La scrittura del disastro (L'Écriture du désastre) è un'opera saggistica di Maurice Blanchot, pubblicata in Francia da Gallimard nel 1980. La traduzione italiana di Federica Sossi è stata pubblicata da SE nel 1990. Composta in forma frammentaria, l'opera sviluppa una riflessione sulla scrittura, sulla memoria e sull'impossibilità di ricondurre il disastro a un significato unitario.
Struttura e forma L'opera è composta da 403 frammenti di lunghezza variabile, alcuni in corsivo e altri in carattere tondo. Nell'edizione originale francese ciascun frammento è preceduto da un piccolo rombo nero e separato dagli altri mediante uno spazio bianco. I frammenti alternano quattro registri principali: il discorso teorico, nel quale Blanchot si confronta con filosofi, psicoanalisti e scrittori; la narrazione, sospesa fra finzione e autobiografia; la citazione, talvolta seguita da un commento; e l'aforisma poetico.
La frammentarietà non rappresenta tuttavia la dispersione di una totalità precedentemente esistente né l'anticipazione di un insieme futuro. Radicalizzando un percorso già avviato con Le Pas au-delà del 1973, Blanchot concepisce il frammento come la messa in discussione dell'unità e della possibilità stessa di una ricomposizione. In questo senso la sua pratica è stata avvicinata più alla scrittura frammentaria di Nietzsche che a quella dei romantici tedeschi, ancora legata alla nostalgia di un'unità perduta o alla speranza di una totalità futura.
Anche gli elementi tipografici partecipano a questa ricerca. Secondo Chris Reyns-Chikuma, i rombi che nell'edizione originale introducono i singoli frammenti richiamano il segno della nota o della glossa, facendo apparire l'intero libro come un insieme di note e glosse disposte ai margini di un testo centrale inesistente. La disposizione della pagina, l'alternanza fra corsivo e tondo e l'uso delle citazioni contribuiscono ad accentuare la discontinuità del testo e a mettere in questione la linearità della lettura.
Il concetto di disastro Nel libro, il «disastro» non coincide semplicemente con una catastrofe o con un avvenimento distruttivo. Blanchot lo presenta come ciò che non sopraggiunge in un tempo determinabile: è «sempre già passato» e non dispone di un futuro, di un tempo o di uno spazio in cui compiersi. In forma ipotetica, lo associa inoltre all'essere «separati dalla stella», cioè alla perdita di un orientamento celeste; Jérémie Majorel collega questa immagine al passaggio dal cosmo chiuso all'universo infinito e alla conseguente destituzione dell'essere umano dal centro del mondo. Il disastro designa così una condizione di smarrimento e di esposizione all'illimitato, non misurabile come semplice scacco o perdita.
Un secondo significato riguarda la critica delle forme di pensiero fondate sull'unità e sulla totalità. Il gioco etimologico implicito in «dis-astro» non esaurisce il termine: Blanchot non intende il prefisso negativo come una semplice negazione destinata a essere superata in una nuova sintesi. Il disastro interrompe piuttosto il movimento della dialettica e sottrae concetti ed esperienze alla loro ricomposizione in un sistema. In dialogo con Emmanuel Lévinas, tale pensiero è stato ricondotto al neutro e a una forma di alterità che non può essere assimilata all'identico: il disastro non appartiene pienamente né all'essere né al nulla e mette in questione la possibilità stessa di un pensiero unitario.
Un ulteriore versante riguarda la passività e l'immemorabile, cioè ciò che sarebbe sempre già accaduto prima di poter essere vissuto o ricordato da un soggetto. Blanchot discute in questo quadro le «agonie primitive» descritte da Donald Winnicott e le riflessioni di Serge Leclaire sull'infante come rappresentazione narcisistica primaria, ma rifiuta l'idea che il transfert possa fissare nel presente di un ricordo ciò che precede la costituzione dell'io. A questo nucleo è collegato il frammento «Una scena primitiva?», nel quale un bambino contempla un cielo improvvisamente nero e vuoto e prova insieme un senso di assenza radicale e una gioia inspiegabile.
Shoah, memoria e testimonianza Tra i riferimenti storici dell'opera, il più esplicito è la Shoah. Blanchot definisce l'Olocausto un «evento assoluto della storia», al tempo stesso storicamente datato e capace di interrompere il movimento del senso, e si domanda come il pensiero possa custodirne la memoria quando in esso si è perduto anche il «pensiero custode». Nel libro si confronta inoltre con le testimonianze di Hermann Langbein e Robert Antelme, attraverso le quali riflette sulla perversione del lavoro e del bisogno nei campi di concentramento, sulla compresenza di orrore e non-senso e sul limite oltre il quale l'esercizio dell'arte rischia di divenire un'offesa alla sofferenza.
Il rapporto fra disastro e Shoah non si risolve tuttavia in una semplice equivalenza. Secondo Jennifer Yusin, Blanchot mantiene in tensione la realtà storica dell'Olocausto e la frattura che esso introduce nelle categorie di evento, esperienza e memoria. Ne deriva il problema di testimoniare ciò che non può essere ricondotto alla presenza vissuta e posseduto da un «io» narrante: la scrittura non offre quindi un resoconto compiuto del disastro, ma espone l'insufficienza del soggetto e del linguaggio dinanzi a ciò che deve essere ricordato.
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