La Costituzione francese del 1814/1815 fu la carta costituzionale del Regno di Francia fino alla rivoluzione di luglio del 1830. Fu voluta da Luigi XVIII, fratello del decapitato Luigi XVI, appena restaurato sul trono di Francia, redatta nel 1814, ed entrò in vigore nel 1815. Per il suo carattere di costituzione voluta dall'alto, è anche detta carta ottriata (dal francese octroyée: concessa dal sovrano).

Antefatti La caduta del Primo Impero Nel dicembre 1812 Napoleone rientrò dalla campagna di Russia con un esercito assai ridotto e stremato. Nello stesso dicembre la Prussia dichiarò la propria neutralità, per poi passare, il 28 febbraio 1813 all'alleanza aperta con la Russia e l'Inghilterra. L'Austria si univa solo il 20 agosto 1813, in tempo per la vittoriosa battaglia di Lipsia il 16-19 ottobre. Napoleone poté ritirarsi ordinatamente oltre il Reno, lasciando dietro di sé alcune piazzeforti, a ostacolare l'inseguimento. A quel punto, solo la Francia e l'Italia non avevano defezionato. La unica speranza dell'Imperatore era riformare un grande esercito in Francia e un secondo in Italia, più modesto ma proporzionato all'entità della minaccia austriaca.

Le cose andarono bene sul fronte italiano, con Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d'Italia, che sconfisse l'esercito austriaco di Bellegarde alla battaglia del Mincio, l'8 febbraio. Ma ben diversamente sul fronte francese: l'offensiva finale fu portata dal prussiano Blücher e dall'austriaco Schwarzenberg, che il 1º gennaio 1814 passarono il Reno e, dopo una dura campagna segnata dai sei giorni e dalla battaglia di Arcis-sur-Aube, il 31 marzo occuparono Parigi, costringendo, il 6 aprile, Napoleone all'abdicazione e alla successiva stipula del trattato di Fontainebleau, l'11 aprile.

Il passaggio di potere da Napoleone ai Borbone Nel breve intermezzo si costituì a Parigi un governo provvisorio, che, con il Senato, redasse in tutta fretta un progetto di costituzione di ispirazione monarchica, approvato il 6 aprile 1814. Questa bozza fu respinta da Luigi XVIII, il quale, invece, concesse una nuova Carta (ottriata, come si dice, dal francese octroyée: «concessa dal sovrano»), due mesi dopo, il 4 giugno.

Tuttavia essa non trovò immediata applicazione, poiché accadde l'imprevisto: il 1º marzo 1815 il deposto Imperatore dei francesi lasciò l'Elba, sbarcò nel golfo di Cannes, fu acclamato dalle unità del generale Ney, inviate da Luigi XVIII a intercettarlo e arrestarlo, e il 20 marzo fece il suo ultimo ingresso trionfale a Parigi. Venne, quindi, la non prevedibile disfatta di Napoleone a Waterloo, il 18 giugno. Il 15 luglio il Grande Corso si arrese a bordo della nave inglese HMS Bellerofont e fu inviato a Sant'Elena.

L'applicazione della Carta ebbe, quindi, luogo con le elezioni generali della Camera dei deputati, organizzata, di tutta fretta, nel luglio 1815.

La struttura della Carta La Carta è divisa in due sezioni, che ne costituiscono parte integrante: un Preambolo, in forma di discorso pronunciato dal sovrano, ove egli dettaglia i presupposti (le causes: cause) che lo hanno spinto al gran passo; una serie di articoli, che definiscono le responsabilità dei diversi attori dello stato francese (Re, potere legislativo, nobiltà, Chiesa, esercito).

Preambolo

Continuità Luigi XVIII comincia descrivendosi come «Sovrano per la grazia di Dio»,par la grâce de Dieu, roi de France et de Navarre attribuisce il proprio ritorno nei «Nostri Stati» alla Divina Provvidenza, e termina con la frase «dato in Parigi, nell'anno di grazia 1814, diciannovesimo del nostro regno»,Donné à Paris, le 4 juin, l'an de grâce 1814 et de notre règne le dix-neuvième. mentre gli anni trascorsi sono definiti «la nostra assenza» («notre absence») cosa che pone l'inizio del regno di Luigi XVIII nel 1795, alla morte non del fratello Luigi XVI, ma del di lui figlio, il delfino Luigi XVII.

Tali passaggi servono a sottolineare che il sovrano non ha alcun problema di legittimità: egli è il successore della millenaria monarchia in linea diretta, una monarchia che non si è interrotta.

La rivoluzione Nel testo non si fa alcun cenno diretto a Luigi XVI, mentre sono richiamati diversi sovrani, fra i maggiori del Regno di Francia: Luigi il Grosso, Luigi IX, Filippo il bello, Luigi il prudente, Enrico II, suo figlio Carlo IX e, con particolare enfasi, il Re Sole.

La rivoluzione viene descritta come «funesto scarto». Dei lumi e del progresso sono richiamati gli effetti apprezzabili e «le gravi alterazioni che ne sono risultate».les graves altérations qui en sont résultées Il passaggio di maggior rilievo è dove Luigi XVIII dichiara «noi abbiamo scacciato dai nostri ricordi ... tutti i mali che hanno afflitto la patria nel corso della nostra assenza».

La riconciliazione nazionale Come Luigi ha perdonato, così debbono fare tutti: «il voto più caro al nostro cuore è che tutti i francesi vivano da fratellile voeu le plus cher à notre coeur, c'est que tous les Français vivent en frères.. Dice di voler pronunciare parole di pace e consolazione».paroles de paix et de consolation Il sovrano constata che tali sentimenti sono condivisi, tanto da dirsi «felice di ritrovarsi nel seno di una grande famiglia»,Heureux de nous retrouver au sein de la grande famille e auspica che tali sentimenti «mai nessuno ricordo amaro» dovrà scuotere.

Egli non chiede fratellanza, la constata. Né, in quanto sovrano legittimo per grazia di Dio potrebbe fare altrimenti. Ma, nel discorso traspare una sorta di scambio: al posto del «funesto scarto» e delle «gravi alterazioni», Luigi ricorda di aver risposto alle esigenze dei sudditi: Il primo desiderio del suo popolo è la fine delle lunghe guerre (la pace è il primo bisogno dei nostri sudditi), problema che lui ha risolto (ce ne siamo occupati senza sosta; e questa pace ... è firmata). Secondo desiderio del suo popolo è una carta costituzionale (noi abbiamo riconosciuto che la richiesta dei nostri sudditi di una Carta costituzionale era l'espressione di un bisogno reale). E lui la concede, accordando un atto solenne dal quale discende sicurezza.

Riaffermazione dei poteri sovrani Una sicurezza che si basa sulle precauzioni prese dagli uomini saggi che hanno redatto la Carta: la principale delle quali è l'affermazione, molto netta, che la Carta viene concessa per libera iniziativa del sovranovolontairement, et par le libre exercice de notre autorité royale … sûrs de nos intentions, forts de notre conscience.. vengono sottolineati i rischi di una monarchia debole: quando la violenza strappa delle concessioni alla debolezza del governo, la libertà pubblica non è meno in pericolo che lo stesso tronoquand la violence arrache des concessions à la faiblesse du gouvernement, la liberté publique n'est pas moins en danger que le trône même.. Solo l'autorità suprema può conferire alla istituzioni quella forza, permanenza e maestà della quale l'autorità suprema medesima è rivestita. Limitando il caso, naturalmente, alle istituzioni che [l'autorità suprema stessa] istituisce. di ciò si dice convinto il sovrano, che, al proposito, si perita di ribadire come nostro primo dovere verso il nostro popolo è conservare, per l'interesse del popolo, i diritti e le prerogative della coronanotre premier devoir envers nos peuples était de conserver, pour leur propre intérêt, les droits et les prérogatives de notre couronne. e Luigi afferma di sperare che di ciò sia convinto anche il popolo, ammaestrato dall'esperienza, ovvero delle conseguenze che una monarchia debole aveva recato. un popolo che, (si direbbe) conseguentemente, egli è fiero di comandaredu peuple auquel nous sommes fiers de commander.

Definizione dei diritti Ma quali questi diritti e prerogative della corona? Luigi offre una spiegazione pienamente esaustiva laddove ricorda che: l'autorità, tutta intiera, risiedeva in Francia nella persona del rebien que l'autorité tout entière résidât en France dans la personne du roi. In effetti né il Preambolo né i successivi articoli parlano mai di diritti diversi da quelli della corona, ma unicamente di autorità. Ma, siccome è imperativo conservare … i diritti e le prerogative della corona, è evidente che tale autorità continua a risiedere nella persona del re.

L'atto che il monarca compie, con la concessione della Carta, è di regolare la propria autorità, altrimenti illimitata. Tale illimitatezza è la chiave di volta dell'intero Preambolo e, quindi, della Carta: espressamente si ricorda come essa derivi dall'essere Luigi sovrano per la grazia di Dio e per l'interesse del popolo. Due argomentazioni destinate a servire tanto al pubblico tradizionalista, quanto ai ‘moderni’ spiriti utilitaristici: se Dio esiste, ecco provato il mio buon diritto, se non esiste, allora sappiate che sull'autorità reale è fondata la stabilità sociale e, come ricordato, la libertà pubblica non è meno in pericolo che lo stesso trono. Necessario corollario è che la concessione della Carta è frutto di una decisione unilaterale: in quanto assoluta, l'autorità non può accettare deleghe e, quindi essa viene regolata per esclusiva decisione del monarca.

Tutto ciò che ai sudditi viene concesso è di condividere non l'autorità stessa, ma il suo esercizio. Così come, d'altra parte, i [nostri] predecessori non hanno esitato a modificarne l'esercizio [dell'autorità], assecondando le differenza delle epocheses prédécesseurs n'avaient point hésité à en modifier l'exercice, suivant la différence des temps.

Una carta costituzionale? Tutta l'attenzione portata da Luigi XVIII su diritti e prerogative della corona, è indispensabile, poiché serve a giustificare quattro snodi fondamentali, che distinguono nettamente la Carta da una costituzione 'giacobina' (ovvero da una costituzione del giorno d'oggi): l'autorità non appartiene al popolo ma ad esso viene, graziosamente ed in parte, ‘concessa’ da un sovrano (che ne è unico titolare, anzi nella cui persona essa risiede) che ha ascoltato. Eppoi si è ingegnato in modo da disegnare uno strumento adatto alla bisogna. i sudditi non possiedono diritti, in quanto la condivisione dell'autorità è frutto della benevolenza del sovrano, non una loro prerogativa. il processo di redazione della Carta è stato affidato ad uomini saggi, scelti dal re, non a delegati del popolo. l'approvazione della Carta è in carico esclusivamente al monarca. Né è, in alcun modo, dipesa dal concorso di eletti o delegati della nazione.

Ed è su queste premesse che il sovrano fa concessione ed accordafait concession et octroi à nos sujets ai suoi sudditi la Carta.

Eppure Luigi parla cinque volte di Carta costituzionale (la Carta costituzionale che segue...una Costituzione libera e monarchicala Charte constitutionnelle qui suit...une Constitution libre et monarchique).

Una basilare mistificazione linguistica Resta, quindi, da stabilire se tale ambiguità sia attribuibile a confusione, ovvero ad una deliberata mistificazione.

Ciò che fa propendere per la seconda risposta è la circostanza che, in quel 1814, già fossero maturate almeno tre esperienze propriamente 'costituzionali': la costituzione americana del 1776, approvata da una Convenzione Costituzionale e ratificata dai tredici stati; gli Stati Generali del 1789, proclamatasi Assemblea Nazionale Costituente appena cinque giorni prima della presa della Bastiglia; la Costituzione spagnola del 1812, adottata dalle Cortes di Cadice, in assenza del monarca.

Come per tutti i 'crimini', v'è anche il movente: costituzione era la parola magica che i francesi volevano ascoltare. L'effetto non sarebbe stato il medesimo se lo strumento legislativo fosse stato definito Carta dei diritti, o simili.

Una Carta irreversibile?