Amor virtuoso, detto anche Amore disinteressato, è un dipinto a olio su tela (99×75 cm) realizzato da Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, intorno al 1653 e conservato nel Museo del Prado a Madrid. Storia La prima testimonianza letteraria dell'opera risale a Carlo Cesare Malvasia, che nella Felsina Pittrice, riferendosi all'attività del Guercino nel 1654, ricorda fra i dipinti eseguiti in quell'anno anche un Amor Virtuoso destinato a padre Salvatore da Piacenza: «Dipinse in quest’anno molti quadri, ma li più principali sono [...] e un altro Amor Virtuoso al padre Salvatore da Piacenza».

La registrazione del pagamento compare nel Libro dei contiIl Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore Paolo Antonio Barbieri dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666., dove alla data del 19 giugno 1654 si legge: «Dal Padre Salvatore da Piacenza per lo More si è ricevuto [...] scudi 38 e mezzo».

Il ruolo di padre Salvatore nella commissione non è tuttavia noto, né è documentato un successivo passaggio dell'opera da lui a un altro proprietario. L'identificazione del dipinto ricordato da Malvasia e registrato nel Libro dei conti con quello oggi conservato al Prado presenta infatti un problema cronologico. Un documento doganale rintracciato da José Luis Colomer attesta che il 16 febbraio 1654, quattro mesi prima del pagamento annotato nella contabilità del Guercino, il quadro si trovava già in possesso di Camillo Massimo, insieme a un Cupido di Guido Reni. Qualora la registrazione del 19 giugno si riferisca effettivamente all'opera del Prado, il pagamento dovette quindi essere effettuato alcuni mesi dopo la sua consegna. Su questa base il museo madrileno colloca oggi l'esecuzione dell'opera intorno al 1653.

È probabile che fosse stato lo stesso Massimo a commissionare al Guercino il dipinto, destinandolo a fare da pendant al Cupido di Reni, realizzato diversi anni prima e già appartenente alla sua raccolta. Le due tele, di dimensioni simili e complementari anche nel soggetto, accompagnarono Massimo in Spagna, dove questi ricoprì dal 1654 l'incarico di nunzio apostolico presso la corte di Filippo IV.

Nel 1655 Massimo offrì entrambi i dipinti al sovrano spagnolo come doni diplomatici. Una lettera indirizzata dallo stesso Massimo a Giovanni Pietro Bellori il 30 agosto 1660 ricorda i due «quadretti» del Reni e del Guercino donati al re. Nel 1666 le opere risultano già registrate insieme nell'inventario del Real Alcázar di Madrid, associazione che mantennero anche nei successivi inventari della collezione reale.

Nel 1686 i due dipinti erano collocati nel despacho de verano del sovrano, negli appartamenti estivi dell'Alcázar, dove si trovavano nelle vicinanze delle Meninas di Diego Velázquez. L’Amor virtuoso figura inoltre tra le opere salvate, sebbene danneggiate, dal disastroso incendio che distrusse l'Alcázar nel 1734. Entrato successivamente nel nuovo Palazzo reale di Madrid, seguì le vicende delle collezioni reali fino al suo ingresso nelle raccolte del Museo del Prado.

Dal 1933 al 2014 il dipinto rimase in deposito a Pontevedra. Restaurato nel 2014, fu quindi ricondotto al Prado, dove è attualmente esposto insieme al Cupido di Guido Reni.

Il dipinto fu menzionato da sir Denis Mahon nel 1981 sulla rivista Apollo.

L'opera fu successivamente catalogata da Luigi Salerno, il quale osserva che, per lo stesso 1654, Malvasia ricorda anche un altro Amor virtuoso, eseguito per il collezionista veneziano Giovanni Donato Correggio. Si trattava tuttavia di una composizione a mezza figura, concepita come pendant di un Amor fedele, e dunque distinta dal dipinto oggi conservato al Prado. Descrizione Il dipinto raffigura Cupido, rappresentato come un giovane alato, nell'atto di rovesciare una borsa dalla quale cadono monete d'oro. Altre monete, d'oro e d'argento, sono già sparse ai suoi piedi. Dietro la figura si intravedono l'arco con la corda allentata e una faretra abbandonata, mentre in primo piano sono collocati una freccia isolata e, sulla sinistra, un grande globo terrestre. Sullo sfondo, un'ampia cortina di seta rossa, raccolta dietro la testa di Cupido, si apre su un paesaggio.

L'insolita iconografia ha determinato nel tempo diverse denominazioni dell'opera, fra cui Amor virtuoso e Amore disinteressato. La freccia e il globo sono attributi tradizionalmente riferibili all'universalità dell'amore; più singolare è invece il gesto di Cupido che si libera del denaro. L'abbandono dell'arco e della faretra rafforza il significato allegorico della scena: il dio dell'amore rinuncia alle proprie armi mentre manifesta apertamente il proprio disprezzo per la ricchezza.

Il Museo del Prado mette in relazione questa invenzione con l'Allegoria della Fortuna di Guido Reni, nella quale la Fortuna, sospesa sopra un globo, rovescia anch'essa il contenuto di una borsa facendo cadere monete e perle. Nel dipinto di Reni il gesto allude alla precarietà e alla fugacità dei beni terreni; nel Guercino il significato appare più diretto, poiché è lo stesso Cupido a rifiutare deliberatamente il denaro. Un disegno preparatorio autografo per la figura del dio è conservato nella Royal Collection di Windsor Castle.

Stile Eseguito nella fase tarda dell'attività del Guercino, il dipinto mostra una composizione concentrata sulla figura isolata di Cupido, costruita attraverso pochi elementi allegorici chiaramente riconoscibili. Particolare rilievo assumono i contrasti cromatici fra il rosso acceso della grande cortina e l'azzurro luminoso del cielo, colori per i quali il Libro dei conti registra separatamente l'impiego di lacca cremisi e lapislazzuli.

Il rapporto con Guido Reni riguarda soprattutto l'invenzione iconografica e la concezione del dipinto come pendant del Cupido già appartenente a Camillo Massimo. Le affinità di formato, composizione e soggetto fra le due opere furono infatti considerate tali da far ritenere che Massimo avesse commissionato al Guercino una composizione espressamente destinata ad accompagnare il dipinto del Reni. Note

Bibliografia

Collegamenti esterni El Amor desinteresado, Museo Nacional del Prado.

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