Biografia Nata a Teheran nel 1990 da una coppia di profughi afghani di etnia hazara espatriati da adolescenti a causa dell'intervento militare sovietico, è cresciuta in Iran fino all'età di 11 anni, subendovi molte discriminazioni di tipo razzista in quanto afghana. Nel 2001, in seguito all'invasione americana e la conseguente scacciata dei talebani, il governo iraniano costringe molti immigrati afghani, ai quali non aveva mai concesso la cittadinanza, a rimpatriare, nel caso della famiglia Sadat revocando il visto lavorativo a suo padre e impedendo a lei di continuare a frequentare la scuola.

I suoi genitori decidono quindi di ristabilirsi nel proprio villaggio natale di meno di 100 abitanti in provincia di Bamiyan, il che sarà uno shock culturale per Sadat, passata dalla metropoli iraniana dov'era vissuta fino ad allora a un villaggio privo di elettricità e acqua corrente, né sapendo lei parlare altra lingua che il persiano, fattore che la isolerà ulteriormente dagli altri abitanti, che si esprimevano nel dialetto dari dell'hazaragi. Miope, ignora di avere bisogno degli occhiali da vista fino all'età di 18 anni a causa dei pregiudizi locali verso chi li portava. Cresce inoltre in un contesto caratterizzato da violenza domestica generalizzata, tra cui da parte del padre, che aveva sposato sua madre quando lei aveva 14 anni e lui 16. Dopo tre anni trascorsi perlopiù rinchiusa in casa poiché «non ancora in età da marito», a differenza delle sue tre sorelle, sposatesi tutte entro la maggiore età, ottiene di potere studiare nell'unica scuola del circondario, un collegio maschile a più di tre ore di cammino dal villaggio.

Compiuti 18 anni, riesce, grazie all'intercessione della sorella maggiore e il suo nuovo marito, a ottenere il permesso paterno di trasferirsi nella capitale per studiare fisica all'Università di Kabul, ma si iscrive per errore nella facoltà di cinema quando la sua maggiore familiarità col dialetto che non con il dari la porta a compilare la domanda d'ammissione sbagliata. Sadat non aveva mai visto un film prima di allora e, anche in Iran, la famiglia possedeva una TV sulla quale era permesso solo guardare i programmi educativi di Canale 1. Temendo che il padre venga a riportarla al villaggio, frequenta comunque l'università, in attesa di iscriversi a fisica l'anno seguente, studiando cinema per tre semestri. Durante questo periodo, ottiene per caso una parte da attrice in una soap opera dell'emittente locale TOLO, che le permette di cominciare a mantenersi da sé.

Dopo aver lavorato come amministratrice e contabile ad altri programmi della TOLO, nel 2009 partecipa all'Atelier Varan, un laboratorio francese di tre mesi sul cinéma vérité che la spinge a dedicarsi al cinema. L'anno seguente, viene invitata alla Résidence, il programma parigino della sezione Cinéfondation del Festival di Cannes per aiutare aspiranti cineasti internazionali a scrivere e sviluppare il loro primo film, diventando, all'età di vent'anni, la più giovane regista a farne mai parte. Tuttavia il suo progetto, un documentario sull'optometrista Tom Little, naufraga quando, settimane prima dell'inizio della riprese, il soggetto resta ucciso in un attentato dei talebani. Pur di non perdere l'opportunità della Résidence, decide di passare dal documentario alla finzione, recuperando a tal proposito i diari autobiografici inediti dell'amico Anwar Hashimi. I due si erano conosciuti mentre lavoravano alla TOLO e avevano legato dopo aver scoperto di provenire entrambi dallo stesso villaggio: Hashimi, di 18 anni più grande, aveva però vissuto il percorso inverso, nascendo e crescendo lì per poi trasferirsi a Kabul da bambino quando sua madre si era risposata. Per Sadat, Hashimi, che ha definito «il primo uomo buono della mia vita» e lei stessa aveva spinto di persona a mettere per iscritto la propria autobiografia, questi diari «raccontano anche la storia dell'Afghanistan degli ultimi quarant'anni».

Il suo primo cortometraggio, Yakē wārūna, viene presentato alla Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes 2011 e al MoMA. Nel 2013 crea la sua casa di produzione indipendente con sede a Kabul, la Wolf Pictures.

Esordisce nel lungometraggio con Wolf and Sheep (2016), con cui concorre al Festival di Locarno e vince il premio della Quinzaine al Festival di Cannes 2016. Il film racconta alcuni episodi di vita in un villaggio rurale concentrandosi su due bambini, una versione fittizia di Sadat e Hashimi se fossero stati coetanei e amici. Il film è maturato dalla volontà della regista di fornire una diversa rappresentazione dell'Afghanistan al cinema, trovando che i pochi film afghani che si erano tornati a produrre dalla caduta dei talebani trattassero perlopiù tematiche, secondo lei, inautentiche o pensate per l'estero, preferendo la guerra al terrorismo o denunce sulla condizione della donna al racconto di "piccole realtà" come quella rurale che componevano la maggior parte del Paese. Co-prodotto dalla Danimarca, il film è stato girato in Tagikistan (per ragioni di sicurezza) con un cast afghano di non professionisti e una troupe europea.

Ad esso ha fatto seguire nel 2019 Parwarishgāh, un altro racconto di formazione ambientato stavolta durante l'Afghanistan socialista, con protagonista lo stesso ragazzo di Wolf and Sheep, sullo sfondo della sua passione per i film di Bollywood, all'epoca popolarissimi in tutto il Medio Oriente. Il film stesso contiene diverse sequenze musicali. Nuovamente ispirato alle memorie di Hashimi, è il secondo di quella che avrebbe dovuto essere una pentalogia di film che ripercorrevano la storia dell'Afghanistan dalla metà del XX secolo al presente. Tuttavia, il 15 agosto 2021 i talebani sono entrati a Kabul in seguito al ritiro delle truppe americane, riconquistando il potere e segnando una nuova battuta d'arresto per il cinema locale e la condizione femminile: il 23 agosto, Sadat ha lasciato l'Afghanistan con nove suoi familiari, stabilendosi ad Amburgo.

Si è dedicata quindi a un film d'ambientazione contemporanea e urbana, No Good Men, una commedia romantica sulla condizione femminile ambientata nei giorni precedenti il ritorno al potere dei talebani e ispirata al periodo in cui Sadat lavorava in televisione; sia lei che Hashimi vi hanno anche recitato in qualità di protagonisti. Girato in Germania e concepito inizialmente nel 2019 («Mi son resa conto che molti afghani stavano iniziando a idealizzare quel periodo [...] che io avevo criticato moltissimo. Ho pensato: finiranno per trasformarlo in un'età dell'oro. Così ho deciso di fare comunque il film, ma come testimonianza»), è stato il film d'apertura del Festival di Berlino 2026.

Filmografia Yakē wārūna – cortometraggio (2011) Not at Home – documentario (2013) Who Wants to Be the Wolf? – cortometraggio (2014) Wolf and Sheep (2016) Parwarishgāh (2019) Qurūt, episodio di Interdependence (2019) No Good Men (2026)

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