Larmistizio Salasco, conosciuto anche come armistizio di Salasco,In genere la denominazione degli armistizi ha la preposizione di se prende il nome dalla località della firma. Se prende il nome del/i firmatario/i la preposizione si omette firmato il 9 agosto 1848, a Vigevano dal generale piemontese Carlo Canera di Salasco e dal generale austriaco von Hess, mise termine alla prima fase della Prima guerra d'indipendenza.Francesco Lemmi, Enciclopedia Italiana Treccani alla voce "Salasco, armistizio di" L'Impero austriaco restaurava i fuggiti regnanti di Parma e Modena e rientrava nei suoi antichi confini, stabiliti nel 1815 dal Congresso di Vienna, che conserverà per altri 11 anni.
Antefatti La Prima guerra d'indipendenza ebbe inizio alcuni giorni dopo la conclusione delle cinque giornate di Milano, del 18-22 marzo 1848, quando il re di Sardegna Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria e varcò con le sue truppe il Ticino. Con un'improvvida lentezza, egli mosse all'inseguimento del feldmaresciallo Radetzky e lo raggiunse al di là del Mincio.Marco Scardigli, Le grandi battaglie del Risorgimento, Milano, Rizzoli, 2011
Carlo Alberto sconfisse Radetzky una prima volta a Pastrengo il 30 aprile, poi a Santa Lucia, sotto le mura di Verona, il 6 maggio. Ma non seppe sfruttare il successo ottenuto. Respinse, quindi, una controffensiva austriaca da Mantova, il 30 maggio a Goito, aiutato dalla eroica resistenza dei volontari toscani a Curtatone e Montanara, il giorno precedente. Lo stesso 30 maggio si arrese la fortezza austriaca di Peschiera.
Nessuno dei successi ottenuti era, tuttavia, decisivo e, inoltre, la posizione strategica del Radetzky si era notevolmente rinforzata con l'arrivo di un corpo d'armata formato dal Nugent sull'Isonzo e di altri rinforzi dal Tirolo. Ciò gli permise di riconquistare Vicenza il 10 giugno, e di riprendere l'offensiva battendo l'esercito sardo il 23-25 luglio in una serie di scontri passati alla storia come prima battaglia di Custoza.
Di lì cominciò una veloce, ma ordinata, ritirata verso l'Adda e Milano, dove si svolse, il 4 agosto la battaglia di Milano, al termine della quale Carlo Alberto si risolse a chiedere un armistizio.
I fatti di Milano La richiesta di armistizio
Alle nove di sera del 4 agosto uscì da Porta Romana un'ambasceria sarda formata dai generali Fabrizio Lazzari, aiutante di campo del Re, e Giuseppe Rossi, generale d'artiglieria, da Alexandre Talleyrand-Périgord, duca di Dino, addetto allo stato maggiore, e dai consoli francesi e britannico a Milano. Nei pressi della chiesetta di Nosedo, la delegazione venne fatta oggetto di colpi di fucile, sparati da soldati austriaci accampati in una vicina casina. Nessuno fu colpito. L'incontro avvenne alla Cascina Roma di San Donato Milanese, ove Radetzky aveva fissato il proprio quartier generale. L'ambasceria rientrò alle sei del mattino successivo, con l'offerta di permettere lo sgombero indisturbato della città, e il ritorno ai confini precedenti: condizione da accettare entro le quattro pomeridiane dello stesso giorno.
La sommossa dei Milanesi Nella prima mattinata si notarono in città segni del disimpegno delle truppe sarde. Verso le otto la Congregazione Municipale Simile all'attuale Giunta Comunale dell'ordinamento degli Enti Locali della Repubblica Italiana venne convocata a Palazzo Greppi, nell'attuale Via Manzoni, e riceve dal re notizia della rinuncia alla difesa della città.
Sotto il palazzo si radunò una grande folla, che protestava di essere stata tradita. Immaginavano, probabilmente, di tenerlo ostaggio, al fine di ottenere qualche garanzia contro l'inevitabile vendetta austriaca. I dimostranti furono tenuti a bada, a malapena, dai carabinieri di scorta. Ad un certo punto Carlo Alberto fu indotto dal Cantù ad affacciarsi al balcone: ricevette addirittura una fucilata e si ritrasse subito.Carlo Moiraghi, Milano nelle 5 giornate. La storia, i documenti, la satira, Milano, Lions Milanese
Verso le tre del pomeriggio venne formata una seconda delegazione, formata dal solito generale d'artiglieria Rossi, dal podestà di Milano Bassi, dall'arcivescovo Romilli (il cui insediamento aveva provocato i primi interventi della polizia imperiale con morti e feriti, l'8-9 settembre del 1847), e tre assessori. Sempre alla Cascina Roma, questi ottennero un rinvio sino alle otto pomeridiane e, soprattutto, la garanzia che alla città sarebbe stato risparmiato il saccheggio. Poi rientrarono a palazzo e Carlo Alberto poté, infine, inviare la propria ratifica dell'armistizio firmata, però, dal Salasco, suo Aiutante Generale e Capo di Stato Maggiore Generale sin dal 1838. Il patto, inoltre, prevedeva una successiva formalizzazione, da stipularsi entro il 9 agosto, ma solo a conferma di quanto convenuto.
Secondo quanto racconta una nobildonna milanese, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, che partecipò attivamente alle cinque giornate e poi anche alla difesa della repubblica Romana contro i francesi, gli avvenimenti riguardanti le ultime ore della permanenza di Carlo Alberto in Milano prima del ritorno degli austriaci nella città si svolsero in questo modo:
La notizia che il re si sarebbe battuto per impedire il ritorno degli austriaci si diffuse rapidamente e per organizzare meglio la difesa molti cittadini, anche i più poveri, incendiarono le loro case fuori Porta Romana, sacrificando i loro beni per la causa nazionale.
Le autorità di Milano accettano le condizioni del Radetzky Le autorità municipali avevano, quindi, ottenuto le garanzie minime necessarie, e convennero di intervenire presso la folla per convincerla all'inevitabile. Il podestà Bassi si affacciò al balcone e venne accolto a fucilate. Intervennero, allora, i due unici presenti della Consulta Lombarda, il conte Pompeo Litta Visconti Arese e l'abate Luigi Anelli, insieme al letterato Cantù. Essi stamparono un comunicato, in cui sottolineavano gli aspetti che, dell'armistizio, maggiormente premevano ai Milanesi, una volta sopportata la intollerabile consegna della città.
Come si vede, il documento conteneva quattro ordini di messaggi: (i) per chi voleva restare, si esponevano le garanzie di incolumità che appaiono, peraltro, generiche e limitate, (ii) per chi voleva partire, si dettagliavano tempi e luoghi di evacuazione, con le più ampie garanzie offerte da Carlo Alberto, (iii) per tutti, si specificava come l'armistizio non avesse ancora ricevuto sanzione reale, ma che tale sanzione era necessaria, a salvare la città, (iv) da ultimo, si specifica l'unica vera condizione di sanzione, ovvero una vendetta sui prigionieri austriaci (ma, a sentire Cattaneo, nessuno vi aveva mai pensato).
V'è poi un quinto, implicito messaggio, che deriva dalla firma apposta dal podestà la cui esegesi venne offerta direttamente da Carlo Alberto, in un successivo proclama datato Vigevano 10 agosto: “Una Convenzione fu da me iniziata; dai Milanesi medesimi fu proseguita, fu sottoscritta”. L'andirivieni delle delegazioni, insomma, aveva un disegno preciso, ed il sovrano si dimostrò un politico piuttosto scaltro, che sapeva ragionare a mente fredda, anche in tumultuose e sconfortanti circostanze.
La ritirata dei militari e l'esodo dei civili Il tumulto, però, non cessava anche se, alla luce della infruttuosità dello sforzo, bisogna ammettere che la folla doveva mancare di decisa conduzione. Così che Alfonso La Marmora, senza attendere ordini, raggiunse Porta Romana, ove radunò un battaglione della Brigata Piemonte ed alcuni bersaglieri: li condusse seco a Palazzo Greppi e disperse gli astanti.
Carlo Alberto poté, quindi, ritirarsi oltre il Ticino, con l'esercito e una moltitudine di profughi veneti e lombardi. La tradizione riporta che si spostò (per questi primi tempi) sino ad un terzo della popolazione. Il 6 agosto gli Austriaci rientrano a Milano da Porta Romana, accolti da nessuno ed in un grande silenzio.
Lo stesso avvenne in altre città lombarde, specie quelle più prossime al confine piemontese o svizzero. Valga, a tal proposito, l'esempio di Como: il 10 agosto gli Austriaci dell'arciduca Sigismondo rientrarono in una città “vuota e silenziosa”, da cui erano usciti tutti i democratici e non poca popolazione, postasi in riparo in attesa degli eventi, in Canton Ticino: “colà vidi tutta Como semoventesi”.
L'armistizio Sosta a Vigevano A mezzogiorno dello stesso 6 agosto, Carlo Alberto e il suo Stato Maggiore avevano raggiunto la città di Vigevano (allora parte del Regno di Sardegna), accolti dal vescovo Forzani. Il re, febbricitante e visibilmente prostrato, venne alloggiato a palazzo vescovile, mentre i suoi passavano a Palazzo Testanera, nel centro storico.
Dopo il necessario riposo, ricevette una delegazione della città di Milano, giunta a recare le scuse per l'aggressione subita a Palazzo Greppi, riconoscendo che l'armistizio era stato accettato al solo fine di evitare la distruzione di Milano e nuove stragi.
Ricevette anche una delegazione dei pescatori di Vigevano, che recavano in dono del pesce: furono bene accolti dal re, che necessitò, però di un traduttore. Il dialetto locale, infatti, è un buon lombardo, mentre Carlo Alberto comprendeva, oltre al francese e all'italiano, solo il torinese.
La firma L'8 agosto Salasco ripartiva per Milano, per convenire gli ultimi dettagli. Il giorno successivo, presso il palazzo vescovile, Salasco e il parigrado austriaco generale Heinrich von Hess sottoscrissero gli atti finali dell'armistizio. Così, lo stesso giorno, il comando austriaco comunicava i termini dell'accordo (in un proclama stampato a Milano e, contemporaneamente, nelle restanti città del Lombardo-Veneto già rioccupate dagli austriaci):
Le intenzioni e i meriti di Carlo Alberto Come si vede, Salasco non aveva mal negoziato e Carlo Alberto non aveva fatto un poi così cattivo affare: in cambio della salvezza integrale dell'esercito e della sanzione degli antichi confini, egli cedeva città e fortezze ormai indifendibili.
Né doveva offrire alcuna guarentigia, né danni di guerra. Ciò che gli consentiva di riorganizzarsi e riprendere il conflitto. Né una seconda campagna avrebbe compromesso il suo onore, tenuto conto che l'articolo 6 non impegnava le parti alla conclusione di un trattato di pace: tanto Carlo Alberto che Radetzky sapevano, infatti, che in assenza di una decisiva sconfitta sarda si sarebbe giunti, presto o tardi, alla ripresa delle ostilità.
Nelle ore tumultuose di Palazzo Greppi, infatti, egli presentava l'armistizio non come la fine della guerra ma come la necessaria pausa in un conflitto che avrebbe dovuto continuare. In un successivo proclama datato Vigevano 7 agosto comunicò il suo pensiero a un più largo pubblico: “Stanno fra le [file dell'armata] i Principi miei figli, e vi sto io, pronti tutti a nuovi sacrifizj, a nuove fatiche, a spendere la vita per la cara terra natia”. E ancora il 10 agosto: “Una tregua di sei settimane fu stabilita per ora col nemico; e avremo nell'intervallo condizioni onorate di pace, o ritorneremo un'altra volta a combattere”.
Sembrano parole retoriche, ma la controprova della sincerità del monarca è che, effettivamente, di lì a sette mesi, il 12 marzo 1849, egli denuncerà effettivamente (e unilateralmente) l'armistizio. Immolando un'altra volta esercito e casa reale nella tragica sconfitta di Novara. Per tacer del figlio.
Le colpe di Carlo Alberto La colpa principale che si addossa a Carlo Alberto, oltre alla indubbiamente cattiva conduzione della intera guerra, è la mancata difesa di Milano.