Lo scontro della Cascina Spiotta è stato un conflitto a fuoco avvenuto il 5 giugno 1975 in località Cascina Spiotta, nel comune di Melazzo (nei pressi di Acqui Terme, in provincia di Alessandria), tra una pattuglia dell'Arma dei Carabinieri e due militanti delle Brigate Rosse. L'episodio, verificatosi durante le operazioni di perlustrazione per la liberazione dell'industriale Vittorio Vallarino Gancia (sequestrato il giorno precedente), si concluse con la morte dell'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso e della co-fondatrice delle BR Margherita "Mara" Cagol, oltre al grave ferimento del tenente Umberto Rocca e del maresciallo Rosario Cattafi. Il secondo brigatista presente sul posto riuscì a fuggire tra i boschi. L'evento rappresentò un cruciale punto di svolta storico all'interno degli Anni di piombo, segnando l'inizio di una fase di forte militarizzazione e inasprimento della violenza da parte dell'organizzazione armata delle Brigate Rosse. A più di cinquant'anni di distanza, la vicenda è tornata al centro delle cronache per una complessa riapertura delle indagini giudiziarie.

Antefatti Il sequestro Gancia Nel corso del 1975, le Brigate Rosse pianificarono una serie di sequestri di persona a scopo di autofinanziamento, necessari a sostenere la crescita logistica e militare dell'organizzazione. Il 4 giugno 1975, un nucleo armato brigatista rapì l'industriale vinicolo Vittorio Vallarino Gancia lungo la strada tra Canelli e Acqui Terme. L'ostaggio venne immediatamente trasferito e nascosto presso la Cascina Spiotta, una casa colonica isolata situata sulle colline di Melazzo, acquistata precedentemente dall'organizzazione sotto falso nome. La gestione e la custodia dell'ostaggio vennero affidate a Margherita Cagol (nome di battaglia "Mara") e a un secondo militante rimasto a lungo non identificato dalle forze dell'ordine.

Il conflitto a fuoco La mattina del 5 giugno 1975, una pattuglia dell'Arma dei Carabinieri impegnata nelle ricerche dell'industriale — composta dal tenente Umberto Rocca, dal maresciallo Rosario Cattafi e dagli appuntati Giovanni D'Alfonso e Pietro Barberis — notò una Fiat 127 parcheggiata nel cortile della Cascina Spiotta. I militari decisero di avvicinarsi all'edificio per effettuare un controllo d'identità, ma, a quel punto, i due brigatisti tentarono un'improvvisa sortita all'esterno nel tentativo di guadagnare la fuga. Ne scaturì un violento scontro ravvicinato, iniziato con il lancio di una bomba a mano di tipo SRCM da parte dei clandestini e proseguito con un intenso scambio di colpi d'arma da fuoco.

Bilancio dello scontro L'appuntato Giovanni D'Alfonso venne colpito da numerosi proiettili; trasportato in ospedale in condizioni disperate, morì l'11 giugno 1975 dopo alcuni giorni di agonia. Il tenente Umberto Rocca subì ferite gravissime a causa dell'esplosione della bomba a mano, perdendo un braccio e un occhio. Rimase ferito, in modo meno grave, anche il maresciallo Cattafi. L'appuntato Barberis rimase illeso. Margherita Cagol rimase uccisa sul posto, colpita dai proiettili della pattuglia dei Carabinieri durante lo scontro nel cortile, ma, probabilmente per un eccesso di vendetta, non si esclude fosse stata giustiziata da un militare sull’aia della cascina Spiotta. Il secondo brigatista, benché ferito, riuscì a dileguarsi nella fitta vegetazione circostante, facendo perdere le proprie tracce. L'ostaggio Vittorio Vallarino Gancia, rimasto rinchiuso all'interno della cascina durante la sparatoria, venne liberato incolume dai Carabinieri subito dopo la fine del conflitto a fuoco.

Impatto storico e politico La morte di Margherita Cagol ebbe un profondo impatto all'interno dell'organizzazione terroristica. Le Brigate Rosse celebrarono la Cagol come la prima "martire" caduta in combattimento, diffondendo un celebre comunicato di cordoglio e di esaltazione della sua figura. Lo scontro della Cascina Spiotta è ritenuto il punto di non ritorno che accelerò la transizione delle BR verso la lotta armata, abbandonando le residue posture di propaganda operaia degli esordi a favore di una strategia di scontro frontale contro gli apparati dello Stato.

Sviluppi giudiziari successivi Per quasi cinquant'anni, l'identità del secondo brigatista sfuggito alla cattura alla Cascina Spiotta (comunemente definito dai media "Mister X") è rimasta avvolta nel mistero, nonostante svariate ipotesi investigative. Le indagini sono state formalmente riaperte dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Torino in seguito a un esposto presentato da Bruno D'Alfonso, figlio del carabiniere ucciso. Grazie all'impiego delle moderne tecnologie della Polizia scientifica, sono state effettuate nuove analisi comparative del DNA e delle impronte digitali repertate sugli oggetti e sui documenti rinvenuti all'interno della cascina nel 1975. Gli accertamenti scientifici hanno condotto gli inquirenti a identificare il secondo brigatista in Lauro Azzolini, già membro dell'esecutivo delle BR arrestato alla fine degli anni '70. Nel corso delle successive indagini e delle udienze preliminari, lo stesso Azzolini ha ammesso la propria presenza sul luogo del conflitto a fuoco.

Il processo del 2026 Il procedimento penale si è allargato oltre la figura dell'esecutore materiale, coinvolgendo i membri della direzione strategica dell'epoca per concorso morale nell'omicidio del carabiniere. La battaglia per la verità portata avanti dai familiari delle vittime ha trovato un epilogo il 19 giugno 2026, quando la Procura ha formulato le proprie richieste di condanna definitive al termine del dibattimento. I magistrati hanno chiesto la condanna all'ergastolo per Renato Curcio (marito della Cagol) e Mario Moretti, ritenuti i leader e gli organizzatori del sequestro, e di reclusione per Lauro Azzolini, con il riconoscimento delle attenuanti generiche.

Note

Bibliografia

Voci correlate Anni di piombo Brigate Rosse Margherita Cagol

Collegamenti esterni

Categoria:Brigate Rosse Categoria:Storia della provincia di Alessandria