Il Teatro degli indipendenti (anche Teatro sperimentale degli indipendenti) fu un teatro fuori dagli schemi classici voluto soprattutto da Anton Giulio Bragaglia che, negli anni Venti del XX secolo, portò una serie di novità nell'arte scenica e visiva, nella rappresentazione teatrale e nella danza; Bragaglia vi allestì all'incirca 150 spettacoli fino al 1936.

Storia Bragaglia, dopo l’esperienza della Casa d'Arte Bragaglia, progettò un teatro che unisse sperimentazione artistica e sostenibilità economica, attirando sia ambienti modernisti sia un pubblico borghese. Nel teatro degli indipendenti convivevano giovani artisti e intellettuali, impegnati in discussioni sulle innovazioni sceniche, e frequentatori più facoltosi che contribuivano al sostegno finanziario dell’iniziativa. Alla guida del teatro, Bragaglia si distinse per il rinnovamento della scenotecnica, dell’illuminazione, della coreografia e delle tecniche fotografiche e cinematografiche, contribuendo a modernizzare il panorama teatrale e cinematografico italiano.

Le intenzioni di Bragaglia non furono quelle di creare un nuovo teatro, sia pure d'avanguardia, ma di rivoluzionare le espressioni artistiche che venissero ad intersecarsi, mischiarsi, interagire con lo scopo di dare vita a nuove esperienze artistiche: la prosa, costituita da atti unici, si alternava al ballo e alle pantomime, tanto che il teatro poteva definirsi una sorta di "music-hall" di grande livello frequentato anche dalla nobiltà e dagli ambasciatori. Egli rivoluzionò pure gli orari: il teatro apriva alle 21 circa e chiudeva alle 8 di mattina. Tutto ciò fu ben chiaro fin dalla serata inaugurale del 18 gennaio 1923: una scena di marionette e musica, cui seguì Siepe a nordovest di Bontempelli, canzoni del XVII secolo, quindi l'opera Les petits riens di Mozart nella versione di Nicola Moscardelli, la pantomima La torre rotta un atto di Guido Sommi Picenardi, alcune danze con la famosa Jia Ruskaja e Lena Ertel. Le scenografie futuriste furono molto apprezzate e venne applaudita l'attrice Iolanda Migliori, nota per aver girato film muti.

Nei mesi successivi mise in scena la novella La fantasima, una specie di mimogramma nella danza e nelle arti perfomative, uscita dalla creatività dello stesso Bragaglia insieme a Sebastiano Arturo Luciani, ideata sulla base di canzoni italiane del XVI secolo, con scene e costumi del Marchi e con l'interpretazione di Anita Amari, che ebbe un successo entusiastico. Lo stesso Luigi Pirandello scrisse per il teatro il dramma L'uomo dal fiore in bocca, dove lui stesso diresse le prove degli attori. Da allora, con la sua direzione, Bragaglia poté vantare danzatori celebri d'ogni paese, ospiti dei suoi spettacoli, per i quali occorre precisare che, oltre alla musica, introdusse nei balletti, mimodrammi e danze di varia natura anche i rumori come quello della pioggia, vento, tuoni per riempire il silenzio: non dimentichiamo infatti che erano le stesse esigenze del cinema che fino alla fine degli anni Venti era muto.

Bragaglia allestì per il teatro circa 150 spettacoli e vari intrattenimenti musicali. Oltre a quelli più tipicamente futuristi di Marinetti, Emilio Settimelli, Bruno Corra, vennero rappresentate opere di Luigi Pirandello, Rosso di San Secondo, ma fu anche uno stimolo per nuovi autori ed artisti emergenti quali Achille Campanile, Ardengo Soffici, Antonio Aniante, Francesco Trombadori, Riccardo Francalancia, Luigi Bartolini, Mario Mafai, Riccardo Bacchelli. Il Teatro si aprì anche ad autori stranieri: Jules Laforgue, Alfred Jarry, Eugene O'Neill, Karel Čapek, Carl Sternheim, Arthur Schnitzler, Guillaume Apollinaire, Frank Wedekind e perfino L'opera da tre soldi di Bertolt Brecht.

Quegli anni molto intensi crearono alla Casa d'Arte, ma anche al teatro, notevoli crisi finanziarie. Inoltre, non fu scevra dalle critiche del regime fascista sulla troppa libertà creativa dei Bragaglia, soprattutto in merito ai "locali notturni". Anton Giulio, per cercare di far fronte alle perdite, intraprese una tournée teatrale e artistica in SudAmerica, affidando le attività romane al fratello Carlo Lodovico, il quale aveva seguito le vicende fin dall'apertura nel 1923. Tutto ciò però non fu sufficiente. Nel 1930 venne decisa la chiusura, mettendo tutto all'asta. Qualche critico estende l'attività del Teatro Sperimentale degli Indipendenti fino al 1936 ma, forse, probabilmente, con questa sigla si tennero spettacoli e balletti in altre sale romane.

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