Il busto reliquiario di sant'Agata è un'opera di oreficeria medievale del gotico internazionale eseguita nel 1376 dall'orafo senese Giovanni di Bartolo, attivo presso la corte pontificia di Avignone, e da maestranze francesi, e conservata nel tesoro della Cattedrale di Sant'Agata a Catania.

Firmato e datato mediante l'iscrizione del basamento, è l'unica opera certamente attribuita a Giovanni di Bartolo giunta fino all'età contemporanea e costituisce una delle principali testimonianze superstiti dell'oreficeria europea del XIV secolo.

Il reliquiario custodisce il capo, il torace e altre reliquie di sant'Agata. La funzione cultuale e processionale dell'opera, unita alla progressiva sovrapposizione di gioielli ed ex voto, ne ha modificato nei secoli l'aspetto e la percezione, intrecciando alla struttura trecentesca una complessa storia materiale, religiosa e civica.

Storia

Giovanni di Bartolo e la corte di Avignone Giovanni di Bartolo, orafo senese documentato dal 1364 al 1404, trascorse gran parte della propria attività ad Avignone, dove lavorò per la corte pontificia. Nei registri della Camera apostolica è ricordato per la realizzazione e il restauro di vasellame prezioso, oggetti liturgici, gioielli, reliquiari e rose d'oro.

Tra il 1368 e il 1369 eseguì, con la collaborazione dell'argentiere Giovanni di Marco, due monumentali busti reliquiari in argento dorato destinati a custodire le teste dei santi Pietro e Paolo nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Le opere, successivamente distrutte, erano ornate da pietre preziose, iscrizioni, smalti traslucidi e incarnati colorati. Il busto catanese rappresenta pertanto l'unica testimonianza materiale superstite della produzione antropomorfa monumentale dell'orafo.

La commissione dei vescovi Marziale ed Elia Il reliquiario fu commissionato dal vescovo di Catania Marziale, prelato francese originario dell'area limosina e in rapporto con la corte pontificia avignonese. Marziale morì durante l'esecuzione dell'opera, che fu completata sotto il suo successore Elia, anch'egli proveniente dal Limosino. La doppia committenza è documentata dall'iscrizione che percorre il basamento.

La storiografia ha collegato l'incarico ai rapporti fra i vescovi catanesi, la monarchia siculo-aragonese di Sicilia e la corte di papa Gregorio XI. La presenza sul basamento degli stemmi pontifici, di quello del Regno di Sicilia e della dinastia siculo-aragonese documenta tale orizzonte politico e istituzionale, senza tuttavia provare una diretta committenza papale.

L'opera appartiene al contesto artistico della corte avignonese e presenta elementi riconducibili all'oreficeria senese, alla cultura figurativa francese e alla tradizione tecnica limosina. Il luogo materiale dell'esecuzione non è stato stabilito in modo incontrovertibile e non può essere identificato automaticamente con Limoges.

Il reliquiario, eseguito nel 1376 in Francia, fu portato a Catania nell'anno successivo.

Descrizione

Struttura e materiali Il reliquiario presenta sant'Agata a mezzo busto e in posizione frontale, con il volto incorniciato dai capelli dorati. La struttura è realizzata prevalentemente in argento dorato, mentre il volto e le mani sono rivestiti da smalto opaco color carne. Tale trattamento degli incarnati, inconsueto rispetto alla resa interamente metallica diffusa in molti reliquiari medievali, trova confronti nella tradizione orafa francese e nei perduti busti lateranensi di Pietro e Paolo.

La santa regge nella mano destra una croce astile e nella sinistra una tavoletta iscritta. Ai lati sono collocati due angeli inginocchiati in argento dorato, disposti su mensole sporgenti. La loro presenza amplia lateralmente la composizione e trasforma il busto in un'immagine cerimoniale complessa, nella quale figura, attributi, iscrizione e presenze angeliche formano un insieme unitario.

La corona medievale, la rete destinata a sorreggere i gioielli e gran parte degli ornamenti che hanno caratterizzato l'immagine moderna del reliquiario appartengono a fasi successive.

Il basamento e gli smalti Il busto poggia su un basamento poligonale articolato da modanature, iscrizioni, stemmi e placche figurate eseguite a smalto traslucido en basse-taille, tecnica che si sviluppò in Francia in quel periodo e si diffuse in Europa settentrionale. In questa tecnica la superficie metallica viene incisa o lavorata a bassorilievo e successivamente ricoperta da smalti trasparenti, attraverso i quali rimane visibile la modellazione sottostante.

Gli smalti rappresentano episodi della vicenda di sant'Agata, tra i quali la tortura ordinata dal governatore Quinziano e la visita di san Pietro alla santa incarcerata. Compaiono inoltre i vescovi Marziale ed Elia in preghiera, figure angeliche, santa Lucia, santa Caterina d'Alessandria e gli stemmi di Catania, della casa d'Aragona, dei due vescovi e di papa Gregorio XI.

Nei fondi delle scene narrative ricorrono rosette e piccoli tondi, mentre nelle placche con i due vescovi compare un motivo decorativo a ramo spinoso ricondotto alla tradizione limosina. La precisione del disegno inciso, la qualità della lavorazione metallica e l'intensità cromatica degli smalti documentano l'incontro fra la formazione senese dell'orafo e la cultura internazionale di Avignone.

Le iscrizioni L'iscrizione principale corre lungo il basamento, sotto la fascia degli smalti. È redatta in maiuscola gotica libraria e composta in esametri latini. Il testo celebra l'avvio dell'opera sotto il vescovo Marziale e il completamento sotto Elia; contiene inoltre la sottoscrizione di Giovanni di Bartolo, formulata secondo uno schema diffuso fra gli orafi senesi medievali.

Sulla tavoletta sostenuta dalla mano sinistra della santa compare la formula:

Mentem sanctam spontaneam, honorem Deo et patriae liberationem.

Il testo, traducibile come «Mente santa e spontanea, onore a Dio e liberazione della patria», deriva dalla tradizione agiografica agatina e conobbe nel Medioevo una vasta diffusione anche in funzione apotropaica, comparendo su campane, croci, anelli ed edifici.

L'iscrizione della tavoletta presenta una maiuscola ispirata alla capitale classica, differente dalla scrittura gotica del basamento. La divergenza paleografica ha sollevato interrogativi sulla cronologia e sulle trasformazioni materiali del cartiglio, il cui contenuto resta comunque coerente con l'iconografia tradizionale della santa.

Contesto artistico Il busto reliquiario riunisce componenti riferibili a differenti tradizioni figurative. La tecnica degli smalti traslucidi, la qualità del disegno inciso, la sottoscrizione dell'artefice e la finezza della lavorazione rinviano alla grande tradizione dell'oreficeria senese sviluppatasi fra XIII e XIV secolo. La tecnica di parte degli smalti e la struttura del busto-reliquiario così come il trattamento degli incarnati e alcuni motivi ornamentali appartengono invece alla cultura francese, limosina e dell’area dell’Europa settentrionale.

La frontalità monumentale della santa, la presenza dei due angeli e il rapporto fra immagine tridimensionale, racconto figurato, stemmi e iscrizioni collocano l'opera nel clima internazionale della corte avignonese, luogo di incontro fra artisti italiani, francesi e dell'Europa settentrionale.

Il confronto più diretto resta quello con i perduti busti dei santi Pietro e Paolo. Come questi ultimi, il reliquiario catanese unisce immagine antropomorfa, smalti traslucidi, base istoriata, iscrizioni e incarnati colorati. La sopravvivenza del busto di sant'Agata permette quindi di ricostruire almeno in parte il livello tecnico e figurativo raggiunto da Giovanni di Bartolo nelle grandi commissioni pontificie.

Trasformazioni e ornamenti successivi

Nel corso dei secoli il reliquiario ricevette corone, collane, croci, anelli, pietre preziose, insegne e numerosi ex voto. Questi oggetti formarono un insieme storico e orafo autonomo, composto da doni di sovrani, pontefici, vescovi, esponenti della nobiltà e cittadini, ma la loro progressiva sovrapposizione modificò profondamente la lettura della struttura medievale.

Fra i doni tradizionalmente associati al busto figurano un anello offerto nel 1881 dalla regina Margherita di Savoia, croci pettorali appartenute a esponenti dell'episcopato catanese e la croce della Legion d'onore di Vincenzo Bellini.

La corona è stata a lungo collegata dalla tradizione a Riccardo Cuor di Leone, che soggiornò in Sicilia nel 1190. Tale provenienza non è però confermata da documentazione storica e la storiografia ha ricondotto il manufatto regale al XIV secolo. La corona è costituita da placche recanti nella parte superiore un giglio gotico e tempestata di pietre preziose come smeraldi, rubini, perle, diamanti e brillanti; Si tratta di una corona laica a uso cerimoniale regale donata e riadattata con l’aggiunta di una nuova placca alla testa del busto reliquiario con successiva saldatura. Riguardo il luogo di produzione è molto probabile che si tratti di un prodotto locale siciliano del periodo aragonese.

Gli ornamenti, pur nascondendo in parte il disegno originario e gli smalti, documentano la continuità d'uso del reliquiario e il mutamento della sua immagine pubblica attraverso i secoli.

Francesco Di Bartolo e la fortuna grafica

Nel XIX secolo il busto reliquiario fu riprodotto mediante incisione calcografica da Francesco Di Bartolo. La tavola fu pubblicata come antiporta del volume del sacerdote Salvatore Romeo, Vita e culto di Sant'Agata, edito a Catania dalla Tipografia Salesiana nel 1906. La stampa costituisce una testimonianza dell'aspetto assunto dall'opera dopo la progressiva aggiunta di corone, gioielli ed elementi votivi e documenta la fortuna figurativa ottocentesca del reliquiario.

Secondo la tradizione genealogica familiare da lui approfondita, Francesco Di Bartolo si considerava discendente dell'orafo senese Giovanni di Bartolo. L'incisore dedicò parte dei propri studi alla ricostruzione della genealogia dei Di Bartolo e ai rapporti della famiglia con gli omonimi artisti senesi medievali.

Gli studi genealogici e una parte considerevole della documentazione familiare andarono perduti in seguito al furto compiuto nel 1959 nella villa Di Bartolo di Cibali, a Catania, poco prima della demolizione dell'edificio. Il furto disperse carteggi, onorificenze e numerose opere appartenenti alla collezione familiare.

La matrice originale dell'incisione del busto, conservata in collezione privata a Catania, fu rinvenuta in cattivo stato di conservazione dalla pronipote di Francesco, Natalia Di Bartolo, storica dell'arte e calcografa. Fu da lei liberata dall'ossido e restaurata; fu inchiostrata a palmo e stampata in un numero ridotto di esemplari contrassegnati con il proprio timbro a secco. Un esemplare della tiratura moderna, donato intorno al 1993 all'arcivescovo Luigi Bommarito, è conservato nel Palazzo Arcivescovile di Catania.

La sopravvivenza della matrice permette di leggere la stampa non soltanto come riproduzione dell'opera medievale, ma come esito autonomo del rapporto fra segno inciso, lastra, inchiostratura e impressione su carta.

Il culto e la processione

La funzione religiosa è inseparabile dalla storia materiale del reliquiario. Il busto viene custodito nel sacello della cappella di sant'Agata nella Cattedrale di Catania e mostrato pubblicamente in occasione delle principali celebrazioni agatine.

Durante la Festa di sant'Agata il reliquiario viene collocato sul fercolo e condotto in processione per le vie della città insieme allo scrigno contenente le altre reliquie. Il percorso attraversa luoghi collegati alla tradizione del martirio e costituisce una delle maggiori manifestazioni religiose e civiche di Catania.