Lo spleen è uno stato d'animo caratterizzato da una profonda malinconia, insoddisfazione e noia. Il termine è stato reso popolare soprattutto dal poeta francese Charles Baudelaire, che lo descrive in diverse poesie.

Origine e etimologia Il termine inglese spleen significa "milza" e deriva dal greco σπλήν (splḕn), con il medesimo significato. In italiano esiste il vocabolo "splene", termine poco comune, usato in medicina, per indicare sempre la milza.

Il fatto che una sensazione di forte malinconia venga associata alla milza deriva dalla medicina greca degli umori, secondo cui la bile nera, prodotta dalla milza, porta ad uno stato di inquietudine, malessere esistenziale, noia e accidia. Questo concetto si ritrova anche nel Talmud, legato alla milza come organo del riso. In Cina lo spleen è uno dei fondamenti del carattere e si pensa che influisca sull'umore.

In francese, spleen rappresenta la tristezza meditativa o la malinconia. Il termine venne reso famoso durante il decadentismo da Baudelaire, ma era utilizzato anche anteriormente, in particolare nella letteratura del Romanticismo.

La prima a parlare di spleen con senso di malinconia è l'autrice britannica Anne Finch, Contessa di Winchelsea, nella sua ode intitolata The Spleen (1709).

Lo spleen decadente Lo spleen decadente è una forma particolare di disagio esistenziale, ma rimandato alla natura sensibile del poeta nel suo complesso e alla sua incapacità di adeguamento al mondo reale. Lo spleen, a differenza del taedium vitae leopardiano, non produce riflessività sulla condizione umana, ma si esprime a livello artistico con la descrizione degli effetti opprimenti e terribili dell'angoscia esistenziale. Rappresenta uno stato di depressione cupa e angosciosa, da cui è impossibile sfuggire.

Il ciclo degli Spleen di Baudelaire Nella prima sezione dei Fiori del male di Charles Baudelaire sono presenti quattro componimenti intitolati Spleen; l'ultimo di tale breve ciclo è senza dubbio il più celebre. In esso, il poeta esprime un profondo stato di disperazione in quanto si sente estraneo a un mondo che lo rifiuta; conscio della propria incapacità di trasformarlo, assiste impotente al tramonto di ogni speranza e alla vittoria dell'angoscia, che diventa tragico emblema di tutto il suo essere. I termini e il tono della poesia conferiscono al sentimento analizzato la concretezza di un male che è anche fisico, oltre che psicologico. Della poesia rimangono impresse soprattutto le immagini di soffocante chiusura (analogia cielo-coperchio, speranza-pipistrello imprigionato), di umido (soffitto marcio-pioggia) e di incapacità di elevazione a causa dell'angoscia ("l'angoscia atroce, dispotica, pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero), sensazioni che vengono accentuate dal ritmo cadenzato e cupo dei versi alessandrini che compongono il testo.

Note

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