La pena di morte è una pena legale nel sistema giudiziario federale degli Stati Uniti d'America. Nel sistema giuridico penale federale, la pena di morte è la pena più severa tra quelle previste a seguito di una condanna per i reati federali più gravi, tra cui tradimento, spionaggio, omicidio, traffico di sostanze stupefacenti di importante rilevanza. In alcuni casi, negli Stati Uniti viene punito con la pena di morte anche il tentato omicidio di un testimone, di un giurato o di un funzionario del tribunale.
La maggior parte dei detenuti nel braccio della morte federale sono reclusi presso lo United States Penitentiary di Terre Haute (Indiana). Per motivi di sicurezza, tuttavia, nel 2024 Dzhokhar Tsarnaev è stato trasferito presso il United States Penitentiary Florence Administrative Maximum Facility (ADX Florence) di Florence (Colorado).
Dal punto di vista statistico, le condanne a morte comminate dal Governo federale negli Stati Uniti sono molto rare rispetto a quelle comminate dai sistemi giudiziari dei singoli Stati. A seguito della fondamentale sentenza della Corte Suprema Furman v. Georgia del 1972, fino al 1988 la pena di morte federale è stata sospesa, per poi essere reintrodotta da parte del Congresso. Tuttavia, dal 1972 al 2001 non vi è stata alcuna condanna a morte comminata dal potere giudiziario federale, per poi esservi state 3 condanne a morte nel biennio 2001-2003. Una nuova pausa si è avuta tra il 2003 e il 14 luglio 2020, quando il Presidente Donald Trump ha autorizzato l'esecuzione di ben 13 condannati nel braccio della morte federale (una decisione presa negli ultimi della sua prima presidenza).
L'ultima condanna a morte eseguita risale al 16 gennaio 2021, con l'esecuzione di Dustin John Higgs a seguito di una condanna per omicidio avvenuto all'interno di una proprietà federale. Il 1º luglio 2021, il Procuratore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, ha istituito una moratoria su tutte le condanne a morte federali a causa della necessità di revisionare modalità e procedure delle condanne a morte. Tuttavia, il 5 febbraio 2025, il nuovo Procuratore generale Pam Bondi ha rimosso la moratoria sulla scorta di un ordine esecutivo del neo-eletto Presidente Trump (al suo secondo mandato).
Prima del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump nel 2025, il 23 dicembre 2024, il precedente Presidente Joe Biden aveva commutato le condanne a morte in detenzione per tutti i condannati presenti nel braccio della morte federale non puniti per terrorismo od omicidi di massa connotati da odio razziale. A seguito di questa decisione, sono attualmente presenti nel braccio della morte federale soltanto 3 condannati a morte.
Storia Il 30 aprile 1790 il Presidente George Washington firma il Crimes Act, con il quale vengono definiti alcuni reati federali come punibili con la pena di morte: tradimento, omicidio, rapina, pirateria, ammutinamento, ostilità contro gli Stati Uniti, contraffazione e collaborazione alla fuga di un condannato a morte. La prima esecuzione capitale federale risale al 25 giugno 1790, con Thomas Bird punito con la morte per "omicidio in alto mare" dopo aver ucciso il suo capitano in una nave negriera.
Storicamente, l'ente federale incaricato dell'esecuzione delle condanne capitali federali è lo U.S. Marshal Service, ovvero la forza di polizia federale incaricata dell'esecuzione di tutte le condanne federali e dipendente dal Dipartimento di Giustizia. Tuttavia, prima della sentenza Furman del 1972, i Marshals si avvalevano della collaborazione del sistema detentivo e dell'organizzazione penitenziaria dello Sato in cui il reato era stato commesso. Unica eccezione erano le condanne a morte a seguito di reati federali avvenuti nei territori, nel District of Columbia oppure negli Stati che non avevano approvato la pena di morte: in questi casi, la corte giudiziaria federale decideva in quale Stato dovesse essere eseguita la pena di morte e la metodologia adottata. L'ultima esecuzione avvenuta prima della storica sentenza del 1972 è stata quella di Victor Feguer il 15 marzo 1963, condannato a morte per rapimento e omicidio (a cui il Presidente John Fitzgerald Kennedy aveva negato la grazia).
Con la sentenza Furman v. Georgia della Corte Suprema degli Stati Uniti, la pena di morte federale subisce una sospensione. In questa storica sentenza, la Corte non definisce incostituzionale la pena di morte in sé, bensì stabilsce (con una ristretta maggioranza di 5 voti a favore e 4 contrari) che questa pena ha un chiaro carattere arbitrario e discriminatorio in violazione dell'Ottavo e del Quattordicesimo Emendamento. In conseguenza di ciò, quasi 700 condannati a morte vedono annullata la loro pena, costringendo anche più di una decina di Stati federali a riscrivere le loro norme per adeguarle alla decisione della Corte Suprema. Per , dunque, la pena di morte federale (nonché quelle comminate dai singoli Stati) non viene applicata.
Tuttavia, una nuova sentenza fondamentale della stessa Corte del 1976, Gregg v. Georgia, ribalta nuovamente la situazione. Con quest'ultima sentenza, la Corte riapre le porte alla pena di morte, affermando che essa è costituzionalmente rispettosa dell'Ottavo Emendamento se non è "crudele e inusuale". Con questa sentenza finisce così quella moratoria informale definitasi dopo la sentenza Furman del 1972.
Con gli anni '80 la politica statunitense della "guerra alla droga" si inserisce anche nel dibattito sulla pena di morte federale. Verso la fine del decennio, il senatore Alfonse D'Amato (R-NY) promuove un disegno di legge per applicare la pena di morte al traffico di droga, dichiarandosi contrariato dal fatto che questo tipo di reato non venga punito con la massima pena possibile nel suo Stato d'origine. È del 1988, infatti, la promulgazione dellAnti-Drug Abuse Act da parte del Presidente Ronald Reagan, che ripristina la pena di morte per il reato federale di traffico di stupefacenti, per alcuni reati ad esso collegati e ad alcune fattispecie di omicidio relative.
Un nuovo allargamento dell'applicabilità della pena di morte federale avviene con l'approvazione, da parte del Presidente Bill Clinton, del Violent Crime Control and Law Enforcement Act nel 1994 (il cui disegno di legge vede tra i suoi promotori il futuro presidente Joe Biden); con questa legge la pena di morte federale si allarga a ben 41 nuove fattispecie di reati federali. Proprio in questo contesto, nel 1996 viene approvato lAntiterrorism and Effective Death Penalty Act, con il quale si allarga nuovamente l'applicabilità della pena di morte federale a reati attinenti il terrorismo interno, nonché la costituzione, come unica sede di esecuzione di queste sentenze capitali, di quella che è ancora oggi l'unica struttura adibita a questo scopo, ovvero lo United States Penitentiary di Terre Haute (Indiana).
L'11 giugno 2001 avviene la prima esecuzione di un condannato a morte federale dopo l'ultima avvenuta nel 1963, con l'esecuzione di Timothy McVeigh, autore dell'attentato di Oklahoma City del 1995 che ha provocato la morte di 168 persone.
Nel periodo precedente e a cavallo tra la prima e la seconda presidenza Trump, alcuni dei Presidenti statunitensi hanno concesso numerose grazie ai condannati nel braccio della morte federale. In totale, sono stati 40 i condannati ad aver visto la propria pena commutata nell'ergastolo: uno con Bill Clinton nel 2001, due nel 2017 con Barack Obama e ben 37 con Joe Biden nel 2024. Soltanto tre detenuti nel braccio della morte federale non hanno ottenuto la grazia di Biden, ovvero Dylann Roof, Robert Gregory Bowers e Dzhokhar Tsarnaev; Shannon Agofsky e Len Davis, due dei detenuti "graziati", invece, avevano rifiutato la grazia di Biden contestando la decisione di quest'ultimo presso una corte federale e chiedendo di rigettare la commutazione della loro pena, credendo che in tal modo non avrebbero avuto più alcun modo per dimostrare la loro innocenza.
Il 25 luglio 2019, durante il primo mandato alla Presidenza di Donald Trump, il Procuratore generale William Barr annuncia un'improvvisa ripresa delle esecuzioni capitali federali emanando un provvedimento in cui calendarizza l'esecuzione di ben 5 condannati a morte, nonché l'impiego del pentobarbital invece del tradizionale cocktail di farmaci utilizzato per le iniezioni letali. L'iniziativa dell'amministrazione Trump, però, apre una disputa giudiziaria. Il 20 novembre successivo, il giudice distrettuale federale Tanya Chutkan emana un'ingiunzione preliminare che blocca l'approvazione del provvedimento di Barr; la giudice era stata investita del caso dopo che alcuni dei condannati a morte avevano contestato l'utilizzo del pentobarbital, che violerebbe il Federal Death Penalty Act del 1994. La regolarità dell'ingiunzione del giudice Chutkan viene sostenuta anche in secondo grado dalla Corte d'Apello federale del District of Columbia Circuit. Il caso arriva di fronte alla Corte Suprema che, il 6 dicembre 2019, accoglie la tesi dei condannati anche se rinvia la disputa alla Corte d'Appello obbligandola a decidere celermente sul caso.
La disputa giudiziaria non ferma comunque l'intenzione dell'amministrazione Trump di riprendere le condanne capitali federali. Nel luglio 2020, dopo di pausa, riprendono le esecuzioni e ben 13 condannati a morte per reati federali vedono la loro sentenza eseguita. Tra di essi vi è anche una donna, Lisa Montgomery, prima detenuta di sesso femminile condannata a morte dalla giustizia federale dopo . Dal punto di vista statistico, la presidenza Trump ha visto il più alto numero di esecuzioni capitali federali nei precedenti di storia degli Stati Uniti.
Uno dei casi più recenti che hanno riacceso il dibattito sulla pena di morte federale è stato quello di Dzhokhar Tsarnaev, accusato (insieme a suo fratello) e condannato a morte per l'attentato durante la Maratona di Boston del 2013. La sua sentenza di condanna, emanata il 24 giugno 2015, è stata ribaltata dalla Corte d'Appello federale il successivo 31 luglio 2020, ordinando un nuovo processo. Tuttavia, su ricorso del Governo federale, la Corte Suprema ha nuovamente confermato la sentenza di condanna a morte il 4 marzo 2022.
Procedimento giudiziario
La sentenza Per la legge federale penale degli Stati Uniti, soltanto il Procuratore generale ha la facoltà di richiedere la pena di morte alla giuria in un processo penale federale. È una delle più importanti differenze rispetto alla maggior parte dei sistemi giudiziari dei singoli Stati, nei quali non è richiesto l'intervento o il consenso del Procuratore generale dello Stato; il singolo procuratore distrettuale, in questi Stati, ha la facoltà di richiedere la pena di morte se la legge dello Stato lo consente.
La legge federale, inoltre, obbliga che la condanna a morte avvenga a seguito di decisione della giuria all'unanimità, la quale non può essere "scavalcata" dal giudice del processo (anche nel caso in cui un singolo giurato si esprima contrario alla pena capitale). Nel caso in cui, in un processo in cui il Procuratore generale ha richiesto la condanna a morte, la giuria non riesca a raggiungere un verdetto (hung jury), il giudice non può ordinare un nuovo processo con una nuova giuria, dato che è obbligato ad emanare una sentenza con la pena dell'ergastolo senza possibilità di richiedere la libertà condizionale.
Il giudizio d'appello e la grazia A differenza dei condannati nei bracci della morte statali, i quali possono proporre appello avverso alla loro sentenza di condanna sia presso la Corte d'appello statale che in quella federale, per i condannati a morte federali l'appello può essere proposto soltanto presso la competente Corte d'appello federale.
Il potere di grazia spetta soltanto al Presidente degli Stati Uniti.
Metodo di esecuzione