È stato tradotto in sedici lingue.

Biografia Nato “con pochi giorni di anticipo sulla nascita della fantascienza, che talvolta si fa coincidere con il primo numero della rivista Amazing Stories”Lino Aldani: biografia, in a San Cipriano Po, paese d’origine della madre Berenice che vi è tornata per il parto, Lino Aldani cresce a Roma e vi trascorre l’adolescenza. Il padre Cesare Aldani è nato a San Zenone al Po, centro a sud-est di Pavia, sulla riva opposta del fiume rispetto a San Cipriano, ma a pochi chilometri di distanza; è stato autore di diversi libri di cucina, direttore della rivista Messaggero della Cucina e titolare di una rubrica gastronomica su la Provincia Pavese.

Lino arriva con solo quaranta giorni d’età a Roma, dove il padre lavora come chef in un hotel di lusso di via Veneto. Ricorda l’autore in un’intervista:

La famiglia Aldani abita in via Sardegna, in prossimità di Villa Borghese, luogo delle scorribande del giovane Lino, come egli stesso racconta in Aria di Roma andalusa.Aria di Roma andalusa, in

Dopo avere frequentato il liceo scientifico, durante l’occupazione tedesca di Roma (1943-1945) per sfuggire alla leva ripara a San Cipriano Po, dove rimane quattordici mesi. La sua volontà di unirsi alla Resistenza non trova esito, dal momento che non riesce a stabilire un contatto con i partigiani dell’Oltrepò, e la madre arriva a tenerlo sotto chiave in cascina per paura che vada a morire sulle colline.

Rientrato a Roma dopo la liberazione, Aldani comincia a scrivere storie realistiche d’ambientazione partigiana. Riesce a fare avere un romanzo, rimasto senza titolo, a Lucio Lombardo Radice, dirigente del PCI e redattore delle riviste Belfagor e Incontri, il quale gli chiede di cambiare il finale, che contiene il messaggio per cui non si può entrare in un periodo di pace portandosi dietro il risentimento e i rancori maturati durante la guerra. L’opera non sarà mai pubblicata.

Aldani scrive poi un secondo romanzo, Le anatre di sughero, di carattere esistenzialista, pesantemente influenzato dalla lettura di Sartre:

Lunga è la lista di mestieri di Aldani, prima di trovare sistemazione definitiva come insegnante di filosofia e di matematica in una scuola statale: alcuni sono occasionali, come operaio (a 90 lire al giorno), barman e impiegato di banca, altri più stabili, come insegnante di filosofia nelle scuole serali, professore in un liceo privato. Gli anni Cinquanta Aldani è appassionato lettore di fantascienza fino dalla nascita di Urania, pubblicazione da edicola Mondadori il cui primo numero risale all’ottobre 1952. Verso la fine del decennio un suo studente, a conoscenza di questo interesse, prima gli presenta “un pazzo, certo Polimeni, che si interessava di dischi volanti”, quindi gli mostra una copia della rivista Oltre il cielo, rivolta a un pubblico di appassionati di astronomia, astronautica e missilistica, il cui primo numero è pubblicato nel settembre 1957. Aldani prende contatto con la redazione, vale a dire il direttore Cesare Falessi e Armando Silvestri; quest’ultimo fin dal 1938 avrebbe voluto fondare in Italia una rivista di science fiction. Anche per questa ragione, Oltre il cielo pubblicava brevi storie di quel genere che si era cominciato a definire “fantascienza” (neologismo inventato nel 1952 dal direttore di Urania, Giorgio Monicelli).

Nel 1955 Aldani conosce una collega di matematica che insegna nella stessa scuola, Mirella Dell’Orco; gli esami di fine anno sono l’occasione di frequentarsi. I due si sposano il 25 luglio 1957.

Gli anni Sessanta È sul numero 52 di Oltre il cielo che Aldani esordisce come autore nel gennaio 1960 con il racconto Dove sono i vostri Kumar?, utilizzando come pseudonimo il proprio anagramma “N.L. Janda”. La collaborazione di Aldani con la redazione è subito molto intensa: nel solo 1960 pubblica altri dieci racconti oltre al primo, quasi uno ogni due numeri quindicinali. Alcune di queste storie, tutte pubblicate con lo stesso nom de plume, sono satiriche o grottesche, altre invece più impegnate sono tra le più conosciute e apprezzate della sua produzione, segno del fatto che Aldani ha assorbito e fatto propri gli stereotipi della science fiction, ma non trascura la qualità della scrittura. È Cesare Falessi, “alto quasi due metri, una specie di marziano ma con un buon acume editoriale,” a consigliargli di passare dal raccontino parodistico degli esordi a un genere più impegnato; Aldani confessò che comunque in Oltre il cielo c’erano troppa avventura e troppa astronautica per i suoi gusti, e inoltre Falessi richiedeva per le storie i classici cliché avventurosi della science fiction americana (“un racconto è accettabile se c’è almeno un’astronave”).

Fino dagli esordi, Aldani riesce dunque a piegare gli stereotipi e i cliché tipici del genere alla propria visione del futuro, che mette l’umanità al centro della storia invece che la speculazione tecnologica. A questo primo periodo risalgono infatti alcune delle sue opere più conosciute, come La luna delle venti braccia, pubblicato nello stesso 1960 d’esordio (sul numero 57), e Tecnocrazia integrale sul numero 85 del 1961: il secondo è un racconto paradossale su un complesso e difficile concorso per esami finalizzato all’assunzione di una spazzino municipale, in una società che ha demandato le decisioni importanti a un elaboratore elettronico.

Su Oltre il cielo cominciarono ad apparire autori italiani senza bisogno di pseudonimo straniero; nei quindici anni di durata, la rivista avrebbe pubblicato oltre cento nomi per un totale di 475 racconti e 12 romanzi a puntate. Con il proprio nome, Aldani pubblicò sul numero 88, nel 1961, un articolo intitolato La “Science-Fiction” in Italia. Un consuntivo dei primi dieci anni, primo mattone di una riflessione sul pregiudizio di una parte del pubblico dei lettori nei confronti di storie scritte da italiani, identificando esattamente il problema che avrebbe afflitto il genere: “Dieci anni di science-fiction non sono stati sufficienti a produrre un’impalcatura fantastica e scientifica che, almeno presso di noi, non può più sostenersi con la presentazione di trovate sempre più ingegnose, spesso astruse e inaccettabili. Di questo passo la science-fiction si esaurirebbe in uno sterile gioco di tecniche e di artifici fini a se stessi.”Citato in Renato Pestriniero, Lino Aldani, l’americano, Intercom n. 95, dicembre 1987

Questo lavoro sulla natura della SF (acronimo con cui si indica di solito la fantascienza, dalle iniziali di science fiction) non rimane senza seguito; Aldani è infatti autore del saggio La fantascienza (ed. La Tribuna, 1962), sottotitolo Che cos’è, com’è sorta, dove tende, che rimase per anni l’unico testo di riferimento disponibile per gli appassionati del genere. Conteneva in appendice elenchi di autori italiani e stranieri, e le loro opere principali. Per la stessa casa editrice Aldani aveva già pubblicato nel 1961 due racconti in appendice a numeri della rivista Galaxy, edizione italiana dell’omonima rivista Usa di science fiction. Nel saggio, il primo sull’argomento fantascienza scritto da un italiano e, in assoluto, il primo del genere pubblicato in Italia,Vittorio Catani e Eugenio Ragone, Un esempio di coerenza, in Intercom n. 95, dicembre 1987 Aldani fornisce la propria definizione di “fantascienza”:

L’ultimo suo racconto per Oltre il cielo appare sul sumero 101 del 1962; contemporaneamente, Aldani partecipa con due racconti inediti al progetto Interplanet di Sandro Sandrelli, serie di sette antologie pubblicate da La Tribuna tra il 1962 e il 1965, che contenevano opere dei più significativi autori italiani di quegli anni.

Nel 1963 Aldani è tra i fondatori, insieme a Massimo Lo Jacono e Giulio Rajola, della prima rivista dedicata interamente alla fantascienza italiana, Futuro. In proposito confida, in una successiva intervista:

Sul numero 1 di Futuro appare il racconto forse più conosciuto di Aldani, Buonanotte Sofia, ristampato talvolta in seguito con il titolo Onirofilm e tradotto in diverse lingue estere. La protagonista è un personaggio il cui nome allude a Sophia Loren, attrice di onirofilm che permettono al fruitore un’esperienza sensoriale immersiva in avventure esotiche con risvolti sessuali spinti, ambientati in una società ridotta a una dicotomia tra produttori e consumatori. L’onirofilm è il prodotto “di tutte le manifestazioni di massa che oggi alienano l’uomo: dalla partita di calcio alla pubblicità televisiva. […] I detentori del potere se ne servono come palliativo, per immergere la coscienza del grosso pubblico in un limbo amorfo e beato.”

Sul numero 4 di Futuro, nel 1963, appare un altro dei suoi racconti più diffusi e apprezzati, e il primo pubblicato con il suo vero nome, senza pseudonimo: Trentasette centigradi. In un’Italia del futuro prossimo si stabilisce una sorta di tirannia medica, unesculapiocrazia che impone regole del buon vivere, prudenza, precauzione e prevenzione, tramite controlli e multe salate. Il protagonista Nico “vive una rivolta sterile di fronte ad una alienazione di cui soffre a tre diversi livelli”Gilbert Lascault, Un avenir redouté. Les récits d’anticipation (966) tradotto da Lorenzo Fenzi su Intercom n. 95, dicembre 1987: imposizione di un pensiero unico giustificato da preoccupazioni ipocondriache; imposizione di contributi e sanzioni che assorbono tutto il bilancio economico; senso di colpa risvegliato dalla rivolta contro le regole salutistiche.

Il 1964 è l’anno di nascita della figlia Elettra. Aldani confessò in seguito le discriminazioni politiche subite in questi anni: “[…] nei primi anni Sessanta la dottrina marxista veniva duramente ostracizzata e tutto ciò che era ‘rosso’ veniva aborrito dai benpensanti, né più né meno di quanto avveniva dieci o quindici anni prima. […] Passai anch’io i miei guai, nella scuola, a causa della mia attività di sindacalista, al punto che finii nelle liste del Sifar (questo venni a saperlo, per mero caso, molti anni dopo). In quella mia messa al bando, la mia attività di scrittore non c’entrava affatto.”

Sempre nel 1964 appare la sua prima raccolta personale di racconti, Quarta dimensione. Scrive Oreste Del Buono, a testimonianza di un cambiamento che la scrittura di Aldani attraversò in questi anni, tra l’esordio e la pubblicazione dell’antologia:

In quanto condirettore di Futuro, Aldani può verificare che già in questi primi anni Sessanta il pubblico mostra scetticismo circa la capacità degli autori nazionali di dimostrarsi all’altezza di quelli anglosassoni, la cui esperienza nella science fiction poteva già vantare decine di anni d’esperienza: un ritardo difficile da colmare dopo gli anni del fascismo e il sospetto autarchico verso le letterature straniere. Per questa ragione, oltre che per problemi nella distribuzione, Futuro collezionò solo 8 numeri prima di chiudere (l’ultimo numero risale a novembre 1964). La conclusione di questa esperienza rappresenta un brutto colpo per l’autore: “Chiuso quel ciclo, le prospettive per la mia narrativa mi sembravano zero. Non scrivevo più niente.”

Nel 1968, logorati dalla vita nella metropoli, Aldani e famiglia lasciano Roma per trasferirsi nel paese della madre di lui, San Cipriano Po.

Gli anni settanta

A cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo, eletto sindaco di San Cipriano Po, Aldani sembra avere accantonato la scrittura; è iscritto al Psi, ma non rinnova la tessera quando negli anni Settanta diventa preminente la figura di Bettino Craxi. Così Aldani racconta il trasferimento al nord: “Appena arrivato da Roma in provincia di Pavia, mi è sembrato di sbarcare su un altro pianeta. Dove fra l’altro comandavano i fascisti. Per due anni non abbiamo avuto neanche una casa, mentre costruivamo questa: poi mi hanno eletto sindaco e ho rivoltato le carte in tavola, sul piano politico. Ho fatto ribattezzare via Gramsci la strada in cui viviamo e ho ripreso a scrivere.”