Le mura di Como, che circondano su tre lati il centro storico cittadino, sono ancora ben conservate per il 70% del perimetro originario e risalgono al periodo medievale.

Vennero costruite per la prima volta su iniziativa di Giulio Cesare, nella prima metà del I secolo a.C. circa 20 metri all'interno delle strutture oggi visibili. Questi presidi facevano parte di una complessa struttura difensiva intesa a coprire gli accessi a Milano ed alla pianura padana dalle Alpi centrali, che comprendeva, fra gli altri, il Castel Baradello, le fortificazioni dell'Isola Comacina, le strutture del Buco del piombo e le primitive fortezze di Bellinzona.

L'evo antico Struttura difensiva pre-romana A fronte delle ricche tracce sepolcrali, restano più scarse le indicazioni relative al centro urbano di Como preromana, che non sorgeva nella convalle affacciata sul lago dove i Romani fondarono Novum Comum, bensì lungo il versante sud-occidentale del Monte Croce. L'estensione dell'abitato doveva essere notevole: durante il periodo della sua massima espansione, nel V secolo a.C., l’insediamento acquisisce dimensioni e caratteri tipici di un centro proto-urbano, raggiungendo un’estensione di 150 ettari.

Non vi sono tracce archeologiche dei "28 castelli" che Tito Livio narra essersi arresi nel 196 a.C. a Marco Claudio Marcello (nipote dell'omonimo conquistatore di Milano, circa 26 anni prima) a seguito di una significativa operazione militare, riportata da Livio e testimoniata da una lapide rinvenuta in Roma e dedicata al trionfo De Comensibus et Insubribus (sui Comensi e sugli Insubri).

Primi anni dell'occupazione romana Dopodiché, narra Strabone, la città non si sviluppò ulteriormente. Quali che fossero le antiche opere di difesa, esse dovettero decadere assai negli anni, ovvero furono disarmate, all'uso romano ben testimoniato durante la conquista della Gallia, onde evitare ulteriori sfide all'autorità occupante. Sicuramente la città non ospitò alcuno stabile insediamento romano e, quindi, nessuna nuova struttura difensiva.

Tutto ciò facilitò, nel 90 a.C. il successo di una incursione dei Reti, calati da nord (Strabone li descriveva come i popoli "sopra Como e Verona"), i quali saccheggiarono e distrussero la città.

I vicini confini alpini, infatti, non erano stati messi in sicurezza dai Romani che consideravano, anzi, la provincia Cisalpina quale un antemurale a protezione della penisola italica. Una strategia, peraltro, che, appena 12 anni prima, aveva permesso a Gaio Mario il vitale trionfo sui Cimbri ai Campi Raudii.

Trasformazione della struttura difensiva in epoca repubblicana

L'esito di quella prima invasione germanica determinò un generale mutamento nella considerazione della strategia difensiva della penisola, tale da convincere la Repubblica romana al rafforzamento della colonizzazione della Gallia Cisalpina. Un mutamento di tale spessore da indurre (legge Pompea dell'89 a.C., al termine della Guerra sociale), la concessione dello statuto di colonia latina a talune circoscrizioni urbane della Gallia Cisalpina, in parallelo con la estensione della cittadinanza romana agli Italici (Lex Plautia Papiria).

In quello stesso 89 a.C. le due esigenze dovettero fondersi per spingere lo stesso Pompeo major all'adduzione di una prima colonia italica, che recava con sé lo status di colonia latina, narrata da Strabone. Seguì, nel 77 a.C., Gaio Scipione con l'adduzione di una seconda, grande adduzione di 3.000 coloni.

Al momento attuale non è possibile ipotizzare, in assenza di fonti letterarie, archeologiche ed architettoniche, la dislocazione di questi innumerevoli coloni, non si può però escludere uno stanziamento in piccoli centri sulle pendici più solatie della convalle, come Borgovico, San Rocco o Coloniola, toponimo alquanto significativoG. Luraschi, Como romana: le mura, in Como nell'antichità, Società Archeologica Comense, Como 1987.. Un così massiccio insediamento non poteva prescindere da un ambizioso programma di riqualificazione urbana. A questi anni è, quindi, da far risalire l'inizio della bonifica della convalle, che richiesero lo scavo di un canale di gronda, che raccogliesse tutti i torrenti confluenti nella convalle, incanalati verso il lago in due punti agli estremi nord-occidentali e nord-orientali. Per l'imponenza delle dimensioni, l'opera dovette richiedere diversi anni, ma consentì il graduale insediamento della nuova colonia al centro della convalle, direttamente allo sbocco meridionale del lago.

La datazione di tali opere di bonifica è stato confermato da sondaggi geologici e stratigrafici condotti in occasione degli scavi realizzati nel 2007 presso i resti delle (posteriori) terme. Scavi che hanno, anche, confermato come la convalle fosse, in origine, largamente paludosa ed attraversata da rii e torrenti non irregimentati, spesso straripanti.

Il nuovo insediamento, riservato ai coloni addotti, venne ribattezzato Novum Comum, in opposizione al vecchio insediamento del Comum Oppidum di Zezio, che continuava ad ospitare gli autoctoni, in via di romanizzazione. L'opposizione nominalistica traduceva, quindi, tanto una separazione geografica, quanto etnica e culturale.

Esso dovette richiedere la presenza di una guarnigione stabile o, almeno, di una organizzazione difensiva affidata ai cives possessores. I quali, necessariamente, dovettero appoggiarsi ad una, pur elementare, struttura difensiva.

La rifondazione cesariana Questa prima struttura, tuttavia, venne investita dal successivo intervento ad opera del divo Giulio Cesare: nel 59 a.C., l'anno del primo triumvirato egli aveva ricevuto con la lex Vatinia il proconsolato della Gallia Cisalpina (oltre alla Gallia Narbonense ed all'Illiria) ed aveva intenzione di servirsene come base per il consolidamento della propria influenza politica, nonché per il lancio di future campagne militari.

Uno dei suoi atti maggiori fu, certamente, la rifondazione della colonia comense: Cesare poté, certamente, contare sulle precedenti, imponenti, opere idrauliche di deviazione dei corsi d'acqua che in origine dovevano sfociare proprio dove si costruì la città murata. Ma ebbe l'ambizione ed i mezzi per completare la nascita del moderno centro urbano: elevò la colonia latina a 'colonia romana', comandò l'ultima grande adduzione di 5 000 coloni (dei quali 500 greci della Magna Grecia). Soprattutto, segnò con l'aratro il confine delle nuove mura esattamente lì dove ancor oggi sorgono le ancora esistenti mura medievali: quella antica rifondazione coincide con l'area della attuale città murata.

La sistemazione delle principali colonie della Gallia Cisalpina servì egregiamente Cesare come base per la conquista della Gallia Transalpina (58 a.C. - 49 a.C.) e la successiva scalata al potere politico a Roma.

Le mura cesariane Dovette trattarsi di una notevole opera difensiva, con mura di spessore pari a 2 metri, torri collocate a distanza regolare e un ingresso maestoso alla città, la cosiddetta “Porta Pretoria”, di cui restano cospicue tracce nel sottosuolo urbano. Fiancheggiata da due torri ottagonali, aveva due passaggi ed era rivestita da lastre marmoree, e nei secoli subì ristrutturazioni e abbellimenti.

Esse vennero ricordate anche dal poeta Catullo in un carme dedicato all'amico comense Cecilio:

Tra il I ed il II secolo la cinta venne portata, una prima volta, sino al lago (arretrato rispetto alla riva attuale). Precedentemente al III secolo, all'esterno delle mura, nell'area cosiddetta dei mille passus oltre la quale si usciva dalla colonia vera e propria, si ergevano un monumento probabilmente termale, una zona residenziale, un monumentale pubblico, di forma quadrata, organizzato attorno ad un grande cortile centrale con porticato di colonne in cipollino ed un'ampia esedra centrale. Più oltre sono stati rinvenuti i resti di ricche ville padronali (come la grandiosa villa di via Zezio disposta scenograficamente a terrazze).

Le sistemazioni tardo-imperiali

Il peso strategico di Como fu evidente durante l'avanzata barbarica: essa costituiva un passaggio obbligato sulla via fra Milano e la frontiere danubiana (nelle province della Rezia e del Norico).

Per la seconda metà del III secolo sono attestati resti di un incendio che interessò il vasto sobborgo meridionale, verso Milano, al di là di Porta Pretoria. Quest'ultima porta si doveva presentare come un edificio dotato di due torri a base ottagonale, collegate da una struttura nella quale si aprivano due fornici..

All'inizio del IV secolo la Lombardia venne interessata da ampi interventi, comunemente fatti risalire a Diocleziano e Massimiano Erculeo: in parallelo con la estensione delle mura di Milano, nel vasto territorio del municipium comense venne sicuramente rifatta la porta principale di accesso a Como, Porta Pretoria, sul luogo della attuale Porta Torre ed eretta una nuova fortificazione a Bellinzona.

Le due fortezze comensi erano poste a blocco degli sbocchi meridionali delle vallate alpine e costituivano la cintura di sicurezza posta ad immediata protezione della nuova capitale imperiale. Esse si appoggiavano, a loro volta, su una serie di posti minori, o torri di guardia, fra i quali un punto di osservazione sul sito dell'attuale Castel Baradello, il deposito fortificato (ancora esistente) annesso al porto militare di Santa Maria Rezzonico e il paese fortezza dell'Isola Comacina.

L'efficacia dello schieramento difensivo venne dimostrato quando, a due riprese nel 335 e nel 475, incursioni alemanne vennero arrestate ai Campi Canini (di fronte a Bellinzona). Ciò che si ripeté nel 590, quando una incursione franca venne respinta dai Longobardi nel medesimo luogo.

Pochi anni prima, il bizantino Francione rinviò di circa dieci anni l'occupazione longobarda del lago, tenendo la fortezza dell'Isola Comacina ben oltre ogni attesa.

Le sistemazioni alto-medioevali A questo periodo turbolento risalgono le molte modifiche identificate nei resti delle mura romane, che attestano successive parziali distruzioni e riassetti, sino alla prima epoca barbarica. La datazione appare confermata in base a due elementi: (i) la marcata difformità rispetto al precedente intervento di Diocleziano e Massimiano Erculeo, (ii) il largo reimpiego di materiale riveniente da edifici religiosi pagani, ciò che non si sarebbe stato possibile in epoca precedente alla conversione della classe dirigente del municipium ad opera di Sant'Abbondio, quarto vescovo della Diocesi, morto nel 469 circa e del quale un inno recita che abbatté i templi ed incenerì gli idoli.

Tale intervento dovette rendersi necessario anche per il progressivo sprofondamento delle strutture romane, affondate nel terreno bonificato, ma sempre di origine alluvionale e paludosa. Circostanza dimostrata, d'altra parte, dal rinvenimento di ampi tratti delle mura romane ben conservati, a breve distanza o sotto le mura medievali, sottoterra, nei seminterrati dei fabbricati di via Cesare Cantù (Porta Pretoria), via Carducci ed ancora negli edifici che corrono parallelamente a viale Cesare Battisti. In via Cinque Giornate sono invece visibili i resti di una delle torrette edificate dai Goti sul finire del V secolo a corredo delle mura.

L'evo di mezzo Le sistemazioni carolinge Un nuovo periodo di rinnovo delle fortificazioni (ben testimoniato a Bellinzona), risale all'epoca carolingia, tempo nel quale Como divenne capoluogo di contea.

A quest'epoca vanno, forse, fatte risalire le fortificazioni dei due borghi esterni di Vico a ovest e Coloniola a est: due cittadelle fortificate che si prolungano sulle sponde del lago a formare una sorta di granchio.

Nel 983 le mura divennero proprietà della Diocesi di Como. Si è conservato un atto di donazione, datato 18 giugno 983 in cui l'imperatore Ottone II, donava ad un tal Bariberto una parte delle mura «...di venticinque pertiche di lunghezza e dieci piedi di larghezza … con tre torri site in prossimità di una pusterla che conduce al mercato».

Le mura federiciane