuna lingua o famiglia linguistica nota. Egli ha proposto che la parola proto-ugrica *lox, che significa «cavallo», possa essere un prestito proveniente dalla lingua parlata dagli abitanti di Botai. Al contrario, Vladimir Napolskikh ritiene che tale termine derivi dal proto-tocario *l(ə)wa, con il significato di «preda» o «bestiame».
Il linguista ceco Václav Blažek ha riesaminato una proposta avanzata in precedenza da Tamaz Gamkrelidze, secondo la quale gli abitanti di Botai avrebbero parlato una lingua appartenente al gruppo ienisseiano. Secondo Blažek, alcuni dati linguistici potrebbero sostenere l'ipotesi di una patria originaria delle lingue ienisseiane nelle steppe dell'Asia centrale, prima della loro migrazione verso la Siberia. Tale lingua avrebbe potuto trasmettere al protoindoeuropeo alcuni termini relativi all'allevamento e all'equitazione, compresa forse una parola per "cavallo".
Archeogenetica
Le analisi genetiche effettuate su cinque individui di Botai, quattro maschi e una femmina, hanno evidenziato una forte affinità genetica con i cosiddetti «cacciatori-raccoglitori della Siberia occidentale» (WSHG), un gruppo genetico rappresentato da individui vissuti intorno al 5000 a.C. nella zona forestale della Russia a est degli Urali, nell'attuale oblast' di Tjumen'. Sia gli individui di Botai sia quelli WSHG derivavano principalmente da una componente ancestrale riconducibile agli Antichi Eurasiatici Settentrionali (ANE), con un contributo aggiuntivo proveniente da una popolazione dell'Asia orientale antica (AEA). Quest'ultima componente risulta leggermente più elevata nei Botai rispetto ai WSHG. Sono state inoltre individuate tracce minori di ascendenza affine ai cacciatori-raccoglitori europei orientali (EHG), a loro volta geneticamente collegati sia agli Antichi Eurasiatici Settentrionali sia ai cacciatori-raccoglitori dell'Europa occidentale.
I modelli genetici suggeriscono che la popolazione di Botai derivasse principalmente da una miscela di componenti ANE ed EHG, con un ulteriore apporto proveniente da popolazioni dell'Asia orientale antica. In una versione semplificata di questi modelli, gli individui di Botai mostrano affinità con una combinazione genetica simile a quella osservata nelle prime mummie del bacino del Tarim dello Xinjiang, che possedevano già una miscela di componenti ANE e dell'Asia orientale. Le diverse analisi stimano che il contributo genetico riconducibile all'Asia orientale nei Botai fosse mediamente pari a circa il 17% (con valori compresi tra il 12 e il 30%), mentre il resto del patrimonio genetico derivava da componenti ANE ed EHG. L'evento di mescolanza genetica che diede origine a questa popolazione sarebbe avvenuto intorno al 7000 a.C..
Un individuo denominato Botai 14, datato tra il 3517 e il 3108 a.C., apparteneva all'aplogruppo paterno R1b1a1-M478, una linea genetica oggi presente quasi esclusivamente in popolazioni non europee e particolarmente frequente nell'Asia centrale e in Siberia, soprattutto nelle regioni circostanti l'Altaj.. Un altro individuo, Botai 15 (3343-3026 a.C.), apparteneva invece all'aplogruppo paterno N-M231. Per quanto riguarda il DNA mitocondriale, il campione BOT2016 apparteneva all'aplogruppo Z1a, Botai 15 all'aplogruppo R1b1 e Botai 14 all'aplogruppo K1b2.
Due ulteriori individui analizzati nel 2015 hanno mostrato rispettivamente l'aplogruppo mitocondriale K1b2 e l'aplogruppo paterno O-M268, quest'ultimo attribuito con una probabilità del 97,1%.
Note Esplicative
Bibliografiche
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