Biografia
Origini e formazione Galileo Chini nacque a Firenze da Elio, sarto e suonatore dilettante di flicorno, e da Aristea Bastiani. Nei suoi diari, anni dopo, Chini appuntò come rimase negli anni della scuola primaria soleva incontare Telemaco Signorini, che nel 1883 disegnava le strade e gli edifici del Mercato Vecchio poco prima della demolizione, rimanendone affascinato e scambiando qualche battuta e consiglio col pittore. Dal balcone della casa in via Guicciardini, il giovanissimo Galileo sviluppò un interesse verso il disegno delle cose che vedeva in strada. A otto anni, durante il terzo anno della scuola elementare, perse improvvisamente il padre, e con la madre e la sorella minore dovette lasciare Firenze. Di Galileo si prese cura in particolare lo zio Dario Chini, restauratore e decoratore in stile medievale, che portava avanti una tradizione familiare avviata dal nonno di Galileo, Pietro AlessioDBI.. Nel 1888 frequentò come apprendista il decoratore friulano Amedeo Buontempo, noto per le sue decorazioni floreali eseguite con tale rapidità da affascinare il giovane Chini, tanto da volerlo imitare e far propria questa tecnica.
In quegli stessi anni la ben strutturata bottega dello zio lavorava a restauri per l'Ufficio regionale della Toscana, come quello degli affreschi di Lorenzo Monaco nella cappella Bartolini Salimbeni in Santa Trinita (1890), a cui Galileo prese parte. Lavorarono anche per dimore private, come il castello Torlonia a Serrabrunamonti, presso Gubbio, dove Galileo passò un'estate, imparando la decorazione con gli stencil, ma anche disegnando a mano libera sulle pareti grezze, prima che venissero coperte dalle decorazioni pattuiteIl tarlo polverizza anche la quercia. Le memorie di Galileo Chini, a cura di Fabio Benzi, Firenze, Maschietto & Musolino, 1998..
In quegli stessi anni conobbe il pittore Giulio Bargellini che, più grande di lui di pochi anni, divenne suo amico sincero e lo indirizzò ad iscriversi alla Scuola libera di Nudo all'Accademia di belle arti di Firenze, dove conobbe molti artisti che lo influenzeranno, tanto tra i professori come tra gli allievi, quali Plinio Nomellini, Ludovico Tommasi, Giuseppe Graziosi, Libero Andreotti. Frequentò anche il Circolo degli artisti, dove conobbe Roberto Papini, Sem Benelli e altri. Tuttavia, il continuo bisogno di lavorare per il sostentamento suo, della madre e della sorella, gli consentirono di frequentare le lezioni solo saltuariamente. In questo senso Chini si definì sempre un autodidatta totale.
Ad esempio nel 1894 entrò col Bargellini e altri nella bottega di Augusto Burchi, impegnata nella decorazione di palazzo Budini Gattai: qui nel salone fu incaricato di una prima opera di sua completa invenzione, un arazzo trompe-l'oeil sulla volta. Nel 1895 tentò di esporre una sua opera nella prima mostra fiorentina "Dell'Arte e dei Fiori", ma fu rifiutata perché "troppo decorativa" ed esposta alla mostra degli esclusi. Nello stesso salone di palazzo Budioni gattai completà poi entro il 1897 il fregio iniziato da Giulio Bargellini, nel frattempo trasferitosi a Roma per la vincita di una borsa di studio. In quegli anni l'arte di Galileo si distingueva da quella dei suoi coetanei per la dimestichezza con diverse tecniche, la velocità di esecuzione sviluppata nel praticantato avviato da giovanissimo, e il gusto decorativo che attingeva a repertori ad ampio spettro, maturato nello studio della tradizione toscana e delle prime opere Art Nouveau che giungevano da oltralpe, filtrate magari da artisti dell sua cerchia come Bargellini.
Nel 1897 morì anche lo zio Dario, e dalla perdita prematura delle figure paterne sviluppò in Galileo un particolare rapporto con la morte, che lo portò a scegliere ad esempio un monogramma a forma di teschio per firmare le sue opere, usato in tutto l'arco della sua carriera. Galileo ereditò dunque la bottega dello zio, che portò avanti in vari lavori di restauro, a Prato, Siena e San Miniato. Qui in particolare completò i restauri nella sala delle Sette Virtù in Municipio (luglio 1898)R. Roani Villani, La decorazione del Palazzo Comunale fra arte, storia e restauro, in R. Roani Villani e Luigi Latini (a cura di), San Miniato immagini e documenti del patrimonio civico della città, Ecofor, 1998, p. 34-35. e nella chiesa di San Domenico, dove ritrovò sotto gli scialbi numerosi affreschi del XIV-XV secolo, spesso integrando a suo gusto le lacune, secondo l'uso del tempoR. Roani Villani, Restauri tra Ottocento e Novecento: gli interventi di Galileo Chini e Domenico Fiscali, in AA.VV., Pittura e Scultura nella chiesa di San Domenico a San Miniato. Studi e restauri, CRSM, 1998, pp. 97-110..
In una di queste trasferte, mentre restaurava la cappella della Croce di Giorno, conobbe a Volterra Elvira Pescetti, sua moglie dal 1899, da cui ebbe i figli Isotta (1890) ed Eros (1891).
L'Arte della Ceramica L'11 ottobre 1896 o poco dopo, Galileo Chini e il suo gruppo di suoi amici commentavano ai tavolini del “Caffè Nacci” in piazza Beccaria a Firenze la notizia della fusione della storica manifattura Ginori dalla Richard di Milano. Ipotizzando quindi l'imminente sparizione di una manifattura ceramica importante dalla Toscana, il gruppo progetto di aprirne una propria, sfruttando l'occasione per acquistare una fornace di una ditta fiorentina in chiusira in via Arnolfo, nella stessa città, acquisto che si concretizzò di lì a poco, con la riapertura entro la fine dello stesso 1896 e la nascita all'inizio dell'anno successivo di uno showroom in via Tornabuoni. Oltre al Chini, parteciparono all'impresa Giovanni Vannuzzi, Giovanni Montelatici, Vittorio Emanuele Giunti e Vincenzo Giustiniani. Come simbolo della nuova manifattura, battezzata "Arte della Ceramica", venne scelta una melagrana, che simboleggiava l'unione dei vari partecipantiIl simbolo era una melagrana stilizzata con le iniziali "A.D.C.", oltre alla "F" di Firenze, con due manine intrecciate nei primi esemplari. Cfr. DBI.. Chini ne prese la direzione tecnica e artistica, indirizzando da subito la produzione verso un repertorio moderno, improntato all'estetica Art Nouveau che in quegli anni iniziava a dominare la scena europea sulla scia delle esposizioni universali di Londra e di Parigi, ispirandosi ad artisti come Émile Gallé, i fratelli Daum, Tiffany e Mucha.
Nel panorama italiano, questa precoce adesione al nuovo stile, unito a influenze rinascimentali e orientaliste, rappresentò un esperimento d'avanguardia, che ottenne subito riscontro grazie alla costante partecipazione a esposizioni internazionali, dove la piccola azienda fiorentina ottenne premi e riconoscimenti, pur gareggiando con le maggiori manifatture internazionali: medaglia d'oro all'Esposizione d'arte decorativa di Torino (1898)E. Thovez, in L'arte all'Esposizione del 1898, IV, pp. 30-32., partecipazione all'Esposizione internazionale di Bruxelles (1897), Grand prix all'Esposizione universale di Parigi (1900), Grand Prix a San Pietroburgo (1901), e partecipazione all'Esposizione di Saint Louis (1904).
Nell'ultimo decennio dell'Ottocento la manifattura produceva principalmente vasi e piatti, come si vede nel catalogo descrittivo stampato nel 1898, poco dopo l'Esposizione di Torino: nell'elenco dei pezzi, oltre alle stoviglie, comparivano solo una piastrella e una borchia decorativa.
Nel 1902 la manifattura si trasferì in uno stabilimento più grande, in località Fontebuoni, assumendo la denominazione di "Arte della Ceramica Fontebuoni". Ciò permise un significativo ampliamento del catalogo, con una più estesa produzione di mattonelle da rivestimento, come dimostra anche la partecipazione alla Rassegna internazionale di arti decorative di Torino del 1902Melani, 1902; Pica, 1903, cit. in DBI.. Qui, oltre alla presentazione di vasi, piatti e anfore, tipiche delle manifatture ceramiche del tempo, vennero allestite due sale espositive (da pranzo e bagno), dove con piastrelle policrome e a lustro metallico veniva creata un'intera decorazione d'ambiente, in cui trovavano posto anche quattro bassorilievi in grès dovuti a Domenico Trentacoste. Il Trentacoste era infatti entrato ad affiancare il Chini nella direzione tecnica della manifattura a partire dal 1898Mostra del Liberty, 1972, p. 220..
Stava quindi emergendo la figura del Chini come grande decoratore, capace di superare i confini tra il singolo oggetto e l'ambiente che lo circonda, all'insegna dell'integrazione tra diverse tecniche artistiche, materiali e artisti. Per tutto il primo decennio del Novecento, l'attività del chini fu senza sosta e in svariati campi. Nel 1903 lavorò contemporaneamente alla sede della Cassa di Risparmio di Pistoia, con la decorazione ad affresco e altre tecniche dell'ingresso, dello scalone e di alcune sale al piano nobile, e all'Grand Hotel La Pace di Montecatini Terme (atrio, salone da Ballo, sala del ristorante).
Nel 1904 Chini tuttavia entrò però in conflitto con l'investitore che aveva permesso l'ampliamento dell'Arte della Ceramica, il collezionista d'arte Giuseppe Gatti Casazza. Abbandonò quindi la manifattura, che sopravvisse ancora un anno, sfruttando i disegni lasciati dallo stesso Chini. Due anni dopo riaprì, questa volta a Borgo San Lorenzo, la manifattura delle "Fornaci di San Lorenzo", che fu attiva fino al 1944.
Nel 1905 tornò al restauro, ad esempio nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Firenze. Nel 1906 partecipò all'Esposizione di Milano, con Notte alta, Il bifolco, La dedica e il tondo affrescato della Medusa, di stampo simbolista, quest'ultima oggi alla Fondazione Marangoni di Udine.
Biennali di Venezia Nel frattempo Chini non abbandonò mai la pittura da cavalletto, che fu l'espressione artistica più costante nella sua vita. Il suo stile di quegli anni guardava a quello dell'amico Plinio Nomellini, a Giovanni Segantini, a Gaetano Previati, e non ignorava le tematiche simbolistiche.
Come pittore fu ammesso alla IV Esposizione internazionale d'arte di Venezia del 1901 (dipinto La quiete), tornandovi nel 1903 (V Esposizione) dove, oltre a presentare i dipinti La sfinge e Un tramonto, collaborò attivamente alla decorazione delle sale dell'esposizione, dipingendo la volta nella sala della Toscana, realizzando il fregio in terracotta e maiolica attorno alle pareti e disegnando i modelli di due lampadari in rame sbalzato e di due porte di marmo ornate con arabeschi in oro e intarsi in pietre dure. Nel 1905 (VI Esposizione) partecipò con Il trionfo e La campagna e nel 1907 (VII) con il tondo ad affresco Il Battista e le due tele Icaro e Il giogo. Quello stesso anno realizzò un pavimento in ceramica nella sala "L'arte del Sogno", assieme al cugino Chino.
Questa partecipazione fu particolarmente importante nella carriera del pittore, perché venne ammirato dal re del Siam, che lo invitò ufficialmente a Bangkok, con un viaggio che si concretizzò poi nel 1910.
Nell'edizione del 1909 a Chini fu richiesto uno sforzo ancora maggiore, l'affresco della cupola interna della sala di ingresso del Padiglione Italia, dove in otto spicchi rappresentò, tra motivi floreali e simbolici, i periodi più importanti della civiltà e dell'arte occidentale: Le origini (Primo sorriso de la belva umana); Le arti primitive: Egitto, Babilonia, Assiria (Nei veli del mistero Asia m'avvolge); Grecia e Italia (Lieta rifulgo al greco italo sole); Arte bizantina (Sogno a Ravenna e da Venezia salpo); Dal Medio Evo al Rinascimento (Fedele a Cristo, in libertà cresciuta); Michelangelo (Muscoli e possa dal Gigante io trago); L'impero del Barocco (Forzo col moto il fren de la materia); La Civiltà nuova (Vivo nell'opre e nella luce esulto).