Kainua (Kàinua) è un'antica città etrusca che sorgeva sul Pian di Misano e sulla soprastante altura di Misanello presso l'attuale comune di Marzabotto, nella città metropolitana di Bologna. In passato era nota con il nome di Misa dal nome del luogo del ritrovamento.Marzabotto , Pagina della missione archeologica dell'Università di Bologna. URL consultato l'8 gennaio 2019.Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto. L'area archeologica, scheda sul sito della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna. URL consultato l'8 gennaio 2019.MARZABOTTO (Bo): Scoperte etrusche a Misa, anzi Kainua., ArcheoMedia, 27 agosto 2006. URL consultato l'8 gennaio 2019.

Fondata nel V secolo a.C. a poca distanza dal fiume Reno, Kainua fu una delle città-stato più importanti dell'Etruria padana, assieme a Felsina (Bologna) e Spina, nonché un importante snodo commerciale tra l'Etruria tirrenica e la Pianura Padana, fino ad oltralpe. L'esistenza della città è nota fin dal 1551, quando frate Leandro Alberti nel suo Descrittione di tutta Italia ipotizza la presenza di una città antica sulla base del ritrovamento di alcune rovine di edifici, mosaici e monete.

A soli 28 km dalla vicina Bologna, si accede all'area archeologica e all'annesso Museo nazionale etrusco di Marzabotto risalendo la Strada statale 64 Porrettana (Bologna-Pistoia).

Il sito, seppur andato in parte perduto a causa dell'erosione della marna dovuta al fiume Reno (che sgretolò la parte più a sud del pianoro su cui era fondata la città, provocandone il crollo), rimane unico nel suo genere poiché ha perfettamente conservato le tracce della sua planimetria.Documentario Italia: Viaggio nella bellezza. La riscoperta dell'Etruria padana (Rai Storia). URL consultato l'8 gennaio 2019. Esso si presenta caratterizzato da un impianto urbano ortogonale di stampo coloniale ed è costituito per lo più da numerose case-bottega, un'acropoli, due necropoli (necropoli nord e necropoli est) e diverse aree sacre. Della maggior parte degli edifici sono rimaste le sole fondazioni, a causa dei lavori agricoli che si sono succeduti nel corso dei secoli e che hanno ridotto l'alzato degli edifici.

Storia

Espansione etrusca in Valle Padana La presenza degli Etruschi è attestata in Valle Padana fin dalla fase villanoviana (IX secolo a.C.). Nel VI secolo a.C. una nuova fase espansionistica, dettata questa volta dalla necessità di trovare nuovi sbocchi commerciali (a seguito del declino dell'Etruria campana), spinsero gli Etruschi di nuovo in Valle Padana, dove venne sviluppata l'Etruria padana, occupata, oltre che da centri di nuova costituzione, anche da antichi insediamenti etruschi di epoca villanoviana. È a questo periodo che viene fatta risalire la fondazione della città di Kainua.Elisabetta Govi, 2014. Etruscan urbanism at Bologna, Marzabotto and in the Po valley, in E.C. Robinson (ed.), Papers on Italian urbanism in the first millennium B.C. (sup. ser.), Portsmouth, R.I: Journal of Roman Archaeology: 81-111

Le due fasi di fondazione della città Secondo i ritrovamenti venuti alla luce in seguito agli scavi, la fondazione della città avvenne in due fasi:

Marzabotto I (550 - 500 a.C.): in questa prima fase l'insediamento etrusco era semplicemente costituito da villaggi di capanne di stampo primitivo disposti su tutto il pianoro. Qui gli Etruschi vivevano già ben organizzati: oltre alle abitazioni e ai terreni adibiti all'agricoltura, l'insediamento poteva vantare di templi o altari per il culto (a nord-est del villaggio, in prossimità di una sorgente d'acqua), una necropoli, un sistema di canalizzazione delle acque, una fonderia e almeno una bottega artigianale. Un reperto di particolare rilievo attestante la datazione a questo periodo è stato trovato sul fondo del pozzo sulla plateia D: un coperchio di pisside in avorio molto elaborato e prezioso (soprannominato il signore dei leoni), in stile orientalizzante, databile tra il 620 e il 580 a.C. e probabilmente appartenuto a un nobile di alto rango. Marzabotto II (500 - 350 a.C.): a questo periodo risalirebbe la fondazione della città vera e propria secondo letrusco ritu, e cioè costruita rispecchiando la suddivisione del templum celeste. La città così costituita comprendeva case-bottega di tipo atrium tuscanicum, un'acropoli, diversi santuari e luoghi di culto, almeno due necropoli, acquedotti, sistemi fognari e una grande fornace, oltre alla fonderia preesistente.

Invasione celtica

Verso la prima metà del IV secolo a.C. le popolazioni celtiche, già da tempo presenti nel nord Italia, più precisamente a nord del Po, invasero l'Etruria padana. I Galli Boi iniziarono ad occupare le città etrusche, una dopo l'altra, per poi scendere verso il sud Italia fino ad arrivare a Roma, che saccheggiarono. Essi erano soliti modificare la funzione dei territori occupati a seconda della posizione geografica: i territori in pianura venivano trasformati in terre da coltivare, mentre quelli in altura in presidi militari. Kainua, proprio per la sua posizione sopraelevata, divenne un presidio da cui poter controllare l'intera Valle del Reno.

Anche le tratte commerciali furono modificate: vennero ridotti drasticamente gli scambi con l'Etruria tirrenica, in favore di una più fitta rete di scambi con la Romagna, attraverso la Valle dell'Idice. Obiettivo dei Galli Boi era quello di strappare agli Etruschi il controllo commerciale, provocando in questo modo il crollo dell'economia interna della regione. Per questo motivo l'occupazione celtica provocò una fuga generale degli Etruschi verso le città costiere (come Spina e Mantova, non ancora occupate), mentre coloro che rimasero furono coinvolti in un tentativo di fusione tra le due culture (attestato da tombe i cui corredi funebri presentavano elementi riguardanti entrambe le civiltà). L'occupazione celtica di Kainua, in parte già da tempo abbandonata dagli Etruschi (specialmente quelli residenti nella parte meridionale dell'abitato) e lasciata per lo più in stato d'abbandono dagli stessi celti (che si concentrarono maggiormente nell'area nord dell'abitato), si protrasse fino alla seconda metà del III secolo a.C.

Le testimonianze della presenza celtica sul suolo etrusco sono date per lo più dal ritrovamento di resti umani all'interno dei pozzi per il rifornimento idrico (dove sono stati trovati scheletri di guerrieri armati), di sepolture ai piedi dell'acropoli e di sepolcreti in mezzo all'area urbana. Il sovvertimento delle funzioni originarie di alcune infrastrutture cittadine etrusche trova facile spiegazione nello stato di degrado in cui il settore meridionale dell'abitato e quello legato all'acropoli versavano a seguito del disinteresse o dell'abbandono da parte degli Etruschi all'epoca dell'occupazione celtica; pertanto quei territori, e le strutture lì edificate, si presentavano ai Galli coperti da strati di terreno accumulatosi naturalmente, mentre i pozzi urbani, in disuso da tempo, si erano oramai riempiti di terra, laterizi, pietre e altri materiali rendendoli usufruibili per altre funzioni.

Espansione romana Nel II secolo a.C., quando l'Etruria padana passò sotto il dominio romano, si verificò una romanizzazione generale dei territori. Tuttavia, il processo riguardò solo marginalmente Kainua e la ragione può consistere nel fatto che la strada che collegava Roma all'Etruria padana si trovava molto più ad est della città, risparmiandola così dalla diretta occupazione dei nuovi conquistatori (concentratisi prevalentemente nella città di Bononia). La presenza romana nell'antica città è testimoniata solo dai resti di una villa romana di stampo rustico, costruita lungo il margine nord-est di quella che fu Kainua (più precisamente occupante lInsula 3 della Regio III e parte della plateia B), in un tempo in cui probabilmente il sito etrusco era già stato coperto da alcune decine di centimetri di terreno formatosi naturalmente, che rese il territorio ideale per l'agricoltura e la pastorizia. Databile tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. la fattoria sembra avere una planimetria molto simile a quella delle case etrusche: una serie di vani rettangolari, di cui soltanto uno presenta al centro un pozzo per il rifornimento idrico (la cui tecnica di costruzione ricorda molto da vicino quella etrusca); inoltre, sono stati trovati resti di due fornaci e un canale di scolo per lo smaltimento delle acque. Nel complesso la fattoria aveva tutto ciò che era necessario per renderla autosufficiente.

Dal Cinquecento ad oggi La prima notizia sul sito archeologico risale al 1551 quando frate Leandro Alberti, nella Descrittione di tutta Italia, parla di un'antica città sul pianoro di Misano, secondo quanto riportatogli dagli abitanti della zona e come lui stesso sembra aver accertato visitando il luogo di persona. Altre sporadiche notizie sono dei successivi secoli XVII e XVIII; in particolare è proprio nel tardo Settecento che un altro religioso, l'abate e storiografo Serafino Calindri, fa riferimento all'insediamento sul pianoro di Misano nel suo Dizionario Corografico Georgico Orittologico Storico dell'Italia. Qui accenna anche a delle attività di scavo attive in quel periodo, i cui reperti portati alla luce erano però destinati al commercio. Solo a partire dal XIX secolo si avrà una documentazione più precisa sul sito.

Nel 1831 i terreni agricoli di Pian di Misano e la villa secentesca annessa (Villa di Misanello, fino ad allora conosciuta come Villa Barbazza, dal nome della famiglia proprietaria Barbazzi) divennero di proprietà del conte Giuseppe Aria, il quale diede ordine di eseguire dei lavori di ristrutturazione della villa (originariamente classificabile come castello-palazzo, poiché costituito da quattro corpi di fabbrica snodati attorno a un cortile e preceduto da una torre d'avamposto) e di riqualificazione dell'area circostante, che comprendevano anche la realizzazione di un parco all'inglese attorno alla villa, di un laghetto artificiale e di una nuova strada d'accesso alla villa dal lato sud. Furono proprio i lavori di scavo effettuati per la realizzazione di quest'ultima a portare alla luce i primi ritrovamenti archeologici, quello di due stipi votive ai piedi di quella che, in seguito, sarebbe stata identificata con l'acropoli cittadina. Lì i lavori vennero eseguiti in due fasi: la prima, avvenuta nella primavera del 1839, portò al recupero di trenta bronzetti votivi antropomorfi ai piedi dell'acropoli, mentre la seconda fase (avvenuta nella primavera del 1841) portò al rinvenimento di otto bronzetti antropomorfi. Nel 1856, in concomitanza con i lavori di scavo effettuati per la realizzazione del parco sull'altura di Misanello e del laghetto artificiale nei pressi della villa, vennero portati alla luce gli edifici dell'acropoli e alcune tombe della necropoli settentrionale (per la maggior parte ancora occultata all'epoca). Proprio in questo periodo arrivò a Marzabotto un archeologo, Giovanni Gozzadini, già promotore ed esecutore degli scavi presso la sua proprietà (Villa Gozzadini) di Villanova di Castenaso e riportanti alla luce un sepolcreto di una comunità villanoviana. Fin da subito Gozzadini notò una stretta somiglianza nella composizione tra le strutture templari appena scoperte a Marzabotto e le tombe villanoviane, portandolo immediatamente a pensare di trovarsi di fronte ad un'altra necropoli. Nel 1861, terminati i lavori per la realizzazione del parco e del laghetto artificiale adiacente, si decise di smantellare le poche tombe a cassa della necropoli nord rinvenute per trasferirle in prossimità dello stesso laghetto, causando il grave danneggiamento di parte del sito archeologico.

Scavi archeologici