Il trilemma politico dell'economia mondiale è un concetto creato dall'economista Dani Rodrik per cogliere i compromessi che i governi hanno dovuto affrontare nelle loro risposte alla globalizzazione.
Il trilemma sostiene che "democrazia, sovranità nazionale e integrazione economica globale sono reciprocamente incompatibili: possiamo combinarne due qualsiasi, ma non possiamo mai averle tutte e tre contemporaneamente e nella loro interezza". Secondo Rodrik, alla fine del XX secolo, gli stati hanno abbracciato la globalizzazione e l'autonomia nazionale, sacrificando il processo decisionale democratico, mentre nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, gli stati hanno abbracciato la democrazia in patria e l'autonomia nazionale, sacrificando la globalizzazione. Il trilemma suggerisce che la reazione negativa contro la globalizzazione negli ultimi decenni è radicata nel desiderio di rivendicare la democrazia e l'autonomia nazionale, anche se ciò mina l'integrazione economica. Rodrik ha presentato per la prima volta il trilemma in un articolo del 2000 e lo ha esposto in modo compiuto nel suo libro The Globalization Paradox del 2011.
Descrizione Il punto di partenza di Rodrik è che i mercati, per funzionare in modo efficiente, hanno bisogno di istituzioni che li sorreggano: tribunali che facciano rispettare i contratti, autorità che tutelino i diritti di proprietà, banche centrali che garantiscano la stabilità della moneta, regolatori che impediscano frodi e comportamenti predatori. Un mercato senza queste architetture istituzionali degenera rapidamente, perché nessuno scambio complesso può reggersi sulla sola fiducia reciproca tra le parti. Fin qui, osserva Rodrik, il ragionamento vale per qualunque mercato, che sia locale, nazionale o internazionale.
Il problema nasce quando i mercati superano i confini della giurisdizione che li governa. Storicamente, le istituzioni che sostengono i mercati sono state costruite a livello nazionale, perché è a quel livello che esiste un'autorità legittima capace di scrivere le regole e farle rispettare. Ma quando l'attività economica si sposta oltre confine, ossia quando parliamo di commercio internazionale, di capitali che circolano liberamente, di catene produttive integrate su scala globale, si apre un vuoto: chi scrive le regole per un mercato che non ha più i confini dello stato che dovrebbe regolarlo?
Rodrik individua tre risposte possibili a questa domanda, e ciascuna comporta un sacrificio:
la prima risposta è costruire istituzioni di governo sopranazionali, capaci di scrivere e imporre regole comuni per il mercato globale, con la stessa legittimità democratica che oggi hanno i parlamenti nazionali. Sarebbe, in sostanza, una forma di federalismo globale: un governo mondiale, o quantomeno organismi sovranazionali dotati di reale potere normativo e di un mandato democratico diretto. In questo scenario potresti avere sia iperglobalizzazione sia democrazia, perché le regole del gioco economico globale sarebbero scritte da istituzioni scelte democraticamente. Il prezzo da pagare, però, è la sovranità nazionale: gli stati dovrebbero cedere gran parte del proprio potere decisionale a un livello superiore, cosa che storicamente incontra resistenze quasi insormontabili, perché la sovranità nazionale è anche il luogo in cui si radica l'identità politica dei cittadini; la seconda risposta è mantenere la sovranità nazionale formale, ma accettare che, in un mondo di capitali e merci che si muovono liberamente, i governi nazionali finiscano per essere disciplinati dai mercati stessi, più che dai propri elettori. Rodrik chiama questa condizione la "camicia di forza dorata" (golden straitjacket): per attrarre investimenti e restare competitivi, i governi sono costretti ad allineare le proprie politiche fiscali, del lavoro, regolatorie a ciò che i mercati internazionali si aspettano, indipendentemente da cosa vogliano i propri cittadini. Un governo che scelga politiche redistributive aggressive, o una regolamentazione del lavoro molto protettiva, rischia fughe di capitali, svalutazioni, crisi di fiducia degli investitori. In questo scenario hai sovranità formale e iperglobalizzazione, ma la democrazia si svuota di contenuto sostanziale, perché le scelte reali di politica economica sono già state prese altrove, dai mercati, prima ancora che gli elettori si esprimano; la terza risposta è limitare la profondità della globalizzazione, in modo da lasciare spazio sia alla sovranità nazionale sia alla democrazia. È, in sostanza, quello che Rodrik chiama "embedded liberalism", il compromesso costruito a Bretton Woods nel 1944: cambi fissi ma aggiustabili, controlli sui movimenti di capitale, commercio liberalizzato ma non totalmente, in modo che ogni paese mantenesse margini di manovra per perseguire politiche sociali ed economiche scelte democraticamente dai propri cittadini, senza essere ostaggio dei mercati internazionali. Qui hai sovranità e democrazia piene, ma rinunci a una parte dell'integrazione economica globale.
Il cuore del ragionamento di Rodrik è che questi tre elementi, non sono liberamente combinabili tutti insieme perché la democrazia, per sua natura, si esercita entro confini nazionali attraverso elezioni, parlamenti, responsabilità politica verso un elettorato definito, mentre i mercati, una volta liberati, tendono a operare su scala che eccede quei confini. Se vuoi mercati pienamente globali senza rinunciare alla sovranità nazionale, la democrazia perde sostanza, perché le decisioni vere si spostano fuori dalla portata degli elettori. Se vuoi mercati pienamente globali e democrazia sostanziale, devi spostare anche la sovranità a livello globale, il che significa costruire istituzioni politiche sopranazionali che oggi non esistono e che incontrano fortissime resistenze. Se vuoi invece preservare sia sovranità sia democrazia piena, devi accettare dei limiti alla integrazione dei mercati, rinunciando a una parte dei benefici dell'iperglobalizzazione.
Rodrik usa questo schema per leggere la storia economica del dopoguerra: gli anni di Bretton Woods rappresentano il compromesso tra sovranità e democrazia con globalizzazione limitata; la fase successiva, dagli anni Ottanta in poi con la liberalizzazione dei capitali e l'integrazione commerciale spinta, si è mossa verso la combinazione di iperglobalizzazione e sovranità formale a scapito della sostanza democratica, ed è proprio in questa tensione, secondo Rodrik, che vanno cercate le radici di molte reazioni populiste recenti: elettorati che percepiscono di aver perso il controllo su decisioni che li riguardano direttamente, perché quelle decisioni sono state di fatto trasferite ai mercati globali o a istituzioni tecnocratiche non elettive.
Note
Voci correlate Trinità impossibile
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