La conoscenza della vita quotidiana degli Etruschi poggia quasi interamente sulla cultura materiale e sulle immagini. In assenza di una tradizione letteraria etrusca conservata, e di fronte a fonti greche e latine spesso esterne e tendenziose, usi e costumi si ricavano dai corredi funerari, dalla suppellettile domestica, dalla pittura tombale e dai rilievi, oggetto di studio sistematico a partire dal Settecento e dall'Ottocento (vedi Etruscologia).
Questa documentazione impone una cautela: gran parte delle immagini più ricche, a cominciare dal banchetto, riguarda un'élite ristretta, mentre una quota rilevante delle attività quotidiane, compresa la stessa preparazione del cibo, si svolgeva all'aperto e fuori dalle abitazioni. Il quadro che emerge è perciò in larga misura quello dei ceti agiati, assai diverso dalla condizione della popolazione comune.
La casa e lo spazio domestico
Durante l'età del ferro (circa 1000-700 a.C.) le popolazioni dell'Italia centrale abitavano in capanne scavate nel banco roccioso o impostate su fondazioni di pietrame, con pareti formate da pali collegati da incannucciato rivestito di argilla e tetti a quattro spioventi, talora dotati di un foro per il fumo del focolare interno; la loro forma è riprodotta nelle urne cinerarie a capanna.
La tradizionale idea di "una capanna, una famiglia" è oggi rivista: le capanne facevano parte di complessi appartenenti a un nucleo familiare o a un piccolo clan, con unità destinate all'abitazione, altre alla conservazione del cibo o alla cottura, oltre a recinti per gli animali entro uno spazio delimitato; la dimensione ridotta delle abitazioni indica che molte attività continuavano a svolgersi all'aperto. Un raro esempio di interno conservato è la capanna di Fidene, distrutta da un incendio intorno all'800 a.C.: di circa trenta metri quadrati, conteneva un focolare con alari di argilla, grandi contenitori (dolia) parzialmente interrati nel pavimento e tracce di mobilio in legno d'olmo, con la pianta suddivisa in aree di lavoro e probabilmente di riposo.
Nel corso del VII secolo a.C., in età orientalizzante, si afferma il passaggio dalla capanna alla piccola casa rettangolare a due o tre vani, documentata in siti come Acquarossa, San Giovenale, Veio e Accesa. Le tecniche costruttive restavano semplici, condizionate dalla scarsità di pietra da taglio: fondazioni in pietra, robusti pali lignei e pareti in mattoni crudi o realizzate con la tecnica del pisé, talora rifinite con un intonaco di calce; verso il 650 a.C. compaiono le coperture con tegole e coppi e i portici sul lato lungo d'ingresso. Le dimore aristocratiche più articolate si affermano in età arcaica; tra gli edifici monumentali orientalizzanti spicca il cosiddetto "palazzo" di Poggio Civitate a Murlo (circa 675-650 a.C.), dotato di un portico con annessa officina per la produzione di tessuti, ceramica e tegole.
L'evoluzione documentata a Satricum, dagli spazi aperti tra le capanne alle planimetrie a corte, è considerata all'origine della casa ad atrio poi diffusa in ambito romano: un cortile racchiuso entro l'abitazione, con apertura nel tetto (compluvium) per raccogliere l'acqua piovana in una vasca ribassata (impluvium) e in una cisterna sottostante, forma già attestata entro il VI secolo a.C.
Alimentazione
La base dell'alimentazione era costituita dai cereali, in particolare il farro, la cui abbondanza in Etruria è ricordata da più fonti romane, che menzionano anche le vigne, gli olivi e i fichi del territorio e il grano fornito a Roma durante le carestie.Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, V, 40; Varrone, De re rustica, I, 44. Erano largamente diffusi i legumi, tra cui fave, piselli, castagne e ceci, questi ultimi coltivati e importante fonte di proteine; la carne disponibile comprendeva cinghiale, maiale, pecora, bovini, capra e pollame, con relativa produzione di uova, mentre laghi, fiumi e mar Tirreno fornivano pesce, come illustra la celebre Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia (circa 530 a.C.).
Il consumo di carne appare legato in prevalenza alle classi agiate, come mostra la presenza di spiedi da arrosto in bronzo nelle ricche tombe orientalizzanti, in declino dall'età classica, e alla sfera rituale: i resti faunistici di sacrifici (maiale, capra, pecora, bovini) sono tra i più comuni presso i santuari. Tra i cibi di rango figurava il formaggio, la cui lavorazione è documentata da una ventina di grattugie di bronzo rinvenute sulle coste tirreniche, spesso in sepolture maschili di prestigio e collegate a un immaginario aristocratico di matrice omerica. Il vino occupava un posto centrale nella vita e nell'economia etrusca, attestato dalle migliaia di vasi per versare e bere e dalla diffusione delle anfore da trasporto nel Mediterraneo.
A questa immagine si lega un topos moralistico greco, riconducibile alla nozione di tryphḗ (lusso, mollezza), che descriveva la tavola etrusca come sontuosa, imbandita due volte al giorno, ricca di vasellame d'argento e servita da numerosi schiavi: un'immagine ostile che riflette il consumo aristocratico e non l'alimentazione comune.Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, V, 40, passo verosimilmente derivato da Posidonio. Sul carattere di rimprovero del riferimento alla tryphḗ nelle fonti greche si veda .
La preparazione del cibo avveniva su focolari fissi e con sostegni da cucina e bracieri portatili, ben documentati negli abitati di Acquarossa e San Giovenale; a Caere si producevano, tra la fine del VII e la fine del VI secolo a.C., bracieri decorati a cilindro-stampo, mentre a Chiusi sono attestati servizi da tavola in bucchero raccolti su un vassoio-focolare. Numerosi utensili sono inoltre raffigurati nei rilievi, come gli spiedi, le pentole, un coltello da macellaio e un pestello della Tomba dei Rilievi di Caere; molti esemplari originali sono conservati nei principali musei europei, tra cui l'Altes Museum di Berlino, il Louvre di Parigi e il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma.
Il cibo aveva anche una dimensione rituale e funeraria. Presso i santuari sono documentate offerte alimentari, come i ceci cotti deposti in un vaso a Cetamura del Chianti, mentre nelle tombe ricorrono le uova, rinvenute in alcuni bracieri funerari insieme a carboni e vasellame e raffigurate nella pittura tombale, con un probabile valore simbolico di status e di rinascita. Abbigliamento e calzature
L'abbigliamento è ricostruibile dalla pittura tombale, dalla statuaria e dai rilievi, e in misura minore dai tessuti conservati, che sopravvivono per lo più come tracce mineralizzate a contatto con oggetti metallici e più di rado in forma organica, come nel cenotafio di Sasso di Furbara presso Cerveteri e nelle tombe di Casale Marittimo; lo studio fondamentale in materia è Etruscan Dress di Larissa Bonfante.
I più antichi indumenti conservati provengono da Verucchio, dove sono stati rinvenuti gli unici esemplari villanoviani quasi integri, tra cui i due mantelli semicircolari con bordo a tavolette della cosiddetta Tomba del Trono (circa 700 a.C.). Almeno fino al VI secolo a.C. l'abbigliamento maschile comprendeva il perizoma, espressione di un certo pudore italico, mentre entrambi i sessi indossavano mantelli rettangolari e semicircolari (le tebennae), tuniche di varia lunghezza, copricapi a punta, tra cui il femminile tutulus di forma conica, e sandali. Di età post-villanoviana è invece lo stivaletto allacciato dalla punta rialzata (calcei repandi), considerato l'elemento più caratteristico del costume etrusco tra il 550 e il 475 a.C. circa. Secondo Bonfante derivò da una forma di endromides greche, stivali alti e allacciati attestati su figure spartane e ioniche e giunti forse in Etruria attraverso le colonie greche di Sicilia e Italia meridionale; la loro adozione coincise con quella del chitone ionico. È raffigurato, fra l'altro, nel Sarcofago degli sposi di Caere. Nel corso del VI secolo le mode greche e orientali influenzarono il costume, con l'adozione del chitone corto per gli uomini; nel IV secolo e in età tardo-repubblicana l'abbigliamento mostra invece connessioni, formali o di significato, con il costume romano, fino al mantello con clavi dell'Arringatore.
Lavoro e artigianato
La base materiale della vita quotidiana poggiava su agricoltura e metallurgia. Tra i beni di scambio figuravano metallo grezzo, vino e olio, accanto ai prodotti dell'artigianato di lusso; a partire dal VI secolo a.C. si afferma nelle città una classe di artigiani e mercanti, in un'economia ancora sostanzialmente premonetaria fondata anche su lingotti metallici di peso noto. La produzione tessile, praticata a ogni livello sociale e tra le occupazioni più impegnative, costituiva una componente importante dell'economia, come mostrano le grandi quantità di fusaiole, pesi da telaio e rocchetti restituite dagli abitati e dai corredi.
La suppellettile d'uso quotidiano restituita dalle tombe e dai rilievi documenta una notevole varietà di oggetti: l'aratro semplice, il pettine, i ventagli con manici d'avorio configurati a forma di mano (Vulci), il calderone con relativo treppiede, grattugie per formaggio, il graffione o spiedo per arrosti, il rasoio a mezzaluna, bruciaprofumi configurati come carrelli per il culto e vasi di forme particolari, tra cui un esemplare recante l'intero alfabeto inciso sul bordo, probabilmente con funzione di calamaio.
Tempo libero
Giochi e gare Le competizioni atletiche occupavano un posto importante e sono documentate soprattutto dall'iconografia, in assenza di strutture stabili. Lo sport più rappresentato è il pugilato, quasi sempre accompagnato da un flautista, un tratto in cui alcuni autori greci vollero vedere un segno di mollezza; seguono la lotta e le assai popolari corse dei carri. La Tomba delle Olimpiadi di Tarquinia (circa 510 a.C.) raffigura corridori, un saltatore in lungo, che si serviva di appositi pesi, e un discobolo, accanto al gioco tipicamente etrusco del phersu, in cui un uomo incappucciato e armato di clava è aggredito da un cane aizzato da un personaggio mascherato; il termine phersu (la "maschera", corrispondente al latino persona) non va inteso come prefigurazione dei combattimenti gladiatori romani, la cui origine va piuttosto cercata in area campano-lucana.
L'atletica etrusca non era una semplice copia di quella greca: i lottatori sono raffigurati nudi (come nella Tomba degli Àuguri), il che smentisce lo stereotipo greco che faceva della nudità atletica un tratto distintivo rispetto ai "barbari". L'ipotesi di un'origine greca dello sport in Italia, fondata su un passo di Erodoto (I, 166-167) relativo ai giochi istituiti a Caere dopo la battaglia di Alalia, è del resto ridimensionata dalla testimonianza di Livio (I, 35), secondo cui Tarquinio Prisco aveva fatto venire dall'Etruria pugili e cavalli: documentazione iconografica di sport da combattimento esiste in Etruria già nel VII secolo a.C.
Le corse equestri erano, come a Roma, lo sport per eccellenza accanto al pugilato. Le lastre fittili di Murlo mostrano, poco dopo il 600 a.C., una corsa di cavalli montati a pelo con in palio un lebete su colonna; accanto alle corse dei carri a due cavalli (bighe), gli Etruschi prediligevano la triga a tre cavalli, ignota ai Greci, e gli aurighi, con tunica corta ed elmo di cuoio, guidavano con le redini annodate alla vita: tecnica ed equipaggiamento che i Romani ereditarono dagli Etruschi e non dai Greci. Era inoltre praticato il numero acrobatico dei desultores, cavalieri che saltavano giù dalla cavalcatura o da un cavallo all'altro in corsa.