San Pietro piangente è un dipinto a olio su tela di 110 × 85,2 cm, realizzato intorno al 1650 da Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, e conservato nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna. Storia Il dipinto è ricordato da Carlo Cesare Malvasia nella Felsina pittrice: «[Fece] un s. Pietro piangente al sig. Zanchetti da Reggio».
Il relativo pagamento è registrato nel Libro dei conti.Il Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore del Guercino, Paolo Antonio Barbieri, dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666. In data 11 ottobre 1650 vi si legge: «Dal Sig.r Aurelio Zanelletti ho ricevuto n.o dieci dubloni di Italia per la Mezza figura del S. Pietro piangente e questi fanno ducatoni n.o 59 L 1 che sono poi L 296 che fano 74 scudi».
La discrepanza del cognome fra la Felsina pittrice e il Libro dei conti è dovuta ad un errore di Malvasia: il cognome giusto è Zanelletti, che aveva già fatto fare da Guercino Giuseppe e la moglie di Putifarre e Amnon scaccia Tamar dopo averla sedotta.
Il dipinto comparve in un’asta tenutasi a Venezia l’11 dicembre 1983, nella quale fu acquistato dalla Cassa di Risparmio di Bologna. Denis Mahon, dopo averlo esaminato, lo segnalò a Luigi Salerno, che lo incluse nel proprio catalogo. Descrizione e stile Il soggetto è tratto dal Vangelo secondo Matteo, nel quale Pietro, dopo aver rinnegato per tre volte Gesù, «uscito fuori, pianse amaramente» (Mt 26,75).
Il santo è raffigurato a mezza figura, avvolto in un ampio manto rosso che lascia scoperti gran parte del torace e il braccio destro, piegato e appoggiato su un tavolo. Nella mano destra stringe le chiavi, suo tradizionale attributo iconografico, mentre nella sinistra tiene un fazzoletto bianco. Il volto segnato dall’età, la bocca socchiusa e gli occhi colmi di lacrime rivolti verso il cielo traducono con intensa immediatezza il pentimento dell’apostolo, secondo un’iconografia devozionale particolarmente diffusa nell’età della Controriforma.
L’opera è di elevata qualità, come emerge anche dal confronto con una copia conservata nel Museo nazionale di Capodimonte. Quest’ultima era registrata come opera autografa del Guercino nell’inventario Farnese del Palazzo del Giardino di Parma. Trasferita a Napoli insieme alle collezioni farnesiane, entrò nelle raccolte successivamente confluite nel museo, mantenendo l’attribuzione al pittore, accolta anche da Giuseppe Campori e da Hermann Voss. Luigi Salerno fu il primo a respingerne l’autografia, giudizio in seguito condiviso da Denis Mahon. Note
Bibliografia
Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti a Bologna Categoria:Dipinti su san Pietro