Il governo della Repubblica di Genova designa il complesso delle istituzioni politiche, amministrative, giudiziarie, finanziarie e militari con cui la città di Genova e i suoi domini si ressero autonomamente per quasi settecento anni dalla costituzione della prima Compagna comunale tradizionalmente collocata nel 1099 fino alla soppressione della Repubblica aristocratica il 14 giugno 1797 sotto pressione delle armate rivoluzionarie francesi. Nel corso di questo lunghissimo arco cronologico tal assetto costituzionale genovese attraversò quattro fasi nettamente distinte (quella consolare, quella podestarile-popolare, quella del dogato "perpetuo" trecentesco e quattrocentesco e infine quella della repubblica aristocratica post-1528) ciascuna caratterizzata da proprie magistrature e da propri equilibri sociali.

La ricostruzione dell'assetto costituzionale pone problemi specifici rispetto ad altri comuni e Stati regionali italiani sia per la scarsità relativa delle fonti normative organiche anteriori al Trecento ma anche per la sovrapposizione lungo tutto il basso medioevo tra magistrature pubbliche e organismi di natura privatistica (le compere, le società marittime, le consorterie familiari), che solo con la riforma del 1528 vennero ricondotti entro un quadro istituzionale unitario e più stabile. Fonte fondamentale per il periodo medievale restano sicuramente gli Annali di Caffaro e dei suoi continuatori redatti su incarico del Comune stesso a partire dalla metà del XII secolo andando a costituire al contempo cronaca e legittimazione ideologica del potere pubblico.

Le origini: la Compagna Communis (XI-XII secolo)

Le origine dell'autogoverno genovese si possono individuare nel 1099 con la data di costituzione della Compagna Communis, un giuramento associativo (conjuratio) tra le principali famiglie e consorterie genovesi rinnovato periodicamente con cadenza inizialmente triennale e poi quadriennale dal quale sorse il Comune di Genova come veero soggetto politico autonomo, formalmente ancora inserito nella cornice feudale dell'Impero e della Marca Obertenga ma di fatto pienamente autogestito. Il governo della Compagna era affidato a un collegio di consoli del Comune (consules communis) in numero variabile tra quattro e otto eletti annualmente in rappresentanza delle principali famiglie e delle circoscrizioni cittadine (le compagne territoriali, poi ridotte a otto); essi vennero affiancati da consoli dei placiti con competenze giudiziarie in materia civile e penale. Tale carica venne soppressa completamente solo dopo il 1217 quando la Repubblica di Genova si trovò ad adottare una forma di governo in cui vigeva la nomina di un Podestà d'origine non genovese.

Accanto ai consoli operava per le questioni di maggior rilievo, un Consiglio dei Credendari o arengo cioè una assemblea allargata dei capifamiglia aventi diritto, organismi consortili specializzati tra cui vanno ricordate le prime forme di compere e associazioni di finanziatori dello Stato che anticipavano fondi al Comune contro la cessione del gettito di determinate imposte, embrione di quello che sarebbe poi diventato il Banco di San Giorgio.

Il periodo podestarile (1191-fine XIII secolo) Le ricorrenti lotte tra le fazioni aristocratiche in particolare tra i gruppi familiari che sarebbero confluiti nei successivi partiti genovesi dei guelfi e ghibellini, resero cronicamente instabile il governo consolare ed incapace di garantire l'arbitrato tra le grandi casate (Della Volta, Doria, Spinola, Fieschi, Grimaldi su tutte). A partire dal 1191 Genova adottò sul modello lombardo, l'istituto del podestà, un magistrato forestiero in possesso di adeguata formazione giuridica chiamato a reggere la città per un mandato annuale non rinnovabile, con il compito specifico di amministrare la giustizia e mantenere l'ordine pubblico al di sopra delle fazioni locali.

Il podestà era coadiuvato da:

un Consiglio degli Anziani (o Consiglio minore), organo ristretto con funzioni esecutive e consultive; un Consiglio maggiore (o Consiglio del Popolo), assemblea più ampia rappresentativa delle otto compagne cittadine competente per le decisioni di maggior rilievo (come dichiarazioni di guerra, alleanze o imposizioni fiscali straordinarie); Sapientes e consiliarii incaricati di volta in volta di redigere pareri tecnici su singole questioni.

Il sistema podestarile pur ripetutamente riformato non risolse le tensioni di fondo tra le grandi famiglie, che mantennero il controllo di fatto delle risorse militari (tra cui le torri gentilizie e le clientele armate) e finanziarie della città tanto da rendere necessari in più occasioni nel corso del Duecento, interventi di arbitri esterni per riappacificare le fazioni come accadde nel 1194 con l'azione di mediazione imperiale.

Il movimento popolare: Capitani del Popolo e Abate del Popolo Sul modello di altre città comunali italiane nella seconda metà del Duecento si affermò a Genova anche l'istituto dei Capitani del Popolo, espressione delle società armate delle arti e dei mestieri concepito come contrappeso istituzionale allo strapotere delle consorterie nobiliari. In alcune fasi al vertice del movimento popolare fu posto un Abate del popolo, trattasi di una magistratura di raccordo tra le società delle arti e il governo cittadino: il caso più noto e meglio documentato è quello di Guglielmo Boccanegra abate del popolo dal 1257 al 1262 che esercitò poteri di fatto assimilabili a una signoria personale, prima di essere estromesso da una reazione nobiliare.

L'instabilità cronica del sistema comunale venne aggravata dalle guerre esterne (in particolare contro Pisa sconfitta definitivamente nella battaglia della Meloria del 1284 e contro Venezia) portando, tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento a ripetuti ricorsi a signorie esterne o a "capitanerie" straordinarie. Sono emblematici i casi della dedizione alla casata angioina, viscontea e per periodi limitati alle stesse famiglie Doria e Spinola con poteri quasi-signorili.

Il dogato "perpetuo" (1339-1528)

L'elezione di Simone Boccanegra Una svolta istituzionale decisiva si ebbe nel settembre 1339 quando una sommossa popolare insofferente al perdurare dei tafferugli fra fazioni nobiliari (in quel momento articolate nei blocchi guelfo e ghibellino), portò all'elezione per acclamazione del primo doge a vita della storia genovese, il popolano Simone Boccanegra nipote del già ricordato Guglielmo. La dignità dogale fu ispirata al modello della vicina Repubblica di Venezia con caratteri distaccatamente popolari (i primi dogi furono infatti scelti quasi sempre tra famiglie non ascritte all'antica nobiltà consolare in evidente funzione anti-oligarchica) e concepita come carica vitalizia con funzioni di capo dello Stato, presidente dei consigli cittadini oltre che comandante supremo delle forze armate.

Instabilità politica e dominazioni straniere Il dogato perpetuo trecentesco e quattrocentesco non pose affatto fine all'instabilità cronica del sistema politico genovese: nell'arco di poco meno di due secoli (1339-1528) si succedettero oltre trenta dogi molti dei quali deposti con la forza in fughe rocambolesche o in vere e proprie congiure di palazzo. In più occasioni la città faticante a darsi un governo stabile e insidiata sia dalle mire espansionistiche dei Visconti di Milano sia da quelle della corona di Francia si sottopose volontariamente a dominazioni straniere rinunciando temporaneamente all'autonomia dogale.

Si ebbero nella storia genovese le seguenti dominazioni governative:

dominazione francese (1396-1409 e nuovamente 1458-1461 e 1487-1499, sotto Carlo VI, poi Luigi XI e Carlo VIII); dominazione dei Visconti di Milano (1421-1435, sotto Filippo Maria Visconti); seconda dominazione francese sotto Luigi XII (1499-1512) e poi sotto Francesco I (1515-1522); dominazione imperiale-spagnola intermittente negli anni Venti del Cinquecento.

Ciascuna di queste fasi comportò una totale o parziale eliminazione della carica dogale venendo sostituita da governatori nominati dalla potenza dominante spesso affiancati da consigli cittadini ridotti a ruolo puramente consultivo. Solo con la definitiva liberazione dal controllo francese nel 1528 si giunse a una soluzione stabile e perdurante.

La riforma di Andrea Doria (1528)

Genesi politica della riforma

Nel settembre 1528 il generalissimo e ammiraglio Andrea Doria al comando della flotta genovese al servizio della Francia, ruppe l'alleanza con Francesco I e passò al servizio dell'imperatore Carlo V ottenendo in cambio ampie garanzie di autonomia per la propria città natale. Rientrato a Genova Doria non assunse alcuna carica di principe o signore (nonostante le prementi richieste da parte della famiglia e della nobiltà alleata) ma promosse con l'appoggio determinante del giurista Bendinelli Sauli e di una commissione di riformatori una radicale rifondazione costituzionale, nota come riforma del 1528 (o leggi del Garibetto dal soprannome del quartiere dove si tennero le assemblee costituenti).

Tale audace riforma perseguiva tre obiettivi tra loro connessi; il porre fine in via definitiva al secolare conflitto tra fazioni nobiliari e popolane che aveva reso Genova cronicamente e ripetutamente soggetta a dominazioni straniere ma anche il ricondurre a un quadro costituzionale unitario la molteplicità di corpi e magistrature (compere, alberghi, arti) che avevano fino a quel momento conteso allo Stato quote di sovranità. Ed infine garantire la sicurezza degli investimenti e dei traffici commerciali dei grandi capitalisti genovesi attraverso un governo prevedibile e ripetibile.

Gli alberghi e il Libro d'Oro Lo strumento principale della riforma fu l'iscrizione forzata di tutte le famiglie di rilievo sia di antica nobiltà sia di recente arricchimento mercantile, in un numero ristretto di consorterie artificiali dette alberghi: ventotto in origine in seguito variati nel numero, che assorbivano sotto un unico cognome comune famiglie in precedenza distinte con l'obiettivo dichiarato di diluire le antiche fedeltà di sangue e fazione entro nuove aggregazioni artificiali. Il potere politico fu riservato in via esclusiva ai membri delle famiglie iscritte al Libro d'Oro della nobiltà istituito contestualmente e periodicamente aggiornato: la sua riapertura nel 1576 a seguito dei violenti tumulti tra la fazione dei nobili "vecchi" (l'antica aristocrazia consolare) e quella dei nobili "nuovi" (le famiglie di recente arricchimento mercantile ammesse al patriziato dopo il 1528), portò alla sua divisione in due liste distinte formalmente parificate nei diritti politici ma a lungo fonte di tensione sociale.

Gli organi centrali di governo dopo il 1528

Il Doge

Il doge (in ligure dûxe) vertice formale dello Stato cessò con la riforma di essere una carica vitalizia e divenne una magistratura elettiva biennale (dal 1576 fu inoltre stabilito un intervallo obbligatorio di cinque anni tra un dogato e il successivo per lo stesso individuo), riservata ai soli patrizi iscritti al Libro d'Oro e di età non inferiore ai cinquant'anni. Il doge risiedeva nel Palazzo Ducale portando il titolo di Serenissimo e presiedendo formalmente sia i Collegi sia i Consigli ma senza disporre di poteri decisionali autonomi rilevanti: l'intero impianto istituzionale del 1528 era infatti concepito per impedire in via strutturale il riemergere di un potere personale sul modello del dogato trecentesco. Al termine del biennio il doge come ogni altro magistrato uscente, era sottoposto al giudizio dei Sindacatori.

I Serenissimi Collegi Accanto al doge operavano i Serenissimi Collegi, articolati in:

il Collegio dei Governatori, composto da otto membri con funzioni di governo generale e di gestione degli affari correnti;