La tomba inquieta (titolo originale The Unquiet Grave: A Word Cycle) è un saggio autobiografico dello scrittore e critico letterario britannico Cyril Connolly, pubblicato con lo pseudonimo di Palinurus in un’edizione limitata nel 1944 e in edizione commerciale da Hamish Hamilton nel 1945. Nato da tre taccuini redatti a Londra tra l’autunno del 1942 e l’autunno del 1943 e successivamente rielaborati, il libro combina diario, aforisma, citazione letteraria, meditazione autobiografica e critica culturale. Il titolo deriva dall’omonima ballata tradizionale, The Unquiet Grave, mentre lo pseudonimo rimanda a Palinuro, il nocchiero di Enea nell’Eneide, nel quale Connolly riconobbe un emblema della propria inclinazione al fallimento, alla rinuncia e all’isolamento.

Articolata in tre parti e un epilogo, l’opera descrive un percorso dalla crisi personale e dalla tentazione della morte verso una parziale riconciliazione con la vita. Joyce Carol Oates l’ha definita un «diario in perpetua metamorfosi», mentre Brian Dillon ne ha sottolineato il carattere sperimentale e autorivelatore.

In Italia il libro è stato pubblicato da Adelphi nel 1995, nella traduzione di Mariella Bertolucci, con il titolo La tomba inquieta. Un ciclo di parole.

Genesi e pubblicazione

Connolly compose il primo nucleo dell’opera nei tre taccuini scritti a Londra durante la seconda guerra mondiale, mentre dirigeva la rivista letteraria Horizon. In seguito definì The Unquiet Grave «inevitabilmente un libro di guerra»: alla situazione storica si sovrapponevano la crisi del suo primo matrimonio, l’impossibilità di raggiungere la Francia occupata e il senso di non avere mantenuto le promesse letterarie della giovinezza.

Connolly lavorò al manoscritto ancora per circa un anno, riorganizzando il materiale secondo quella che avrebbe poi descritto come una struttura di «iniziazione, discesa agli inferi, purificazione e cura». I diversi nuclei furono disposti in modo da richiamarsi reciprocamente e delineare il viaggio intellettuale e psicologico di Palinuro. L’opera assunse così la forma di un «ciclo di parole», suddiviso in tre parti seguite dall’epilogo Who Was Palinurus?.

Una prima edizione limitata apparve nell’autunno del 1944 sotto l’impronta editoriale di Horizon. Hamish Hamilton, che aveva inizialmente respinto il manoscritto per l’amarezza e la disperazione che lo pervadevano, lo pubblicò in edizione commerciale nel 1945, con una copertina disegnata da John Piper. Per l’edizione riveduta, pubblicata da Hamish Hamilton nel 1951, Connolly scrisse nel 1950 un’introduzione nella quale ricostruì la genesi e la struttura dell’opera.

Struttura e contenuto

Nella prima parte, le riflessioni sulla letteratura, sull’amore e sulla religione sono ricondotte alla crisi dell’autore, ormai prossimo ai quarant’anni. Al fallimento del matrimonio e al senso di non avere realizzato la grande opera alla quale riteneva di essere destinato si uniscono l’esperienza della guerra e il timore di una più generale decadenza culturale.

Nelle parti successive acquistano maggiore spazio il ricordo autobiografico e l’osservazione della vita quotidiana. Connolly rievoca Parigi e i viaggi anteriori alla guerra, riflette sul rapporto fra le condizioni fisiche e la scrittura e dedica particolare attenzione agli animali e al mondo vegetale. Il tono passa gradualmente dalla recriminazione e dall’autocommiserazione a una visione nella quale il dolore e il fallimento possono essere considerati anche nelle loro componenti comiche.

Il percorso si conclude con l’abbandono dell’immagine idealizzata del passato e con l’accettazione di un mondo trasformato dalla guerra. La malinconia non viene definitivamente superata, ma lascia spazio a una difesa sommessa della felicità e alla possibilità di continuare a vivere nonostante la perdita. Oates ha interpretato questo movimento come un processo di iniziazione, purificazione e cura.

L’epilogo, Who Was Palinurus?, ricostruisce la vicenda del nocchiero virgiliano e ne propone una lettura psicologica e autobiografica, offrendo una chiave interpretativa dell’intera opera.

La figura di Palinuro

Lo pseudonimo scelto da Connolly deriva da Palinuro, il nocchiero della flotta di Enea nell’Eneide. Secondo il racconto virgiliano, Palinuro cade in mare durante il viaggio verso l’Italia, raggiunge dopo tre giorni la costa presso Velia, ma viene ucciso e lasciato insepolto. Nell’oltretomba la sua ombra chiede a Enea una sepoltura che gli permetta di attraversare lo Stige e trovare pace.

Nell’epilogo Connolly riconosce che il testo virgiliano non permette di stabilire se Palinuro abbia deliberatamente abbandonato Enea o sia stato vittima delle forze divine; ne ricava tuttavia una «volontà di fallimento» o una repulsione verso il successo, intesa come desiderio di rinunciare quando la meta è ormai prossima e di cercare la solitudine, l’isolamento e l’oscurità.

Per Oates, Palinuro diventa l’immagine dell’ambivalenza di Connolly: l’immersione nel desiderio della «riva sconosciuta» gli consente di riconoscere e, almeno in parte, respingere la propria attrazione per il fallimento e la morte. Dillon ha invece ridimensionato la pertinenza dell’analogia classica, osservando che i problemi del nuovo Palinuro sono moderni più che mitici.

Forma e riferimenti letterari

Il ricorso al frammento consente a Connolly di accostare l’esperienza personale alle proprie letture senza subordinare l’una alle altre. Oates lo ha definito un commonplace book, nel quale citazioni, osservazioni e reminiscenze acquistano significato attraverso la loro disposizione e i richiami reciproci.

Le citazioni sono spesso riportate nella lingua originale e provengono soprattutto dalla letteratura classica, dai moralisti francesi e dagli scrittori europei dell’Ottocento. Fra i riferimenti più ricorrenti figurano Blaise Pascal, Nicolas de Chamfort, François de La Rochefoucauld, Giacomo Leopardi, Gérard de Nerval, Charles Baudelaire, Gustave Flaubert e Charles-Augustin de Sainte-Beuve. Dillon ha osservato che queste presenze conferiscono a tratti al libro l’aspetto di un raffinato repertorio delle letture compiute da Connolly durante la guerra, dominato da un tono di disincanto e di ironica estraneità.

All’aspirazione verso la concisione e l’autorità dei moralisti si accompagna una componente comica e autoironica. Secondo Dillon, le formulazioni più solenni di Connolly tendono spesso a rovesciarsi nella battuta o nel paradosso, mentre le sue meditazioni intellettuali vengono ricondotte alla dimensione concreta del corpo e alle condizioni materiali della scrittura.

Jean-Christophe Murat ha individuato nell’opera una tensione fra classicismo e romanticismo. Connolly ricerca l’equilibrio, l’economia espressiva e la disciplina formale della tradizione classica, ma la voce di Palinuro rimane segnata dalla nostalgia, dall’autodrammatizzazione e dal desiderio di evasione. Il romanticismo viene pertanto criticato come rifiuto della realtà e, nello stesso tempo, praticato come modalità di rappresentazione del sé.

Dillon ha inoltre collocato la frammentarietà di La tomba inquieta entro la tradizione novecentesca del saggio e dell’aforisma. Pur considerando eccessivo un confronto diretto con il montaggio di citazioni del Passagenwerk di Walter Benjamin o con Minima moralia di Theodor W. Adorno, ha rilevato un’affinità stilistica con Emil Cioran, il cui Sommario di decomposizione fu pubblicato alcuni anni dopo. L’accostamento riguarda l’uso moderno della forma aforistica e non presuppone un’influenza diretta.

Accoglienza e fortuna critica

Alla pubblicazione, La tomba inquieta ricevette giudizi contrastanti. Elizabeth Bowen, Philip Toynbee ed Edmund Wilson espressero il proprio apprezzamento, mentre Ernest Hemingway scrisse a Connolly di essere «quasi certo» che il libro sarebbe diventato un classico. Un recensore anonimo del Times Literary Supplement ne criticò invece la «cupa insensatezza»; R. G. Lienhardt, sulla rivista Scrutiny, contestò la predilezione dell’autore per un lessico ricercato, mentre Evelyn Waugh ne derise il tono e le aspirazioni intellettuali.

L’interesse per il libro si rinnovò con la riedizione statunitense pubblicata da Persea Books all’inizio degli anni Ottanta, senza però eliminare la divergenza dei giudizi. Nel 1982 Stephen Koch lo definì una delle opere inglesi più originali del periodo successivo alla morte di Virginia Woolf e interpretò la sua forma come una ricerca posta ai confini fra saggio, autobiografia e romanzo, accostandola agli ultimi libri di Roland Barthes. Due anni dopo Bernard McCabe, pur ricordando che l’opera era spesso celebrata come il capolavoro di Connolly, la considerò invece un testo ormai legato alla propria epoca. Oates l’aveva intanto inserita in una riflessione più ampia sul rapporto fra fallimento personale e creazione artistica.

Nel 2017 Dillon ha riconosciuto gli eccessi sentimentali, le cadute di gusto e l’inattualità di una parte del tono, ma ha definito La tomba inquieta uno dei saggi inglesi più sperimentali e autorivelatori della metà del Novecento. A suo giudizio, la forma irregolare dell’opera conserva una particolare rilevanza per il saggio contemporaneo.

Edizioni principali

The Unquiet Grave: A Word Cycle, con lo pseudonimo di Palinurus, Londra, Horizon, 1944, edizione limitata. The Unquiet Grave: A Word Cycle, Londra, Hamish Hamilton, 1945, prima edizione commerciale britannica. The Unquiet Grave: A Word Cycle, Londra, Hamish Hamilton, 1951, edizione riveduta con introduzione dell’autore. La tomba inquieta. Un ciclo di parole, traduzione di Mariella Bertolucci, Milano, Adelphi, «Biblioteca Adelphi», 303, 1995, ISBN 9788845911286.

Note

Bibliografia

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