Carriera

Gli inizi all'Avellino: dal terremoto alla gestione plenipotenziaria (1977-1985) Nativo di Avellino, inizia la sua carriera dirigenziale giovanissimo all'interno del club della sua città natale, l'U.S. Avellino. Entrato nei quadri societari nel 1977 sotto la presidenza di Arcangelo Iapicca, muove i primi passi ricoprendo inizialmente i ruoli di addetto stampa e, successivamente, di segretario del club. Nel 1978, a soli 24 anni, viene promosso alla carica di direttore sportivo dal rientrato presidente Antonio Sibilia, diventando il più giovane dirigente in attività nella storia della Serie A.

Il suo mandato si intreccia drammaticamente con il Terremoto dell'Irpinia del 1980. All'indomani della catastrofe del 23 novembre, con la città devastata e la squadra costretta a trasferirsi temporaneamente fuori provincia per gli allenamenti, il presidente Sibilia gli affida la completa gestione operativa del club dicendogli: «Pensa tu all'Avellino, che io devo pensare ad Avellino». Sotto la guida di Marino, la squadra compie un autentico miracolo sportivo: partendo da una penalizzazione di 5 punti nel campionato 1980-1981, l'Avellino riesce a centrare una storica salvezza all'ultima giornata, trasformando lo stadio Partenio in un fortino quasi inespugnabile.

In quegli anni, Marino firma intuizioni di mercato e storici colpi di scouting che caratterizzeranno la cosiddetta "legge del Partenio". Porta in Irpinia talenti assoluti come il portiere Stefano Tacconi, il fantasista Beniamino Vignola, il difensore Luciano Favero (tutti successivamente ceduti alla Juventus) e scopre l'attaccante brasiliano Juary, celebre per la sua danza attorno alla bandierina dopo ogni gol.

Nel maggio 1982, in piena campagna acquisti estiva per la stagione 1982-1983, il presidente Sibilia viene arrestato e le azioni della società subiscono un congelamento giudiziario. Marino si ritrova a gestire il club in totale solitudine e in qualità di plenipotenziario. Pur operando praticamente privo di una proprietà reale e con risorse finanziarie bloccate, riesce a garantire l'equilibrio gestionale e tecnico, allestendo rose competitive e conducendo l'Avellino a mantenere stabilmente la categoria. Al termine della stagione 1983-1984, per gli eccezionali meriti manageriali e gestionali dimostrati in un contesto di estrema crisi societaria, viene insignito del prestigioso premio Guerin d'oro come miglior direttore sportivo della Serie A. Nella stagione 1984- 1985, dopo l’ennesima salvezza anticipata dell’Avellino, lascia il club bianco verde per passare al Napoli Napoli.

Il primo ciclo al Napoli e la storica accoppiata Scudetto - Coppa Italia (1985-1987) Nel 1985 viene ingaggiato dal Napoli in un momento storico cruciale per il club: l'anno precedente era sbarcato a Napoli Diego Armando Maradona, un acquisto epocale che rappresentava l'occasione per compiere un definitivo salto di qualità per una squadra fino ad allora poco vincente. Tuttavia, la dirigenza deve far fronte a disponibilità economiche limitate, che non permettono l'acquisto immediato di grandi campioni già affermati sul mercato; il compito di Marino diventa quindi quello di strutturare e costruire un organico competitivo attorno al fuoriclasse argentino ottimizzando le risorse finanziarie del club.

Il lavoro del dirigente si rivela prezioso per la compagine partenopea grazie ad alcune felici intuizioni di mercato: tra queste, spicca l'acquisto nell'ottobre del 1986 del regista Francesco Romano – prelevato dalla Triestina e considerato un'ex promessa del Milan – a cui Marino concede una seconda chance in Serie A. Romano si integrerà perfettamente nei meccanismi tattici della squadra guidata da Ottavio Bianchi, che al termine della stagione 1986-1987 conquista sia il primo storico Scudetto della sua storia, sia la Coppa Italia, centrando una prestigiosa accoppiata a livello nazionale.

Il 24 giugno 1987, a seguito di insanabili divergenze sui metodi di lavoro sorte direttamente con il presidente Ferlaino, Marino rassegna le proprie dimissioni dall'incarico di direttore generale, interrompendo il suo primo ciclo all'ombra del Vesuvio.

La parentesi alla Roma come consulente di Dino Viola (1987-1988) Subito dopo l'addio al Napoli, viene ingaggiato dalla Roma del presidente Dino Viola, assumendo l'incarico ufficiale di consulente strategico della presidenza. Nella Capitale collabora a stretto contatto con lo storico direttore tecnico svedese Nils Liedholm (coadiuvato in panchina dall'allenatore Angelo Sormani) per il rinnovamento e il potenziamento dell'organico giallorosso.

Sul fronte del calciomercato, la campagna acquisti di quella stagione si rivela di alto profilo, venendo ricordata in particolare per l'approdo a Roma del centravanti tedesco Rudi Völler, prelevato dal Werder Brema. Insieme al bomber teutonico, la rosa viene puntellata con gli innesti del difensore campione del mondo Fulvio Collovati e del centrocampista Sergio Domini. Al termine della stagione 1987-1988, la squadra giallorossa compie un ottimo percorso in campionato, centrando il 3º posto in classifica e conquistando la qualificazione alla successiva Coppa UEFA. Conclude la sua esperienza nella Capitale nel settembre del 1988, decidendo di fare ritorno in Irpinia per assumere la presidenza dell'Avellino.

Gli anni da presidente all'Avellino e l’arrivo a Pescara (1988-1995) Nel settembre 1988, dopo il congedo dalla Roma, fa ritorno nella sua città natale assumendo la carica di presidente dell'Avellino. Il suo mandato triennale coincide con uno dei periodi storicamente più complessi del club biancoverde, che si trova ad affrontare una profonda crisis societaria e tecnica all'indomani della retrocessione in Serie B.

Nel 1991, concluso il ciclo in Irpinia, approda alla Delfino Pescara assumendo la carica di direttore sportivo, società con la quale lavorerà per tutta la prima metà degli anni novanta. Sotto la sua gestione sportiva, il club abruzzese compie un cammino trionfale nel campionato di Serie B 1991-1992, centrando una storica promozione in Serie A. Il successo di quella stagione è legato anche alla sua abilità nello scouting e nella valorizzazione di talenti come Massimiliano Allegri, Frederic Massara e un giovanissimo Mauro Esposito. L'idillio con la massima serie si interrompe tuttavia l'anno successivo, con il Pescara che retrocede nel campionato 1992-1993; in questa annata, l'inserimento di alcuni calciatori stranieri poco collaudati incide negativamente sul rendimento della squadra, deludendo le aspettative societarie.

Nonostante la retrocessione, la piazza di Pescara ricorderà la sua gestione per una celebre operazione nel mercato di riparazione del novembre 1992: l'ingaggio del centrocampista e capitano della nazionale brasiliana Dunga. Nello stesso periodo, la carriera di Marino viene tuttavia frenata da una squalifica di tre anni inflittagli dagli organi di giustizia sportiva per una presunta responsabilità in un filone di illeciti legati a partite truccate, vicenda in cui figurava anche il nome di Luciano Moggi. La squalifica viene tuttavia revocata dopo due anni, permettendo al dirigente di essere pienamente riabilitato.

Il "Modello Udinese", lo scouting internazionale e le grandi qualificazioni europee (1997-2004) Nel dicembre del 1997 approda all'Udinese Calcio|Udinese, dove dà vita a una vera e propria svolta manageriale per la propria carriera e per il calcio italiano, inaugurando un innovativo modello di gestione calcistica. Sotto la sua direzione, il club friulano si trasforma da squadra di provincia a realtà di vertice della Serie A, basando il proprio successo su un'inedita e capillare rete di scouting internazionale. La politica societaria introdotta da Marino prevede la scoperta sistematica e la valorizzazione di giovani talenti sconosciuti o emergenti, funzionali al raggiungimento di grandi traguardi sportivi prima di essere ceduti alle potenze finanziarie del calcio mondiale, garantendo al contempo la stabilità economica del club con bilanci costantemente in attivo.

Oltre allo scouting dei calciatori, il lavoro del dirigente si rivela fondamentale nella scelta e nella valorizzazione di profili tecnici in panchina: sotto la sua gestione si consolidano e compiono un definitivo salto di qualità allenatori del calibro di Francesco Guidolin e Luciano Spalletti, capaci di sposare ed esaltare la filosofia aziendale della società friulana attraverso un gioco moderno ed efficace.

Grazie a questa sinergia strategica tra guida tecnica e societaria, l'Udinese centra storiche qualificazioni alle Coppe europee (tra cui lo storico terzo posto nel campionato di Serie A 1997-1998 e la vittoria della Coppa Intertoto UEFA 2000). Il lavoro di Marino si distingue per la generazione di plusvalenze record per l'epoca: tra le operazioni più redditizie spiccano le cessioni del bomber brasiliano Márcio Amoroso (capocannoniere del campionato e poi ceduto al Parma) e del centrocampista Stefano Fiore (acquistato dalla Lazio), oltre alla valorizzazione e alla cessione di calciatori del calibro di Oliver Bierhoff, Thomas Helveg e Martin Jørgensen.

Nello stesso periodo, il suo intuito nello scouting si manifesta con la scoperta e l'acquisto dalle serie minori di un giovanissimo Vincenzo Iaquinta nel 2000; l'attaccante crescerà sotto la gestione friulana fino a diventare un pilastro del club e, successivamente, campione del mondo con la Nazionale italiana nel 2006. Marino lascerà l'Udinese nel 2004, consegnando al panorama calcistico un modello virtuoso studiato a livello internazionale.

Il ritorno a Napoli

Dopo l'esperienza friulana decide di abbandonare Udine per tornare al Napoli. La società, dopo il fallimento e l'acquisizione da parte dell'imprenditore cinematografico Aurelio De Laurentiis nel 2004, necessitava di un'opera di ricostruzione pressoché integrale e Marino si ritrovò alle prese con una realtà particolare: una squadra senza campi di allenamento, palloni e divise ma, soprattutto, senza calciatori. La nuova avventura lo porta ad allestire una rosa che è riuscita a risalire dalla serie C1 alla A in tre anni, raggiungendo anche la qualificazione a quella che allora era la Coppa Uefa. Con il ritorno della squadra nel campionato di vertice italiano, Marino importa - con non poche resistenze da parte di tifoseria e stampa - i metodi di lavoro che ha impiegato ad Udine, ma applicato ad un club con maggiori potenzialità economiche, in grado quindi di trattenere i migliori calciatori e corrispondere loro ingaggi adeguati al loro prestigio che aumenterà di stagione in stagione. Nuovi giovani acquisti come Hamsik e Lavezzi vengono acquistati con spesa relativamente bassa e vedono il loro valore aumentare vertiginosamente nel giro di un anno. Questa politica permette al Napoli di proiettarsi subito nel calcio europeo. Dopo il match vinto dal Napoli contro la Juventus il 18 ottobre 2008, il presidente del Napoli De Laurentiis ha confermato che il contratto del dirigente irpino sarebbe stato rinnovato per altri 5 annifonte: . Ciò nonostante, il 28 settembre 2009 si interrompe, dopo 5 anni, il rapporto con la società di De Laurentiis, con la rescissione consensuale del contratto.Comunicato di Aurelio De Laurentiis e Pierpaolo Marino, sscnapoli.it

Atalanta Il 23 giugno 2011 viene nominato responsabile dell'area tecnica dell'Atalanta, con cui firma un contratto biennale. Nel primo campionato costruisce una squadra che conquista la salvezza con largo anticipo nonostante i sei punti di penalizzazione. Il 30 giugno 2012 firma un contratto quinquennale con l'Atalanta di cui diventa direttore generale e in campionato si piazza alla 15ª posizione.

Pierpaolo Marino vince il TMW Awards 2011 assegnato dai lettori del portale TMW TuttoMercatoWeb.com, come miglior Direttore Sportivo ddell'anno, premiazione effettuata presso l'Ata Hotel di Milano, sede del Calciomercato