La Masseria Le Canne, o delle Canne, è una masseria di Giugliano in Campania, nella città metropolitana di Napoli. Sorge nella fascia interna del territorio comunale, a ridosso del tracciato della via consolare Campana, e conserva l'impianto di villaggio medievale pur trovandosi oggi in stato di rovina.
Storia Le attestazioni più antiche Il toponimo compare come at Canniti in una pergamena del 952 conservata fra i Regi Archivi Napoletani, che colloca la località nel Gualdo, non lontano da San Sossio. Il nucleo fu edificato in età longobarda, quindi prima che i Normanni fondassero Aversa, e la sua esistenza è documentata da un atto dell'archivio della chiesa dei Santi Severino e Sossio. Vi si registra la donazione del fondo al cenobio benedettino da parte di Aloara di Capua, principessa di Capua e reggente per il figlio Landenolfo dopo la morte del marito Pandolfo Capodiferro, con una cerimonia celebrata davanti all'altare di San Nicola.
L'area rientrava nella Liburia, la regione che Plinio il Vecchio indicava come Campi Leborini e che comprendeva le terre racchiuse fra le vie consolari dirette da Cuma a Puteoli e a Capua. Con la riforma amministrativa varata nel 1139 da Ruggero II di Sicilia la zona fu inclusa nel giustizierato di Terra di Lavoro. In quegli stessi secoli i benedettini dei Santi Severino e Sossio accrebbero il proprio patrimonio fra Capua e Napoli grazie a donazioni e lasciti, spesso disposti per la salvezza dell'anima dei benefattori.
Il declino La fortuna dell'insediamento era legata alla vicinanza della consolare romana, che restò l'asse principale del territorio fino al XIII secolo. L'apertura in età angioina della nuova via Regia fra Napoli e Capua spostò il baricentro degli scambi e favorì la crescita di Aversa e di Giugliano, mentre Le Canne, come Casacelle e Casacugnano, scivolò progressivamente ai margini. Per alcuni secoli le notizie sul sito vengono meno.
Età moderna Il complesso riemerge quando torna a inserirsi nel sistema produttivo delle masserie. Nel 1752 l'agrimensore Agostino Maione di Panicocoli (oggi Villaricca) la descrive come proprietà del monastero di circa settantasei moggia, concessa in fitto a Domenico Palumbo di Calvizzano. L'anno seguente compare nel catasto onciario di Giugliano con la denominazione attuale, e nel 1794 il regio topografo Giovanni Antonio Rizzi Zannoni ne riporta i corpi di fabbrica e il perimetro nella carta dedicata a Napoli e ai suoi dintorni.
Con le riforme napoleoniche e la soppressione degli enti ecclesiastici la masseria passò nell'Ottocento a proprietari privati. Oggi la proprietà risulta frazionata fra più titolari, il borgo versa in abbandono e diversi fabbricati sono crollati per mancanza di manutenzione.
Descrizione L'abitato segue uno schema lineare, con una maglia stradale adattata all'andamento del terreno secondo un modello ricorrente nei villaggi medievali dell'Italia meridionale. Lungo i margini del sito affiorano ancora lastroni di basalto appartenuti alla pavimentazione della consolare Campana.
Gli edifici sono case-torri di impianto essenziale, pensate per il lavoro nei campi. Il piano terra accoglieva gli abitanti e gli animali domestici, mentre il livello superiore, spesso ricavato con un semplice soppalco ligneo, serviva da deposito per attrezzi, derrate e prodotti agricoli. Queste costruzioni in muratura documentano la fase in cui, consolidata politicamente la Liburia e venute meno le esigenze difensive, le celle rurali si aprirono con porte e finestre e furono rese più abitabili, arricchendosi talvolta di logge e balconi.
Note
Bibliografia
Voci correlate Masserie di Giugliano in Campania Liburia
Categoria:Architetture di Giugliano in Campania Categoria:Masserie della Campania