Lomicidio di Sergio Ramelli fu un crimine commesso a Milano nel 1975 durante gli anni di piombo. La vittima fu uno studente milanese di diciotto anni (nato il 6 luglio 1956), il quale, a causa di un tema scolastico in cui condannava le Brigate Rosse, fu prima oggetto di un'assemblea in cui fu accusato (anche alcuni professori parteciparono all'evento) e infineNegli istituti scolastici in cui il Fronte della Gioventù era presente, era nominato un responsabile detto fiduciario. il 13 marzo aggredito e colpito a morte da alcuni militanti della sinistra extraparlamentare legati ad Avanguardia Operaia: Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Claudio Colosio, Antonio Belpiede, Brunella Colombelli, Franco Castelli, Claudio Scazza e Luigi Montinari. Il giovane, a causa dei traumi riportati, morì il 29 aprile, oltre un mese e mezzo dopo l’aggressione. I responsabili furono identificati dieci anni dopo l'accaduto e, dopo un'iniziale condanna per omicidio preterintenzionale in primo grado, furono riconosciuti colpevoli di omicidio volontario al termine dei tre gradi di giudizio del processo, durato dal 1987 al 1990. Le pene furono comunque ridotte e in alcuni casi cancellate per prescrizione.

Storia Antefatti A partire dal 1970/71, l'ITIS "Ettore Molinari" di Milano, presso il quale Sergio Ramelli studiava chimica industriale, fu teatro di manifestazioni di violenza, intolleranza e incidenti dovuti a oltranzismo politico; dal 1972, tra le formazioni politiche giovanili, vi si segnalò il predominio di Avanguardia Operaia, Lotta Continua e Movimento Studentesco, che in quel periodo si contendevano il primato nelle scuole superiori e nelle università milanesi. L'edificio, risalente al 1964, non permetteva un adeguato controllo dell'ordine pubblico interno e per questo si era guadagnato la reputazione di luogo a rischio, tanto che l’11 aprile del 1975 – un mese dopo l’aggressione dello studente - vi furono rinvenute svariate bottiglie incendiarie.

Iscritto da poco tempo al Fronte della Gioventù, Ramelli svolgeva il ruolo di referente (detto “fiduciario”) del movimento presso l’istituto che frequentava: pur non nascondendo le sue posizioni politiche, non si era segnalato per fanatismo. Noto all’ufficio politico della Questura di Milano per affissione abusiva, non aveva però precedenti penali, non aveva partecipato ad aggressioni, risse o minacce e non aveva attaccato manifesti né distribuito volantini a scuola, come stabilito dalle inchieste della magistratura e dagli atti del processo.

L’inchiesta giudiziaria accertò che Ramelli, in un tema scolastico, aveva espresso posizioni di condanna delle Brigate Rosse, aggiungendovi una nota di biasimo verso il mondo politico per il mancato cordoglio istituzionale di fronte alla morte di due militanti del MSI, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, uccisi durante l'assalto alla sede del MSI di Padova avvenuto l'anno precedente (17 giugno 1974). Il tema, dopo essere stato sottratto al professore, fu affisso in una bacheca scolastica, tacciato di fascismo e usato come elemento accusatorio . Alcuni amici ricorderanno successivamente che fu quell’episodio ad indurre Ramelli ad iscriversi al Fronte della Gioventù in cerca di protezione, mentre la madre e altre fonti hanno riferito di una precedente frequentazione, seppur recente, del movimento.

Indagini e testimonianze confermano che dopo il fatto si scatenò ai suoi danni un clima di costante provocazione, perpetrato da elementi dell’estrema sinistra, in maggioranza di Avanguardia Operaia: nel gennaio 1975 fu più volte prelevato a forza dall’aula in cui seguiva le lezioni da alcuni studenti che lo minacciarono; nello stesso periodo fu aggredito da un’ottantina di ragazzi, anche più grandi e non frequentanti il “Molinari”, che lo costrinsero a cancellare alcune scritte neofasciste, delle quali non era responsabile, dopo averlo immobilizzato e fotografato. Una delle foto fu rinvenuta nel 1985 in un abbaino di viale Bligny 42 a Milano, sede di Avanguardia Operaia abbandonata da alcuni anni: era servita agli assassini per l’identificazione di Ramelli. Il contesto di esasperazione fu confermato in seguito dal suo insegnante di lettere che, criticato e intimidito per essersi opposto alle violenze perpetrate contro il giovane, ottenne il trasferimento in un’altra sezione.

La preside, dopo aver negato un consiglio dei docenti per discutere delle angherie subite dal ragazzo, concedette l’aula magna per lo svolgimento di un “processo” sommario e informale tenuto dagli studenti con la partecipazione dei professori (tra i quali una docente militante di Avanguardia Operaia): Ramelli fu “condannato” a ritirarsi dall’istituto in quanto «picchiatore nero», colpevole di violenze e furti ai danni degli studenti di sinistra, reati «mai specificati» e dei quali «non vi è alcuna prova» secondo la ricostruzione dei giudici istruttori. Anche a detta dell’insegnante di lettere, l’alunno era estraneo a tutte le accuse mosse contro di lui dal movimento politico scolastico. A fine gennaio il fratello Luigi, forse scambiato per Sergio, fu assalito.

Il 3 febbraio Ramelli e il padre, recatisi a scuola per espletare le pratiche necessarie al trasferimento in un istituto privato, vennero aggrediti da un gruppo di studenti e il giovane svenne; anche i docenti che li scortavano furono malmenati. Dopo il cambio di scuola lo studente fu oggetto di scritte e telefonate intimidatorie. L’8 febbraio nel cortile del “Molinari” fu fatta esplodere l’auto del professore di religione che aveva provato a tutelare Ramelli il giorno in cui fu costretto a cancellare le scritte: lo scoppio causò 18 feriti. Il 9 marzo un bar nel quale lo studente si trovava con il fratello fu accerchiato da una ventina di giovani di estrema sinistra: i due si salvarono dal linciaggio grazie all’intervento di un amico giunto in auto. Secondo l’ordinanza dei giudici, gli episodi avvenuti a scuola si svolsero «in un clima di omertà generale e di assoluta inerzia delle forze di polizia».

L'omicidio Il 13 marzo 1975 Ramelli stava ritornando a casa, in via Amadeo a Milano; parcheggiato il suo motorino poco distante, in via Paladini, si incamminò verso casa. All'altezza del civico 15 di via Paladini, fu assalito da un gruppo di extraparlamentari comunisti di Avanguardia Operaia armati di chiavi inglesi,Guido Passalacqua, Quando a Milano la chiave inglese faceva politica contro i fascisti, articolo su Repubblica del 20 settembre 1985: "Hazet 36, fascista dove sei?". L'Hazet era la chiave inglese preferita dai servizi d'ordine dei gruppuscoli milanesi, un attrezzo d'acciaio lungo quanto un avambraccio. Lo slogan risuonava ossessivo nei cortei, scandito fino alla nausea... Per Milano la chiave inglese era il simbolo di quello che negli anni successivi al mitico sessantotto si chiamava Antifascismo militante. e con queste colpito più volte al capo; a seguito dei colpi, Ramelli perse i sensi e fu lasciato esangue al suolo. La testimonianza resa da Marco Costa durante il processo fu la seguente:Luca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, pag. 297.

A sua volta, Giuseppe Ferrari Bravo rese la seguente testimonianza:

Pochi minuti dopo l'aggressione, un commesso vide il corpo coperto di sangue e allertò la portinaia del palazzo di via Amadeo, dove il giovane abitava. La portinaia, riconosciutolo, avvertì la polizia e i soccorsi medici; un'ambulanza lo portò all'Ospedale Maggiore, precisamente all'ex padiglione «Beretta» specializzato in neurochirurgia, dove il ragazzo fu sottoposto a un intervento chirurgico della durata di circa cinque ore, nel tentativo di ridurre i danni causati dai colpi inferti alla calotta cranica. Il decorso post-operatorio fu caratterizzato da periodi di coma alternati ad altri di lucidità; le complicazioni cerebrali indotte dall'aggressione lasciavano i sanitari dubbiosi sul recupero delle piene funzionalità fisiche.

Nel corso dell'assemblea consiliare al Comune che fece seguito all'aggressione, l'allora sindaco Aldo Aniasi dovette fronteggiare una turbolenta seduta nel corso della quale, a fronte della condanna istituzionale dell'aggressione e alle risentite stigmatizzazioni dell'accaduto dei partiti di destra, vi fu, tra il pubblico presente, chi applaudì alla notizia del fatto e rivolse fischi al rappresentante del MSI Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse che aveva in quel momento la parola. All'applauso presero parte anche diversi consiglieri comunali di sinistra.Nicola Rao, La fiamma e la celtica, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, pag. 225.

Mentre Ramelli era ancora in coma, a Milano seguirono altre aggressioni e scontri tra i gruppi di destra e sinistra. Il 16 aprile un gruppo di estremisti di sinistra assalì tre giovani del FUAN che stavano effettuando un volantinaggio. Antonio Braggion, iscritto anche ad Avanguardia Nazionale, sparò contro gli aggressori con la pistola, detenuta illegalmente, che aveva in auto, uccidendo con un colpo al viso lo studente Claudio Varalli. Il 17 aprile fu aggredito l'avvocato Cesare Biglia, allora consigliere provinciale del MSI, che per questo subì un delicato intervento chirurgico. La moglie, che era con lui, fu ferita a una gamba.

Il 18 aprile il sindacalista della CISNAL Francesco Moratti, ex combattente della RSI e invalido di guerra, fu anch'egli ricoverato in ospedale dopo essere stato picchiato e lasciato in terra mentre i locali in cui si trovava venivano dati alle fiamme. Anche il cameriere Rodolfo Mersi, il panettiere Rinaldo Guffanti e il giovane liberale Pietro Pizzorno furono ricoverati in ospedale, al reparto craniolesi, dopo aver subito aggressioni con chiavi inglesi.Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura, editore Lorien, 2001, p. 39.

Il 28 aprile, un giorno prima che Ramelli morisse, un gruppo staccatosi da un corteo della sinistra si recò presso la casa della famiglia Ramelli, dove lasciò scritte sui muri e affisse un manifesto nel quale si minacciava il fratello Luigi di morte se non fosse sparito entro quarantotto ore.Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura, editore Lorien, 2001, p. 17.

Subito dopo aver saputo che Ramelli era in coma, alcuni membri del commando – tra cui Montinari, principale pentito al processo – smisero la militanza. Altri invece, l'anno seguente, Il 31 marzo 1976 avrebbero assaltato il bar Porto di Classe, ritenuto un abituale ritrovo della destra.Luca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, p. 314. Dalla testimonianza di Claudio Guarisco, membro del commando: «Il bar di largo Porto di Classe andava colpito, si dovevano spaccare le vetrine e dare fuoco al locale. Ci dissero che bisognava raggiungere la zona alla spicciolata». Per l'occasione, al servizio d'ordine di Avanguardia Operaia si aggregarono anche i Comitati antifascisti. Il locale fu devastato e incendiato, tutte le vetrine infrante e feriti sette avventori, tre dei quali furono ridotti in gravi condizioni: uno di loro restò invalido per tutta la vita. All'assalto parteciparono anche Marco CostaLuca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, p. 314. Dalla testimonianza di Marco Costa, membro del commando: «Rimasi fuori dal bar, come studente di Medicina avrei dovuto soccorrere i compagni che si fossero fatti male». e Giuseppe Ferrari Bravo.Luca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, p. 314. Dalla testimonianza di Giuseppe Ferrari Bravo, membro del commando: «Attesi con la 500 nel cortile di Chimica. I compagni tornarono divisi in due tronconi, e io raccolsi le chiavi inglesi in una borsa e le portai nell'abbaino di viale Bligny».