Terziaria domenicana, dedicò gran parte della propria vita all'accoglienza di giovani donne in condizioni di povertà o prive di sostegno familiare, sviluppando un modello che univa assistenza, educazione ai principi evangelici, istruzione, formazione professionale, lavoro e autonomia economica. L'organizzazione da lei ideata prevedeva che le giovani imparassero un mestiere, partecipassero con il proprio lavoro al sostentamento della comunità e conservassero per sé una parte del capitale acquisito. Per queste caratteristiche la sua esperienza è stata successivamente interpretata come anticipatrice di principi relativi all'autonomia economica e sociale femminile che avrebbero assunto un ruolo centrale nel dibattito dei secoli successivi. Per le sue iniziative concrete viene annoverata tra le prime figure del cattolicesimo sociale piemontese. Rricostruzioni contemporanee hanno individuato nell'esperienza delle Rosine un'anticipazione di principi che sarebbero divenuti centrali, molto più tardi, nei processi di emancipazione femminile.
Biografia
Origini e formazione
Francesca Maria Govone nacque a Mondovì il 26 novembre 1716. A diciotto anni entrò nel Terzo Ordine Domenicano, assumendo il nome di Rosa, con il quale sarebbe diventata conosciuta.
Nel 1742, dopo la morte dei genitori, accolse nella propria abitazione Marianna Viglietti, una giovane indigente e priva di sostegno familiare. Da questa prima esperienza prese forma il progetto al quale avrebbe dedicato il resto della propria vita: offrire accoglienza alle giovani povere e sole e, contemporaneamente, fornire loro gli strumenti necessari per costruire una vita autonoma. Negli anni trascorsi a Mondovì arrivò a riunire intorno a sé una comunità di circa settanta giovani.
L'elemento innovativo dell'iniziativa consisteva nel non concepire l'assistenza come semplice sostentamento. Le giovani accolte venivano educate secondo i principi evangelici, istruite e avviate al lavoro, affinché acquisissero conoscenze e competenze professionali attraverso le quali contribuire alla vita della comunità e, in prospettiva, disporre dei mezzi necessari per scegliere autonomamente il proprio futuro. Infatti, le ragazze che non avevano una vocazione religiosa, una volta istruite e appreso un mestiere erano libere di lasciare la comunità e determinare il proprio futuro
La nascita delle Rosine La comunità femminile formatasi intorno a Govone divenne conosciuta con il nome di Rosine, derivato dal nome assunto dalla fondatrice.
Le appartenenti alla comunità conducevano una vita comune improntata alla religiosità e al lavoro, ma non erano tenute a pronunciare voti religiosi ed erano libere di lasciare l'Istituto. Le ragazze che restavano nella comunità seguivano una regola interna, che prevedeva la preghiera, lo studio dei Vangeli e la castità come elementi su cui si basava l’opera di carità che continuavano accogliendo sempre altre ragazze in difficoltà
Il principio sul quale Govone fondava la vita della comunità era sintetizzato nel motto, tratto dal Salmo 128, «vivrai dell'opera delle tue mani» Il lavoro costituiva infatti uno degli elementi centrali del progetto. Alle giovani non veniva offerta soltanto protezione, un’educazione religiosa e un’istruzione, ma veniva insegnato un mestiere. L'obiettivo era fornire loro una dote materiale e culturale che permettesse, a chi avesse deciso di lasciare la comunità, di affrontare autonomamente la propria vita.
L'Istituto era contemporaneamente una scuola, un opificio e un emporio, organizzazione definita da Memoria Scolastica «pionieristica». Una volta formate, le ospiti si dedicavano alla lavorazione della lana e della seta, alla tessitura, al cucito, al ricamo e alla manifattura di merletti. I prodotti venivano messi in vendita e i proventi rendevano l'Istituto economicamente indipendente. Un elemento peculiare del sistema riguardava direttamente le lavoratrici: ciascuna giovane conservava per sé una parte del capitale acquisito attraverso il proprio lavoro.
In tal modo Govone elaborò, nella metà del XVIII secolo, un modello nel quale l'assistenza non coincideva con una condizione permanente di dipendenza. L'apprendimento di un mestiere, la partecipazione alla produzione e la possibilità di accumulare risorse erano concepiti come strumenti attraverso i quali le donne potevano costruire una propria autonomia.
La capacità progettuale di Govone non si limitò inoltre alle giovani donne. L'Istituto estese progressivamente la propria attività a donne adulte in difficoltà, trovatelli e orfani; alcune Rosine divennero maestre dei bambini accolti. Fu inoltre prevista l'assistenza alle appartenenti alla comunità diventate anziane e non più in grado di lavorare.
Il trasferimento a Torino Nel 1755 Govone affidò la direzione della comunità di Mondovì a Marianna Viglietti e si trasferì a Torino, con l'intenzione di estendere la propria attività.
La crescita dell'iniziativa incontrò anche resistenze. Secondo ricostruzioni successive, una commissione di teologi incaricata di esaminare l'Opera ne riconobbe la validità, manifestando invece perplessità sulla capacità della fondatrice di dirigerne lo sviluppo. Govone riuscì tuttavia a ottenere il sostegno della monarchia sabauda.
Nel 1756 Carlo Emanuele III di Savoia mise a disposizione della comunità il complesso del soppresso Ospedale di San Giovanni di Dio, precedentemente affidato all'Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio. La struttura divenne la sede torinese dell'istituzione successivamente conosciuta come Istituto delle Rosine.
Il modello iniziato a Mondovì e sviluppato a Torino venne progressivamente esteso ad altre località del Regno di Sardegna. Durante la vita di Govone furono istituite comunità collegate alla casa torinese a Fossano e Savigliano nel 1757, a Saluzzo nel 1760, a Novara nel 1766, a San Damiano d'Asti nel 1770, a Chieri nel 1771 e a Iglesias nel 1772.
Rosa Govone morì a Torino il 28 febbraio 1776, all'età di 59 anni. L'Istituto delle Rosine ha continuato la propria attività nei secoli successivi, adattando progressivamente le forme della propria presenza sociale alle trasformazioni della società.
Fortuna storica
Nel 1876, in occasione del centenario della morte, furono organizzate commemorazioni e pubblicati diversi scritti dedicati alla fondatrice e all'Istituto. A Mondovì, sulla casa nella quale Govone aveva accolto le prime giovani, venne collocata una lapide commemorativa. La sua attività è stata successivamente studiata nell'ambito della storia dell'assistenza, dell'educazione e del lavoro femminile. La particolare combinazione tra formazione professionale, attività produttiva e possibilità per le donne di disporre dei frutti del proprio lavoro ha portato studi e ricostruzioni contemporanee a sottolineare il carattere anticipatore e pionieristico del modello.
Ancora oggi, la Fondazione Istituto delle Rosine affianca la tradizionale vocazione sociale ad attività culturali, formative e artistiche. che concorrono al sostegno economico delle opere sociali gratuite che sono la prosecuzione della missione secolare di sostegno alle donne iniziata da Govone nel XVIII secolo. Tra le opere sociali attive figurano il Punto di Ascolto per Donne in Difficoltà, che offre colloqui psicologici individuali gratuiti; i Cerchi di Mamme, dedicati all'accompagnamento della maternità e della genitorialità; e un percorso di Musicoterapia per bambini con disabilità uditiva, realizzato in collaborazione con l'Ospedale Martini di Torino. Nel 2026, in occasione dei 270 anni dall'insediamento torinese, dei 310 anni dalla nascita di Rosa Govone e dei 250 anni dalla sua morte, l'Istituto ha riconfermato le proprie attività culturali e sociali volte alla conservazione e alla reinterpretazione contemporanea dell'eredità della fondatrice.
Note
Bibliografia
Collegamenti esterni
Rosa Govone, in Memoria Scolastica. La storia dell'Istituto delle Rosine, sito ufficiale. La storia delle Rosine raccontata a mio figlio, Effatà Editrice.
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