Sterope () è un personaggio della mitologia greca e romana. Fu una divinità primordiale appartenente alla prima generazione dei Ciclopi (i cosiddetti Uranidi), noto per essere uno dei fabbri celesti che forgiarono i fulmini di Zeus e, nella tradizione mitologica successiva, uno degli assistenti della fucina sotterranea di Efesto.

Etimologia

Il nome deriva direttamente dal sostantivo greco (variante del termine più comune ), che significa letteralmente "lampo".Ezio Pellizer, Dizionario Etimologico della Mitologia Greca, Trieste, Gruppo di Ricerca sul Mito e la Mitografia (GRIMM), 2009, p. 217. Si tratta di un nome parlante che si traduce come "il Lampeggiante" o, più semplicemente, "Lampo". All'interno del mito, il nome rispecchia la funzione del personaggio come personificazione della luce improvvisa e accecante che squarcia il cielo durante i temporali, completando la triade dei Ciclopi Uranidi insieme al tuono (Bronte) e alla folgore (Arge).

Genealogia

Figlio di Urano (il cielo) e di Gea (la terra).

Non sono noti eventuali nomi di mogli o progenie.

Mitologia

Il mito arcaico

Nella letteratura arcaica, a partire dalla Teogonia, Sterope viene descritto insieme ai suoi fratelli Bronte ed Arge come una creatura prodigiosa, dotata di una forza straordinaria e di un unico occhio circolare al centro della fronte. Custode e conoscitore dell'arte della lavorazione del ferro e della metallurgia, fu inizialmente segregato nel Tartaro da Urano e poi da Crono, sotto la sorveglianza della mostruosa guardiana Campe, finché non fu infine liberato da Zeus.

In segno di gratitudine per la liberazione, Sterope mise la sua maestria tecnica al servizio degli dèi olimpici durante la Titanomachia ed insieme ai fratelli divenne il fabbricatore dei fulmini di Zeus, personificandone nello specifico la luce accecante dei lampi. La sua vicenda nel mito arcaico si conclude con la morte per mano di Apollo, il quale uccise i Ciclopi per vendicare il proprio figlio Asclepio, fulminato da Zeus con le armi da loro forgiate.

L'evoluzione ellenistica e romana nonché la successiva localizzazione in un vulcano

In epoca successiva, la poesia ellenistica e la letteratura romana operarono una profonda riscrittura geografica del mito, spostando Sterope ed i suoi fratelli dall'Olimpo ai complessi vulcanici della Sicilia e delle Isole Eolie, trasformandoli negli assistenti della fucina sotterranea di Efesto (chiamato Vulcano dai Romani).

Nell'Inno ad Artemide di Callimaco, la fucina dei Ciclopi viene situata nell'isola di Lipari. Il poeta descrive il frastuono assordante del loro lavoro, capace di far tremare la Sicilia, l'Italia e la Corsica, a tal punto che persino le divinità provano brividi nel guardarli. In questo contesto, Callimaco introduce un curioso dettaglio di costume popolare scrivendo che Sterope (insieme al fratello Arge) viene descritto come una sorta di "uomo nero" o spauracchio della fanciullezza. Nel testo si narra anche che le madri greche fossero solite invocare il nome di Sterope o di Arge per intimorire e rimproverare le figlie disobbedienti.

Questa tradizione legata alle fucine vulcaniche sotterranee venne definitivamente codificata nella letteratura latina da Virgilio che, nel Libro VIII dell'Eneide, colloca stabilmente Sterope all'interno dell'Etna (o dell'Isola di Vulcano), descrivendolo esplicitamente al lavoro insieme a Bronte e Piracmone (il nome romano di Arge). All'interno della fucina, a Sterope ed ai suoi fratelli viene affidato il compito di rifinire e lucidare i fulmini di Zeus e di forgiare le armi divine, tra cui il carro da guerra di Marte e lo scudo destinato all'eroe Enea.

Note

Collegamenti esterni

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