Lassedio di Melfi del 1348 rappresenta un rilevante episodio militare svoltosi tra il febbraio e il settembre del medesimo anno, nel più ampio contesto delle campagne napoletane di Luigi I d'Ungheria. L'azione, volta a conquistare e sottomettere i territori fedeli alla regina Giovanna I d'Angiò, fu condotta dalle truppe ungheresi guidate da Stefano I Lackfi, fratello dell'allora Vaivoda di Transilvania, e dai mercenari tedeschi della Compagnia della Grande sotto il comando di Konrad von Wolfart. Malgrado il blocco logistico attuato dagli assedianti, la guarnigione angioina riuscì a respingere ogni assalto, costringendo infine gli invasori alla ritirata, complice anche il dilagare della Peste nera.
Antefatti L'assassinio del principe Andrea d'Ungheria, consorte della regina Giovanna I d'Angiò, avvenuto ad Aversa nel settembre del 1345, pose bruscamente fine alla già fragile stabilità dinastica del Regno di Napoli, innescando così una crisi diplomatica internazionale. Infatti, il fratello della vittima, il re Luigi I d'Ungheria, rigettando con disprezzo le sentenze e le indagini formali avviate dalla corte napoletana e dallo Stato Pontificio (che assolvevano la regina da un coinvolgimento diretto nell'omicidio), pianificò una spedizione punitiva nel Mezzogiorno, con l'obiettivo di rivendicare i suoi diritti di successione e il sangue del fratello.
Prima di muovere l'esercito, tuttavia, Luigi I intavolò delle trattative diplomatiche con i principali sovrani della penisola, in modo da garantire il libero passaggio delle sue truppe ed isolare la corte angioina. Il re ottenne così il parziale favore e la neutralità della Repubblica di Venezia e del Ducato di Milano, cavalcando contemporaneamente il malcontento di numerosi baroni feudali della Puglia e della Basilicata, da tempo contrari all'amministrazione centralizzata di Napoli. Conseguentemente, nel maggio 1347, le prime avanguardie ungheresi varcarono i confini del Regno, trovando una resistenza minima e frammentata.
Dal canto suo Giovanna I, intenzionata a difendere la corona ma priva nel contempo del sostegno della nobiltà napoletana, tentò invano di mediare attraverso la diplomazia di papa Clemente VI. Non avendo ottenuto il blocco dell'invasione ungherese e braccata dalla sua travolgente avanzata, la sovrana decise di abbandonare Napoli insieme al suo fedele banchiere e consigliere Niccolò Acciaiuoli nel gennaio 1348, raggiungendo via mare Avignone per cercare la protezione pontificia.
Tale mossa produsse un immediato vuoto di potere nel Regno, che portò al rapido collasso delle difese angioine. La stragrande maggioranza dei feudatari locali, infatti, rimasta senza una guida centrale e intimorita dalla ferocia delle truppe straniere, scelse di sottomettersi all'invasore. Ma nonostante lo scenario di generale capitolazione, Melfi, guidata dal giovanissimo Lorenzo Acciaiuoli (lasciato sul posto dal padre Niccolò a presidio degli interessi angioini), rifiutò categoricamente ogni proposta di resa o di accordo con gli ungheresi. Così, furioso per l'inaspettata opposizione e determinato a recidere l'ultimo caposaldo fedele a Giovanna I nella Basilicata, Luigi I dispose immediatamente l'intervento armato, inviando sotto le mura della città un grosso contingente di truppe scelte e mercenari tedeschi.
Forze in campo
Gli ungheresi
Le truppe che nel febbraio 1348 cinsero d'assedio Melfi costituivano un'armata eterogenea. La fanteria era formata da distaccamenti di regolari ungheresi, composti prevalentemente da arcieri e fanti leggeri, a cui si aggiungevano le milizie appurate dei baroni feudali lucani e pugliesi passati dalla parte di Luigi I, tutti al comando di Stefano I Lackfi. Il nucleo duro degli assedianti era tuttavia rappresentato da una numerosa frazione della Compagnia della Grande, costituita da veterani e fanti di ventura tedeschi, specializzati in manovre di isolamento logistico e pattugliamento delle vie di comunicazione, guidati dal capitano di ventura Conrad von Wolfart. Nel complesso, le forze della coalizione ungherese oscillavano approssimativamente intorno alle 3.000 unità.
Gli angioini La difesa di Melfi fu affidata ad un contingente composto da soldati professionisti. Il nucleo centrale era composto infatti da una guarnigione angioina stabile, integrata alla vigilia dell'assedio da reparti scelti di fanti e balestrieri lasciati a presidio delle mura e del castello per ordine di Niccolò Acciaiuoli prima della sua partenza per la Provenza. In totale, i difensori della città superavano di poco le 500 unità. Il comando della piazzaforte fu assunto dal giovane Lorenzo Acciaiuoli che, nonostante la sua età, si dimostrò un ottimo condottiero.
L'assedio
L'accerchiamento e il logoramento (Febbraio-Maggio)
Le manovre militari attorno alla piazzaforte di Melfi presero il via sistematicamente nel febbraio 1348, non appena le avanguardie delle truppe ungheresi e i reparti mercenari tedeschi completarono la conquista del resto della Basilicata. Malgrado l'apparente posizione di vantaggio, il comandante generale Stefano I Lackfi e il capitano di ventura Conrad von Wolfart compresero immediatamente che un assalto frontale contro le imponenti mura della città avrebbe comportato perdite umane insostenibili, e perciò optarono per una rigida strategia di assedio statico, finalizzata al totale isolamento economico e logistico del centro abitato. Venne così stabilito il quartier generale nei pressi di Venosa, già sottomessa al volere ungherese e soprattutto vicina al campo di battaglia. Da qui, i reparti della Compagnia della Grande avviarono una sistematica e spietata opera di devastazione delle campagne, applicando la tattica della "terra bruciata": i raccolti vennero requisiti o dati alle fiamme, le fonti idriche deviate o inquinate e i piccoli centri rurali (tra cui Rapolla) furono saccheggiati per recidere ogni possibile asse di rifornimento o via di fuga per i difensori. All'interno delle mura, la situazione assunse ben presto i connotati di una grave crisi umanitaria. Le scorte alimentari della città, non preparata a un blocco di tali proporzioni, iniziarono infatti a scarseggiare, costringendo le autorità ad un severissimo razionamento. Ma, nonostante la crescente pressione psicologica e la netta superiorità numerica del nemico, la coesione tra la guarnigione e la popolazione civile non cedette, saldata dal carisma di Lorenzo Acciaiuoli, il quale assunse la direzione unica di tutte le misure di emergenza.
La guerriglia, l'epidemia e la ritirata ungherese (Giugno-Settembre)
Dopo oltre quattro mesi di assedio, consapevole che una resistenza puramente passiva avrebbe alla lunga condotto Melfi alla capitolazione per inedia, Lorenzo Acciaiuoli decise di mutare radicalmente l'approccio tattico. Sfruttando l'ampia conoscenza del territorio da parte dei popolani, il comandante coordinò infatti l'inizio di una logorante campagna di guerriglia rurale. In questo modo, con cadenza quasi quotidiana, piccoli contingenti misti di balestrieri e fanti leggeri cominciarono a compiere fulminee ed aggressive sortite, con l'obiettivo di colpire i posti di guardia ungheresi meno protetti e compiere razzie di viveri e bestiame, che venivano successivamente ridistribuiti in città. Questa serie di piccole controffensive invertì parzialmente l'inerzia del blocco, infondendo sicurezza nei difensori e frustrando i piani degli assedianti. Ma la svolta definitiva del conflitto si consumò solo con l'arrivo dei mesi estivi, quando nel Mezzogiorno iniziò ad infuriare con violenza un'epidemia di Peste Nera. Le precarie condizioni igienico-sanitarie degli accampamenti magiari favorirono infatti una rapidissima ed incontrollabile diffusione del contagio tra i soldati, che in poco tempo decimò l'intera armata, paralizzando così la catena di comando di Stefano I Lackfi. Dall'altra parte, malgrado tra i difensori furono registrati alcuni casi, si riuscì a preservare una quota sufficiente di armati grazie all'isolamento delle mura. L'epilogo si ebbe nel settembre 1348, dopo quasi sette mesi di assedio: stremato dalle perdite dovute al contagio e dall'incessante logoramento che gli angioini causavano con le loro sortite, il comando ungherese prese atto del fallimento totale dell'impresa, ordinando la levata delle tende e la ritirata generale verso la Puglia, salvaguardando così l'indipendenza della roccaforte lucana.
Conseguenze La vittoriosa resistenza di Melfi produsse immediati ed evidenti risvolti sia sul piano geo-politico che sugli equilibri feudali della Basilicata. Dal punto di vista militare, la tenuta della roccaforte rappresentò il primo vero punto di arresto della travolgente campagna punitiva di Luigi I d'Ungheria nel Mezzogiorno. Rimanendo l'ultimo grande centro a non aver capitolato davanti alla potenza ungherese, la città si trasformò infatti nella testa di ponte da cui la fazione angioina poté riorganizzarsi. Di fatto, già a partire dal 1349, le truppe fedeli alla Corona napoletana sfruttarono la sua posizione per avviare le prime manovre della controffensiva che avrebbe condotto alla graduale riconquista dei territori perduti e alla cacciata definitiva degli occupanti stranieri. Sul piano feudale, invece, l'esito dell'assedio segnò la consacrazione della famiglia degli Acciaiuoli nel novero della più alta nobiltà del Regno di Napoli. Riconoscendo lo straordinario valore dimostrato sul campo dal giovane Lorenzo e la fedeltà della sua stirpe alla causa angioina, la regina Giovanna I d'Angiò decretò infatti un'importante ricompensa: la città di Melfi venne ufficialmente sottratta al demanio regio ed elevata al rango di feudo privato. Niccolò Acciaiuoli, padre di Lorenzo e già Gran Siniscalco, divenne così il 1° Conte di Melfi, legando indissolubilmente il nome della dinastia fiorentina al controllo della Basilicata settentrionale per gli anni a venire.
Note
Bibliografia
Voci correlate
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Categoria:Guerra nel 1348 Melfi