Saturnia fu un centro etrusco e poi romano della media valle dell'Albegna, sorto su un pianoro di travertino che domina la sinistra del fiume, nell'attuale territorio comunale di Manciano, in provincia di Grosseto. Il pianoro, lungo circa 850 metri e largo 400, raggiunge i 294 metri di quota ed è delimitato su quasi tutto il perimetro da dirupi naturali..
L'occupazione del sito non fu continua. A un insediamento del Bronzo finale seguì una lacuna nell'età del ferro; le necropoli si svilupparono a partire dalla fine dell'VIII secolo a.C., mentre sul pianoro le testimonianze orientalizzanti e arcaiche restano troppo esigue per documentare un abitato urbanizzato, e un vero centro abitato è attestato solo nel IV secolo a.C.; .
Caduta Vulci nel 280 a.C., il sito subì una distruzione e fu inserito nella riorganizzazione romana del territorio vulcente come sede di praefectura e poi come colonia di cittadini romani, dedotta nel 183 a.C. Dopo le guerre civili fra Mario e Silla fu ricostruita con un impianto ortogonale, di cui la viabilità del borgo attuale conserva la traccia..
Il nome Il nome con cui la città è conosciuta, Saturnia, compare soltanto nelle fonti latine.In latino l'espressione Saturnia tellus designa l'Italia (Virgilio, Georgiche, II, 173; Eneide, VIII, 329), e Varrone ricorda una città detta Saturnia sul Campidoglio (De lingua Latina, V, 42): non tutte le occorrenze antiche del nome riguardano dunque il centro maremmano.
Il nome anteriore alla conquista romana non è attestato direttamente e viene ricavato da un passo di Plinio il Vecchio il cui testo è controverso. L'edizione di Jan e Mayhoff stampa Saturnini qui ante Aurini vocabantur, ma fra i codici da essa collazionati quella lezione è minoritaria: la danno due soli manoscritti leidensi, e in uno dei due si tratta di una correzione del XII secolo, mentre gli altri hanno urini vocantur. Silvio Ferri, riesaminando nel 1951 quell'apparato, spiegò la doppia lezione come esito di una diversa divisione delle parole a partire dal capitale ANTEAVRINI e giudicò lectio facilior quella accolta dagli editori.Ferri segnala anche che il Riccardiano, da lui giudicato il codice migliore, presenta in quel punto la forma urim..
Dall'etnico così ricostruito si è ricavato a sua volta un poleonimo, di volta in volta Aurinia, Aurina o Urina, nessuno dei quali è documentato dalle fonti; la forma Urina è quella adottata da Berrendonner e Munzi.; . Contro Aurinia è stato inoltre osservato che il nome presupporrebbe il latino aurum, e sarebbe quindi latino a sua volta, il che è incompatibile con uno strato anteriore a quello che ha prodotto il nome Saturnia..La restituzione di Urini fu proposta all'interno di un quadro sostratistico poi abbandonato, che riconduceva il toponimo a una supposta matrice "caspico-anatolica"; è stata però ripresa da Berrendonner e Munzi indipendentemente da quella cornice.
Il gentilizio etrusco urinate, formato su etnico secondo la regola dei nomi in -ate, presuppone una città *Urina la cui identificazione resta discussa: l'unica attestazione linguistica diretta della forma è su monete campane della regione di Nola. Fra le attestazioni del gentilizio censite da Berrendonner e Munzi, che comprendono Capua, Tarquinia, Axia, Bomarzo, Volterra, Chiusi e Perugia, Saturnia non figura..
Quanto ci è giunto in etrusco dal sito si riduce a pochissimo: due iscrizioni onomastiche su calici di bucchero del VI secolo a.C. e una stele funeraria di travertino con iscrizione bustrofedica dell'ultimo quarto dello stesso secolo, rinvenuta presso le terme, in cui è stato letto un toponimo kamarte, accostato al Camars che Livio riporta come antico nome di Chiusi e riferito da alcuni a Saturnia stessa o a una località vicina..
Il sito e il territorio Il pianoro occupa una posizione di controllo sulla media valle dell'Albegna, che è il corridoio naturale fra la costa, l'entroterra etrusco e il bacino del Tevere. In età etrusca l'area ricade nella parte settentrionale del territorio soggetto a Vulci, ai confini con il distretto di Volsinii.. I dirupi che circondano il masso di travertino lo rendevano difendibile su quasi tutto il perimetro, e la costruzione di mura fu limitata ai punti più esposti..
Le fonti latine collocano la città nellager Caletranus, il territorio che prendeva nome da Caletra, centro di identificazione discussa e da alcuni riconosciuto in Marsiliana d'Albegna; secondo questa ricostruzione Saturnia sarebbe divenuta il principale abitato dellager nel corso del VI secolo a.C., dopo il declino di Marsiliana.; .
Fra IV e III secolo a.C. il sito è inserito nella rete di insediamenti fortificati della valle, con Talamone, Doganella e Ghiaccio Forte, lungo l'asse che collegava Orvieto a Vulci..
Le necropoli si dispongono su entrambe le rive del fiume: sul pianoro triangolare di Pian di Palma, alla destra dell'Albegna, i sepolcreti del Puntone, di Pratogrande, di Campo delle Caldane, del Casalino e dei Crostoli; sulla sinistra, più vicini all'abitato, quelli di Sede di Carlo, della Pancotta e degli Sterpeti..
Storia delle ricerche I viaggiatori che raggiunsero Saturnia dalla metà del Settecento furono attratti quasi solo dalle vestigia romane, al punto che Emanuele Repetti, in visita nel 1834, dichiarò di non avere riconosciuto nulla che appartenesse alla città etrusca..
Le prime tracce preromane furono riconosciute da George Dennis, che nel 1844 esplorò le necropoli di Pian di Palma; le tombe megalitiche lo indussero però a ritenerle dolmen preistorici da attribuire ai Pelasgi menzionati da Dionigi di Alicarnasso. Le prime ricerche sistematiche si devono ad Angiolo Pasqui, che nel 1880 riconobbe come etruschi quei monumenti e pubblicò, con piante e disegni, una descrizione delle mura, delle porte, della viabilità e del Castellum Aquarum di Poggio Murella.
Fra il 1895 e il 1903 operò nell'abitato e nelle necropoli il pittore e antiquario orvietano Riccardo Mancinelli. Il soprintendente Luigi Adriano Milani acquistò per il museo di Firenze i corredi di undici tombe, ma Mancinelli agiva a scopo di lucro e la maggior parte dei complessi fu dispersa sul mercato antiquario; fanno eccezione le suppellettili di cinque tombe, confluite nel museo universitario di Berkeley insieme ad alcune fotografie di corredi altrimenti irreperibili.. Altri materiali andarono ad accrescere la collezione dei conti Ciacci, esposta dal 1930 nel castello di Saturnia, acquistata dallo Stato nel 1978, trasferita al museo archeologico di Grosseto e tornata a Saturnia nel 2003.
Dopo il recupero, nel 1927, del corredo di una tomba ellenistica al podere Valle Martina da parte di Ranuccio Bianchi Bandinelli, l'attività archeologica riprese solo nel 1979, con le ricognizioni topografiche condotte nella valle dell'Albegna dalle università di Pisa, Siena, Nantes, Cambridge e Londra e con gli scavi della Soprintendenza nella necropoli del Puntone e nell'area urbana.; .
Proprio a questi scavi si deve, secondo chi li condusse, l'abbandono definitivo dell'interpretazione delle strutture affioranti a Pian di Palma come dolmen preistorici, proposta da Dennis e ripresa a lungo dall'erudizione locale; e con essa il venir meno dell'idea, fondata sulle sole fonti letterarie, di un'antichità del sito tanto remota da affondare le radici nel mito..
Le fasi di occupazione del pianoro
La documentazione dell'area urbana è frammentaria: l'interro è ridotto, il banco di travertino non conserva buche di palo né canalizzazioni, e i materiali più antichi si trovano in un sottile strato di terra scura a contatto con la roccia, spesso asportato o inquinato dalle fasi successive..
La fase meglio documentata fra quelle preurbane è quella del Bronzo finale, riferita alla cultura protovillanoviana e nettamente più consistente rispetto alle poche attestazioni del Bronzo medio, tardo e recente. Uno scavo condotto nel 1987 lungo via Mazzini ha restituito, accanto a materiale in giacitura secondaria, lembi di strati a contatto con la roccia con ceramica di una fase avanzata del Bronzo finale e frammenti di fornelli, che indicano un abitato stabile, esteso però non a tutto il pianoro; i confronti conducono agli abitati coevi del Fiora e dell'Albegna, primo fra tutti Poggio Buco..
Alla fase protovillanoviana segue un abbandono di quasi due secoli. Manca del tutto il materiale dell'età del ferro, e i corredi più antichi del sepolcreto di Sede di Carlo non scendono al di sotto della fine dell'VIII secolo a.C., mentre nell'area urbana non è comparso alcun frammento di quella stessa fase: un'assenza che, per l'estensione raggiunta dalle indagini, non è più stata considerata casuale.; .
In età orientalizzante il pianoro ha restituito soltanto pochi frammenti ceramici fluitati, mentre per l'età arcaica le testimonianze sono più diffuse ma quasi sempre in giacitura secondaria e molto frammentarie. Si tratta di bucchero nero e grigio, ceramica etrusco-corinzia, ceramica figulina, vasellame da cucina d'impasto e ceramica attica. Tracce così diluite non documentano un insediamento urbanizzato, ma piuttosto una serie di piccoli aggregati disseminati sull'altura, coerenti con i distinti nuclei di necropoli riconosciuti nel territorio circostante..
Indizi di un insediamento stabile compaiono solo nel IV secolo a.C. Gli scavi nel settore occidentale del pianoro hanno restituito un piano pavimentale in blocchi squadrati di tufo, lungo il cui margine si allineano larghe basi cilindriche della stessa pietra: sostenevano colonne di legno, di una delle quali è rimasta l'impronta carbonizzata nello strato. La forte consunzione dei blocchi ha suggerito l'interpretazione come propileo o passaggio monumentale verso la parte centrale della città; è stata in seguito avanzata anche l'ipotesi di un'area sacra, sulla scorta del confronto con il pavimento di tufi rintracciato a Orvieto sotto la chiesa di Sant'Andrea.; .
Alla presenza di edifici di culto rimandano anche un'antefissa nimbata, una tegola di gronda su cui si alternano palmette e fiori di loto, confrontabile con la coroplastica del tempio del Talamonaccio e riconducibile alla scuola orvietana, e un bronzetto votivo di offerente. Un altro saggio ha intercettato un'abitazione con muri in pietre appena sbozzate, affacciata su un asse viario inghiaiato e coperta da un crollo databile alla fine del IV secolo..
Sopra il piano pavimentale si stendeva un livello uniforme di macerie, fitto di tegole annerite dal fuoco, databile su base archeologica fra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C. e riferito agli anni intorno al 280 a.C.; lo stesso strato è stato riconosciuto in più punti del pianoro. Le tipologie dei materiali che contiene coincidono con quelle degli strati di distruzione del vicino centro di Ghiaccio Forte, travolto nella stessa circostanza..
Le necropoli
Il nucleo più antico è il sepolcreto di Sede di Carlo, dove nel 1902 furono individuate diciassette tombe a pozzetto e a fossa, databili fra la fine dell'VIII secolo a.C. e il 675 circa. L'area occupata è ridotta, e se ne è dedotto che l'abitato avesse allora la consistenza di un villaggio. Nei pozzetti la cavità inferiore, scavata nel banco calcareo, è cilindrica e si restringe sul fondo per accogliere il cinerario, mentre in alto un vano quadrangolare a secco è sigillato da un lastrone di travertino; anche le fosse, del resto, potevano contenere un ossuario e non implicano dunque il rito inumatorio.