Montecchio Maggiore (Montécio in veneto) è un comune italiano di abitanti della provincia di Vicenza in Veneto.

Geografia fisica

Il paese si colloca a ovest di Vicenza, nel confluire della valle del Chiampo e della valle dell'Agno. Proprio nel comune castellano il torrente Agno cambia nome in Guà dalla confluenza con il torrente Poscola.

Confina (a partire da nord in senso antiorario): a nord: Castelgomberto, Trissino a ovest: Arzignano, Montorso Vicentino, Zermeghedo a sud: Montebello Vicentino, Brendola a est: Altavilla Vicentina, Sovizzo.

La morfologia del terreno comunale è prevalentemente pianeggiante, anche se a nord-est si sviluppa una zona collinare, troneggiata dai due castelli della Bellaguardia e della Villa, comunemente detti "Castelli di Romeo e Giulietta".

Altre zone collinari si sviluppano nelle frazioni di Santissima Trinità, Sant'Urbano e Alte Ceccato in località Selva.

Origini del nome Il nome deriva dal latino monticulus, propriamente monticello o piccolo monte. Il suffisso "Maggiore" è stato aggiunto per distinguerlo da altri comuni o località con lo stesso toponimo, tra i quali il poco distante Montecchio Precalcino o Montecchio Emilia o Montecchio in Umbria.

Storia

Preistoria In seguito al rinvenimento, nei primi anni del Novecento, di manufatti, piccole selci, terrecotte e soprattutto sepolture umane, in particolare nelle aree collinari del paese, Montecchio Maggiore sembra essere abitata sin dai tempi dell'Eneolitico e dell'Età del bronzo.

Dal secondo millennio a.C. la regione fu abitata da popolazioni di origine protoligure (2500-1700 a.C.), poi dagli Euganei (1700-900 a.C.) e infine, dal IX secolo a.C., dai Veneti.

Epoca romana Nell'attuale territorio di Montecchio Maggiore passava un tratto dell'antica Via Postumia, che ha reso frequenti i contatti tra la popolazione veneta e i Romani, rapporti che si cementarono sempre più anche per difendersi dalle frequenti incursioni nel territorio veneto di un nemico comune: i Galli.

Dopo il conferimento della cittadinanza romana ai popoli transpadani nel 49 a.C. e l'attribuzione del titolo di Municipium alla città di Vicenza, Montecchio venne definita come pagus, il distretto rurale romano circoscrizione minore del municipium, governato da magistrati dipendenti dalle autorità municipali.

Sono numerose le testimonianze archeologiche dell'epoca romana rinvenute nel territorio di Montecchio Maggiore. In particolare, nella zona dell'antica pieve di Santa Maria e San Vitale, zona in cui ora sorge l'Ospedale Civile, sono state ritrovate alcune iscrizioni funerarie, probabilmente risalenti al I o al II secolo d.C..

Sono state rinvenute anche colonne militari, ovvero cippi che segnavano la distanza da Roma o dalla città più vicina. Esse risalgono al IV secolo d.C., epoca in cui l'imperatore Costantino eseguì un'importante opera di ristrutturazione stradale. Questi reperti, recuperati sempre nella zona della Pieve, permettono di supporre l'esistenza di una strada romana di penetrazione verso la valle dell'Agno e del Chiampo nella zona dell'attuale bivio di San Vitale.

Epoca medievale In epoca medievale Montecchio vive nell'ambito dell'Impero e per quanto riguarda l'ordinamento feudale di livello regionale nell'ambito della Marca Veronese, legata ai Duchi di Carinzia per buona parte almeno del secolo XI.

Sul finire di quest'ultimo secolo, si suppone che la famiglia dei Bongiudei avesse posto la propria signoria feudale nel territorio di Montecchio in qualità di vassalli del vescovo conte che in quel momento dominava il territorio vicentino.

Dal 1180 al 1242 a Montecchio si insedia la signoria dei Pilei, potente famiglia che ebbe in feudo dall'imperatore Sossano e le terre limitrofe. Successivamente, a seguito del suo matrimonio con Speronella dei Bongiudei, fu Uguccione Pileo a trasferire la sede della signoria presso il castello di Montecchio nei primi anni del secolo XIII.

Nel 1243, Ezzelino III da Romano, condottiero alleato all'imperatore Federico II di Svevia, determinato a consolidare il suo dominio nel Vicentino, attaccò e distrusse il castello di Montecchio, sterminando gran parte della famiglia Pileo, che gli era ostile in quanto sostenitrice della fazione guelfa. Questo evento segnò la fine della signoria dei Pilei su Montecchio Maggiore.

Il dominio di Ezzelino su Montecchio terminò con la sua morte nel 1259. Dopo la sua scomparsa, gli eredi della famiglia Pileo tentarono di riprendere possesso della loro terra, ma furono ostacolati e infine estinti nel 1301 a causa di accuse di eresia. La situazione politica rimase instabile fino all'arrivo della signoria scaligera nel 1314, quando Montecchio entrò sotto il controllo dei Della Scala, famiglia che governava Verona e le terre circostanti.

Durante il loro dominio, gli Scaligeri rafforzarono le strutture difensive della città. Nel 1354 iniziano i lavori per la costruzione dei due celebri castelli, le cui vestigia sono conosciute oggi come Castello di Romeo e Castello di Giulietta. Questi edifici, posti su colline gemelle, servivano non solo come fortezze militari ma anche come punti di avvistamento e controllo del territorio.

In questi anni la popolazione montecchiana fu decimata da continue epidemie di peste, in particolare nel 1348 e nel 1366.

Dopo la caduta degli Scaligeri nel 1387, Montecchio Maggiore passò sotto il controllo dei Visconti, la potente signoria milanese guidata da Gian Galeazzo Visconti.

Il dominio milanese fu di breve durata. Dopo la crisi politica che seguì la morte del duca Gian Galeazzo Visconti nel 1402, la Serenissima Repubblica di Venezia iniziò una decisa espansione nell'entroterra veneto per consolidare il proprio dominio e proteggere le rotte commerciali verso l'Adriatico. Nel 1404 gli abitanti di Montecchio accolsero il passaggio sotto il controllo veneziano, desiderosi di sfuggire alle continue guerre e instabilità che avevano caratterizzato il periodo delle signorie.

Epoca moderna e contemporanea Nel corso del XVI secolo Montecchio Maggiore era uno dei centri più rilevanti del contado vicentino. La comunità, già prospera nel secolo precedente, disponeva di antichi privilegi e di un consistente patrimonio collettivo, costituito in larga parte da boschi, pascoli e terreni agricoli. Il governo locale era tradizionalmente affidato alla convicinia, l'assemblea dei capifamiglia, anche se le principali cariche comunali tendevano progressivamente a concentrarsi nelle mani di alcune famiglie locali.

Montecchio occupava inoltre una posizione strategica lungo la strada tra Vicenza e Verona ed era capoluogo di un vicariato comprendente anche Sovizzo, Creazzo, Monteviale, Gambugliano e altri centri minori. Nel 1546 contava circa 3.200 abitanti, risultando nettamente più popoloso delle altre comunità del vicariato.

L'economia era prevalentemente agricola. A metà del secolo gran parte dei terreni risultava posseduta dai contadini locali o appartenente alla comunità, mentre la proprietà nobiliare e cittadina rimaneva relativamente contenuta. Nel territorio erano presenti seminativi, prati irrigui, vigneti, oliveti, boschi e pascoli; avevano inoltre rilievo l'allevamento, in particolare quello ovino, e alcune attività connesse alla lavorazione della lana. Le fonti attestano anche la coltivazione del gelso e la produzione della seta.

Nei decenni centrali del Cinquecento la crescita economica fu accompagnata da una crescente differenziazione sociale. Un ristretto gruppo di famiglie, tra cui i Panciera, gli Scalabrin, i Friziero, i Folco e i Longo, assunse progressivamente un ruolo predominante nell'amministrazione comunale, nel notariato e nella rappresentanza della comunità presso le istituzioni di Vicenza e della Repubblica di Venezia. Si formò così un'élite rurale locale, che consolidò il proprio controllo sulle principali cariche pubbliche.

Secondo la tradizione, suffragata da alcuni documenti riportanti testimonianze originarie, a Montecchio avrebbero soggiornato l'imperatore del Sacro Romano Impero Germanico e Re di Spagna Carlo V, mentre scendeva verso Bologna per essere incoronato Re d'Italia nel 1530, e Napoleone Bonaparte, Imperatore dei francesi e anch'egli Re d'Italia.

Nella seconda metà del secolo aumentarono anche i contrasti tra la comunità e alcuni esponenti della nobiltà locale, in particolare le famiglie Gualdo e Trissino. Le controversie riguardavano soprattutto la riscossione delle decime, i diritti di pascolo e di pensionatico, l'uso delle acque e più in generale la difesa dei beni e delle prerogative comunali. In diverse occasioni i rappresentanti di Montecchio ricorsero alle magistrature vicentine e veneziane per tutelare tali diritti.

Parallelamente si trasformarono anche le istituzioni locali. Alla tradizionale convicinia si affiancarono organismi più ristretti, tra cui la cosiddetta Banca, formata dal decano e da otto consiglieri, e, sul finire del secolo, il Consiglio dei Cento. Tale evoluzione accompagnò il progressivo rafforzamento del ceto dirigente locale e la riduzione del ruolo dell'assemblea generale della comunità.

La prosperità economica favorì anche la crescita demografica: intorno al 1580 Montecchio raggiunse circa 3.500 abitanti e nel corso del secolo aumentò la presenza di famiglie provenienti da altre località, tra cui pastori dell'area di Recoaro e lavoratori della pietra provenienti dalla Val Camonica. Una fonte notarile del 1570 registra inoltre la presenza, nella casa della famiglia Panciera, di «sorgo turco», cioè mais: si tratterebbe di una delle più antiche attestazioni della diffusione del cereale nella Terraferma veneta.

La leggenda di Romeo e Giulietta Sebbene la patria universalmente riconosciuta di Romeo e Giulietta sia la città di Verona, la funzione dei due manieri di Montecchio (noti, per l'appunto, come "Castelli di Romeo e Giulietta") può non essere così priva di importanza nell'ottica almeno dei presupposti artistici che determinarono l'ideazione, l'ambientazione e la stesura della novella. Una leggenda senese sembra essere la fonte più lontana da cui trasse origine la tradizione letteraria che Shakespeare tradusse in una tragedia immortale: fu Masuccio Salernitano (1415-1476) a dare per primo veste letteraria a questa leggenda, con la novella I due amanti senesi inserita nel suo Novellino, in cui si narra la fine tragica dell'amore contrastato dei due protagonisti, Mariotto e Ganozza.

Luigi Da Porto (1485-1529) si ispirò a questa novella per la sua Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti apparsa postuma nel 1531 e poi, in altra versione, con il titolo di La Giulietta nel 1539. Mutati i nomi popolareschi del racconto di Masuccio in quelli di Romeo e Giulietta, che tali rimarranno in tutta la tradizione letteraria successiva fino a Shakespeare, Da Porto immagina lo svolgimento della novella a Verona, al tempo della signoria di Bartolomeo I della Scala (1301-1304). Fondandosi su un'errata interpretazione della celebre terzina dantesca «Vieni a veder Montecchi e Capelletti/Monaldi e Filippeschi, uom senza cura/color già tristi, e questi con sospetti» (Purgatorio VI, vv. 106-108), attribuisce una violenta rivalità tra due nobili famiglie veronesi, che si ripercuote tragicamente sull'amore tra i due giovani protagonisti. Nella trama sono già presenti elementi chiave come la rissa, la morte di un cugino dell'amata perpetrata da Romeo, il bando dalla città di quest'ultimo e la tragica fine di entrambi. Con qualche aggiustamento e poche modifiche alla versione originale del Da Porto, la novella fu ripresa prima da Matteo Bandello, poi da novellieri e tragediografi spagnoli, francesi e inglesi; alle versioni inglesi di Painter e Broocke si accostò direttamente Shakespeare che le usò da modello per il suo capolavoro, la cui prima rappresentazione risale al 1596.