Capo di Stato Maggiore di Giuseppe Garibaldi lungo l'intera spedizione dei Mille e ultimo comandante dell'Esercito meridionale. Come generale nel Regio Esercito combatté con valore a Custoza e fu cinque volte deputato. La sua movimentata esistenza racchiude l'intero spettro delle possibili evoluzioni politiche del lungo Risorgimento italiano.

Presbitero Nacque a Monticello Brianza nel 1813, in una casa ancora esistente, nella frazione di Casatevecchio, a due passi dall'Istituto Greppi, da una famiglia borghese, con sette figli. Avviato alla carriera ecclesiastica, superò con lode gli esami al seminario di Monza, venendo ordinato sacerdote nel 1838. Confratello della Congregazione degli Oblati di Sant'Ambrogio (istituto di preti secolari fondato da San Carlo Borromeo nel 1578), insegnò nel Collegio di Merate dei Padri Somaschi e nel Collegio Rotondi di Gorla Minore. Frequentò forse in quegli anni dei liberi pensatori come Cesare Correnti, Carlo ed Alessandro Porro, che andavano sviluppando una motivata critica al dominio austriaco in Italia.

Dieci anni a Parigi

Nel 1842, ottenne dall'Autorità Ecclesiastica e dal padre il permesso di recarsi a Parigi, grazie all'aiuto economico paterno, per perfezionare i propri studi di teologia e filosofia, materie poi abbandonate per la medicina.

Nel 1844 fu richiamato a Monticello ove ebbe un duro scontro con i fratelli. Ne seguì la decisione di rinunciare ai voti talari, la conversione dei suoi diritti sui beni di famiglia in una magrissima rendita e il ritorno nella capitale francese.

Alla Sorbona tentò matematica, biologia, chimica, ma sempre senza portare nulla a termine. Di questi anni restano solo sparute notizie: le sue carte vennero, molti anni più tardi, purgate di ogni documento compromettente tanto da parte sua (che teneva alla raggiunta posizione di eroico generale e garibaldino), quanto, separatamente, da un parente prete (che teneva a tutelare la moralità di un sacerdote, ancorché spretato). Né sono state mai condotte serie ricerche a Parigi.

Ma fu proprio a Parigi che, poco prima di abbandonarla, ebbe la sua fondamentale lezione di vita: le barricate della rivoluzione di Parigi (22-24 febbraio 1848) che portò al rovesciamento di Luigi Filippo ed alla nascita della Seconda Repubblica. Egli fu tra quelli che costrinsero Lamartine a proclamare la repubblica all'Hotel de Ville.

Le cinque giornate di Milano Così come non si conosce esattamente la parte che ebbe a Parigi, tanto meno si conoscono le circostanze che lo spinsero al rientro in Italia. Certamente la situazione era in ebollizione: dopo l'insurrezione di Palermo (12 gennaio), la costituzione era stata concessa a Napoli il 27 gennaio, lo statuto l'11 febbraio a Firenze, il 4 marzo a Torino ed il 14 marzo a Roma. L'irrequieto Sirtori, ormai trentacinquenne, pensò di non perdere l'occasione.

Non partecipò alle cinque giornate di Milano (18-22 marzo), ma vi giunse d'appresso. Vi era, certamente, il 7 aprile e si segnalava come fervente mazziniano e, quindi, contrario alla unione della Lombardia al Regno di Sardegna. Quando, il 12 maggio, venne votato il plebiscito per l'annessione al Piemonte, si comportò di conseguenza, presentando regolare domanda per entrare in una brigata di volontari lombardi.

In tali raggruppamenti difettavano quadri addestrati e gli ufficiali venivano eletti dalla truppa: Sirtori poté, forse, far valere la sua recente esperienza a Parigi, certamente l'eloquenza esercitata nei suoi anni da prevosto e venne eletto capitano. La seconda dovette risaltare, comunque, assai più della prima, tanto che gli vennero affidati la contabilità della brigata, le paghe e, più tardi, un incarico nella commissione di vigilanza di panifici ed ospedali.

Il battaglione di volontari lombardi venne inviato dal Governo Provvisorio di Lombardia alla difesa di Venezia e Sirtori lo seguì.

Capo dei mazziniani a Venezia Giunto nella città lagunare, durante l'intero assedio si mise in mostra per quel fervente repubblicano che era sino a divenire, forse, il principale esponente della opposizione al moderato Manin. Ad esempio, l'11 agosto 1848, appena giunse a Venezia la notizia dell'Armistizio di Salasco (firmato il 5 agosto) Sirtori guidò l'assalto al rappresentante piemontese in città, Colli, e fu fermato appena in tempo da Manin.

Tanto evidente era la tensione politica, che in un momento particolarmente teso, il 5 marzo 1849, si sparse la voce di una congiura ordita dal Sirtori per consegnare la città agli austriaci.

Il 14 marzo 1849, quando giunsero notizie dell'avvenuta proclamazione (l'11 marzo a Roma) della Repubblica Romana, presieduta da Mazzini in persona, Sirtori propose di siglare un patto di solidarietà con le repubbliche sorelle di Roma e Toscana. Ma ottenne solo una lettera di incoraggiamento.

La maggioranza moderata del parlamento veneziano, infatti, favoriva l'iniziativa monarchica e poté recuperare la situazione già il 24 marzo 1849, appena giunse notizia della ripresa della guerra regia, avvenuta il 12 marzo. Lo stesso 24 marzo, però, l'esercito sardo veniva sconfitto a Novara e la situazione entrò di nuovo in stallo.

La difesa di Venezia

Gli austriaci, dopo aver definitivamente sconfitto i piemontesi a Novara, ripreso Brescia (dieci giornate di Brescia) e “normalizzato” l'intero territorio, si volsero, allora, contro l'unica grande superstite, Venezia. Sirtori venne nominato membro di una commissione militare, insieme ad Ulloa ed a Baldisserotto, di cui Pepe assunse la presidenza onoraria.

Il 20 marzo combatté con i volontari lombardi ed i soldati pontifici alla strenua difesa del campo trincerato di Conche, ad ovest di Chioggia. Si ritirò ed il 22 guidò i sopravvissuti alla riconquista, ricacciando gli austriaci di là del Brenta.

Si distinse alla difesa di Forte Marghera e fu tra gli ultimi a lasciare il forte, con Ulloa, garantendo il trasporto dei feriti. Poco dopo raggiunse Forte Manin, evacuato insieme a Forte Marghera, preparò una trappola di esplosivi che decimò il primo reparto austriaco, dei cacciatori della Stiria, che si avvicinarono al forte.

Il 1º agosto guidò una sortita dal Forte Brondolo che costrinse gli austriaci alla fuga, lasciando 200 vacche. Un bottino preziosissimo, considerato lo stato di penuria in cui versava la città.

Il 6 agosto approvò l'affidamento della dittatura a Manin e l'avvio di trattative di resa.

L'esilio Alla caduta della città, il 24 agosto 1849, la flotta francese evacuò circa 600 fra i maggiori esponenti della Repubblica di San Marco: Sirtori (insieme a Cosenz ad Ulloa, a Pepe, a Manin ed alla sua famiglia ed a molti altri), registrato come “prete lombardo”, venne imbarcato sul Solon, eppoi sul Pluton, che li scaricò a Corfù, allora protettorato britannico, dove vennero trasferiti al lazzaretto, a causa del colera che infuriava a Venezia.

A Parigi assistette, indignato, al trionfo di Napoleone III sulla seconda repubblica. In Svizzera, a Losanna incontrò Mazzini e se ne infervorò. Lo raggiunse, quindi, a Londra. All'inizio degli anni cinquanta fu autorevole membro del comitato mazziniano di Genova, ove primeggiava insieme a Medici, Bixio e Cairoli.

Si staccò da Mazzini, come molti altri, dopo che fallì la rivolta di Milano del 6 febbraio 1853. L'occasione potrebbe essere intervenuta quando Mazzini non lo consultò in merito ad un certo manifesto propagandistico.

Si riavvicinò, quindi, ai patrioti moderati. Nel 1854, ad esempio, prese parte (con Montanelli e Ulloa) al funerale della figlia di Manin, Emilia, in Parigi.

Il tentativo murattiano Ma non era uomo da sopportare inattivo il lungo decennio di preparazione: dalle sue lettere emerge un animo inquieto, costantemente ferito dalla prolungata inattività: nel corso di quei lunghi anni immaginò di uccidersi, desiderò imbarcarsi per le Americhe, soffrì, sempre, una condizione di vita misera, come la gran parte degli espatriati politici di quegli anni.

Non seppe, quindi, resistere alla prima delle grandi occasioni di riscatto che gli si presentarono e, nel 1855, si fece coinvolgere nel tentativo del principe Luciano Murat (secondo figlio di Gioacchino Murat e cugino di Napoleone III) di sostituirsi a Ferdinando II di Borbone.

Il tentativo avveniva col consenso e l'aiuto di Napoleone III, ma era dichiaratamente avversato dalla gran parte dei patrioti italiani, esuli (Manin, Mazzini) e non (Cavour), in quanto un suo successo avrebbe costituito un colpo gravissimo all'unità d'Italia ed avrebbe permesso alla Francia di estendere la propria sfera d'influenza sulla penisola senza passare per l'alleanza col Regno di Sardegna.

Sirtori, invece, smanioso di avere una nuova occasione, pubblicò una lettera nella quale dichiarava di non escludere una soluzione murattiana, in alternativa a quella dei Savoia: la cosa fece rumore e, ad un certo punto, sembrò fosse addirittura in preparazione una spedizione armata cui avrebbero partecipato lo stesso Sirtori e Carlo De Cristoforis. Mentre si avvicinavano al giovane Murat taluni, quali Montanelli, Saliceti o Maestri.

Sirtori fu aspramente criticato un po' da tutti i fuoriusciti italiani, reagì, da par suo, con rabbia, e nella foga si attirò anche l'ostilità del Murat. Quest'ultimo si stizzì e lo fece rinchiudere a Parigi nell'ospedale di Bicêtre, ove gli venne applicata, per tre giorni, la camicia di forza. Lì venne rintracciato, dopo pochi giorni, da amici esuli, che costrinsero le autorità a liberarlo, con la minaccia di un grave scandalo. La cosa, tuttavia, fece rumore, e ne parlò anche il Times di Londra, descrivendolo come uno dei più grandi patrioti italiani che aveva mostrato sommo valore a Venezia, ma, soprattutto, come un feroce antimurattiano: l'imbecillità del giovane Murat gli aveva consentito di rifarsi una verginità.

La mancata partecipazione alla seconda guerra d'indipendenza Presto liberato passò in Piemonte e, all'inizio del 1859, chiese di essere arruolato, anche come semplice soldato, ma il suo passato di repubblicano, l'ostilità francese e finanche le inimicizie che si era procurato nel campo mazziniano, glielo impedirono. Così non poté partecipare alla liberazione della sua città, Como, dopo San Fermo, a fianco dei vari Garibaldi, Medici e Cosenz.

Ormai isolato, decise allora di volgersi al campo monarchico, con animo probabilmente sincero. Seppe far valere, inoltre, il suo glorioso passato di combattente a Venezia e la sua indiscutibile fedeltà alla causa nazionale.

L'organizzazione della spedizione dei Mille

Nel marzo 1860, venne eletto deputato al parlamento di Torino del nuovo Regno di Sardegna per il collegio di Missaglia, allora Provincia di Como e, per procurarsi un abito adeguato, fu costretto a chiedere aiuto ad uno dei fratelli ai quali poteva, finalmente, riavvicinarsi.

Fu allora che il generale Garibaldi, il quale andava preparando la spedizione dei Mille, lo volle accanto a sé e lo imbarcò nella prima spedizione, partita da Quarto la sera del 5 maggio.

Forse l'impresa appariva veramente disperata e, in effetti, pare che lo stesso Sirtori, alla vigilia, si dimostrasse abbastanza scettico circa la sua realizzabilità. In ogni caso partì. Evidentemente, ormai quarantasettenne, sentiva che era giunta l'ultima occasione per dimostrare il proprio valore.

Il 22 aprile Cavour era a Genova per rendersi conto personalmente della situazione. Garibaldi non voleva trattare con chi aveva appena ceduto Nizza e si valse proprio di Sirtori.

Il colloquio ebbe, in effetti, grande importanza: Sirtori non nascose al Cavour le difficoltà dell'operazione, gli scarsi mezzi, il grande pericolo. Si progettava però un duplice attacco: in Sicilia, con Garibaldi, e, contemporaneamente nelle Marche o nell'Umbria papaline. Cavour rispose: "Niente Marche! E per il resto il governo, nascostamente, farà quanto potrà".

La spedizione dei Mille