La tecnica narrativa utilizzata da Giovanni Verga nelle opere veriste composte dal 1878 in poi, possiede caratteri di originalità innovativi che si distaccano dalla tradizione e anche dalle esperienze contemporanee sia italiane che straniere.
Tra le tecniche narrative utilizzate da Giovanni Verga si ricordano: La tecnica dello straniamento L'utilizzo del discorso indiretto libero La tecnica dell'impersonalità La tecnica della premessa o "regressione"
Premessa Nelle opere di Giovanni Verga non si avverte direttamente il punto di vista dello scrittore e la voce che racconta è allo stesso livello dei personaggi. Infatti non capita nei romanzi di Verga che a raccontare sia il narratore "onnisciente" tradizionale come nei romanzi di Manzoni, Balzac o Thackeray, che interviene nel racconto a commentare o giudicare i comportamenti dei personaggi, anche se per I Malavoglia si può parlare di narratore onnisciente.
Nelle opere di Verga a raccontare non è un personaggio in particolare ma è il narratore che, mimetizzandosi negli stessi personaggi, pensa e sente come loro e adotta il loro stesso modo di esprimersi. Chi racconta potrebbe essere uno dei personaggi, che però non appare mai direttamente nella vicenda e rimane nell'anonimato.
Un chiaro esempio che inaugura il nuovo modo di narrare di Verga lo troviamo nell'incipit della sua prima novella verista, Rosso Malpelo, pubblicata nel 1878: «Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone».Rosso Malpelo, in Giovanni Verga. Tutte le novelle. Mondadori, collana I Meridiani, 1979, p. 173 Da queste parole si rivela una visione primitiva e superstiziosa della realtà e tutta la vicenda viene narrata da questo punto di vista, cioè non quello del narratore colto ma da uno qualunque dei vari minatori della cava in cui lavora Malpelo.
Se capita che la voce narrante commenti e giudichi i fatti, non lo fa secondo la visione colta dell'autore, ma secondo la visione semplice e rozza della collettività popolare che, non riuscendo a cogliere le motivazioni psicologiche autentiche delle azioni, le deforma in base ai suoi principi di interpretazione.
Di conseguenza anche il linguaggio non è quello che potrebbe essere dello scrittore, ma è un linguaggio carente, intermezzato da modi di dire, paragoni, proverbi e imprecazioni.
La sintassi è elementare e a volte scorretta e in essa appare la struttura dialettale, anche se il Verga non usa mai direttamente il dialetto, e se deve citare un termine dialettale lo isola per mezzo del corsivo. Verga afferma di aver cercato, nelle sue opere, di mettere in prima linea, e solo in evidenza, l'uomo, dissimulando ed eclissando per quanto si può lo scrittore. Egli nelle sue dichiarazioni teoriche sembra dunque propenso verso una tecnica narrativa in cui la psicologia dei personaggi emerga solo dai dialoghi e dalle azioni, ma in realtà non tutti i suoi personaggi sono visti dall'esterno e non sempre si conoscono i pensieri e i sentimenti solamente attraverso i gesti e le parole. Capita anzi spesso che il punto di vista del racconto coincida con quello di un personaggio, in modo che il lettore, vedendo le cose con i suoi occhi, le interpreti attraverso i suoi giudizi e venga posto al centro della sua psiche.
Se la riproduzione sincera della realtà oggettiva con l'esclusione di ogni intervento giudicante dall'esterno possono condurre all'annullamento di ogni rapporto critico tra l'autore e la materia, Verga riesce, proprio grazie alla sua particolare tecnica narrativa, ad evitare questo rischio. Perché, come scrive Guido Baldi. «... la regressione nella realtà rappresentata, lungi dal riprodurre la realtà ad un unico livello del suo manifestarsi, determina tutto un gioco di primi piani e di punti di vista.» Viene così spesso, nei racconti di Verga, ad opporsi un punto di vista alternativo che è interno alla realtà come nel caso di Rosso Malpelo, dove al mondo della miniera che accetta in modo passivo i meccanismi della lotta per la vita, viene a contrapporsi il punto di vista del protagonista che è illuminato da una sua consapevolezza critica.
Così avviene anche nei Malavoglia, in cui si oppone alla realtà del villaggio, dominata dall'interesse e dall'egoismo, il punto di vista di alcuni protagonisti, che è ispirato ai valori più puri e disinteressati, come la famiglia, l'onore, la generosità.
Ma anche dove è dominante l'ottica della lotta per la vita, come nella novella "La roba", il rapporto critico con la realtà non viene ad annullarsi.Infatti proprio l'accettazione apparente della logica del protagonista che sembra ignorare ogni senso di umanità e di generosità, viene a creare un forte attrito con il modo giusto di vedere le cose a cui l'autore fa riferimento in modo implicito.
In questo modo, il lettore è costretto a fare un confronto tra il comportamento disumano del personaggio con i principi naturali che regolano ogni convivenza civile e il mondo della lotta per la vita appare così in tutta la sua crudeltà in modo più chiaro che se l'autore intervenisse a commentare e a giudicare.
In tutti questi casi il Verga, pur restando fedele al principio della impersonalità, non accetta, grazie alla tecnica dello straniamento, il lato negativo della realtà in modo acritico, ma fa scaturire dalle cose stesse il giudizio.
Tecnica dello straniamento La tecnica dello straniamento «consiste nell'adottare, per narrare un fatto e descrivere una persona, un punto di vista completamente estraneo all'oggetto».. Questo procedimento narrativo lo troviamo utilizzato, tra l'altro, nelle opere veriste di Giovanni Verga.
La definizione di straniamento venne data dai formalisti russi degli anni venti che adottano, per narrare un fatto e descrivere una persona, un punto di vista completamente diverso. Un esempio è il racconto di Tolstoj, "Cholstomér", un bellissimo cavallo, costretto a fare la bestia da soma, che è perplesso sull'uso che gli uomini fanno del linguaggio e soprattutto delle parole mio, mia, miei, giungendo alla conclusione che i cavalli sono ,ovviamente, superiori agli uomini per la loro capacità di riflettere sui fatti e non sulle parole. «Continuai a pensarci su e solamente assai più tardi, in seguito a molti e diversi rapporti con gli uomini capii finalmente il significato che a queste oscure parole attribuiscono gli uomini. Il loro significato eccolo: nella loro vita gli uomini si lasciano guidare non dai fatti ma dalle parole. Tali parole, considerate da loro molto importanti, sono 'mio, mia, miei' che essi usano riferendosi alle cose più disparate. Chi può, per effetto di questo gioco combinato tra di loro, dire la parola 'mio' in relazione al maggior numero di cose, è considerato il più felice di tutti».Lev Tolstoj, Cholstomér. Storia di un cavallo, casa editrice Equitare, 2003
Come risultato si ottiene quello di far apparire insolite e incomprensibili cose normali, o viceversa, solo perché presentate attraverso un punto di vista estraneo.
Tecnica dello straniamento ne I Malavoglia Molti esempi di straniamento si trovano nel romanzo I Malavoglia dove tutto quello che provano i protagonisti di vero e disinteressato viene visto dal punto di vista della gente del paese che, non avendo gli stessi valori, è portata a dare giudizi solamente in base all'interesse economico e al diritto di chi è più forte facendo così apparire "strano" ciò che, secondo la scala dei valori universalmente accettata, è "normale".
Così, ad esempio, l'onestà di padron 'Ntoni, che pur di non mancare di parola riguardo al debito dei lupini, lascia che la sua casa venga pignorata, si trasforma, dal punto di vista di padron Cipolla, che avrebbe preso per nuora Mena Malavoglia solamente se come dote avesse portato delle proprietà, una vera truffa a suo danno: «D'allora in poi i Malavoglia non osarono mostrarsi per le strade né in chiesa la domenica, e andavano sino ad Aci Castello per la messa, e nessuno li salutava più, nemmeno padron Cipolla, il quale andava dicendo: - Questa partaccia a me non la doveva fare padron 'Ntoni. Questo si chiama gabbare il prossimo, se ci aveva fatto mettere la mano di sua nuora nel debito dei lupini! - Tale e quale come dice mia moglie! - aggiungeva mastro Zuppiddu. - Dice che dei Malavoglia adesso non ne vogliono nemmeno i cani».Giovanni Verga, I Malavoglia, Arnoldo Mondadori, Milano, 1993, pag. 129 O come quando per lo stesso motivo padron 'Ntoni viene giudicato «minchione» dall'avvocato Scipioni («... ma questi gli rideva sul naso, e gli diceva che "chi è minchione se ne sta a casa"»)op. cit., pag. 159 e dalla collettività perché non era stato capace di fare i suoi affari, così la purezza dei sentimenti tra Alfio e Mena viene vista dalla mentalità di zio Crocifisso in "rabbia" di maritarsi.
Verga vuole pertanto dimostrare, con questo effetto di "straniamento", come sia impossibile praticare valori puri e disinteressati in un mondo regolato dalla legge della lotta per la vita e mettere in evidenza il prevalere dei principi dell'interesse e della forza, a cui non è possibile contrapporre nessuna alternativa.
Questo tipo di straniamento compare quando sono in scena personaggi puri e onesti come i Malavoglia, ma quando si presentano i personaggi del villaggio gretti e meschini, si assiste ad una forma di straniamento che si può definire "rovesciata", dove ciò che è "strano" appare "normale" dal momento che il punto di vista di chi racconta è perfettamente in armonia con quello dei personaggi.Romano Luperini, L'orgoglio e la disperata rassegnazione, Roma, La nuova sinistra-Savelli, 1974, pag. 47
Tecnica dello straniamento in La Roba
Nella novella La roba, ad esempio, il "narratore" non dimostra mai riprovazione nei confronti di Mazzarò e dei metodi da lui usati per arricchire, anzi il comportamento di Mazzarò non solo appare "normale", ma degno di lode.
Questo secondo tipo di straniamento genera un forte contrasto tra la deformazione che viene operata e il modo "giusto" di vedere le cose che è assente dalla narrazione, ma che è introdotto con immediatezza da chi legge.
Pertanto esso ha la funzione di mettere in evidenza come sia cruda la realtà della lotta per la vita, senza introdurre dall'esterno nessun giudizio, dal momento che il giudizio scaturisce dalle cose stesse.
Pessimismo e straniamento nella novella Rosso Malpelo
La tecnica dello straniamento, che assicura l'impersonalità dell'autore, è necessaria soprattutto per veicolare il pessimismo che muove la scelta dei contenuti verghiani.
Il pessimismo e lo straniamento si possono ampiamente osservare nella novella Rosso Malpelo che può considerarsi «il primo testo della nuova maniera verghiana ad essere pubblicato»:.
L'inizio evidenzia subito la rivoluzionaria novità dell'impostazione narrativa verghiana: affermare che Malpelo ha i capelli rossi perché è un ragazzo malizioso e cattivo è una chiara deformazione logica, che palesa un pregiudizio popolare: la voce narrante non è identificabile con l'autore reale, non è portavoce della sua visione del mondo; il narratore riflette, invece, la mentalità dei personaggi che si muovono all'interno della storia, il loro mondo di valori e necessità, (come accade nella "Lupa") anche se non coincide con un ben identificato personaggio.
L'autore si è "eclissato", si è messo nella pelle dei suoi personaggi, vede le cose con i loro occhi e le esprime con le loro parole. Nell'apertura del racconto si procede subito con la "regressione" con la quale si attua il basilare principio dell'impersonalità.
Il narratore, non essendo onnisciente, ma portavoce di un ambiente popolare primitivo e rozzo, non è depositario della verità, com'era proprio dei narratori tradizionali dell'Ottocento come Manzoni, Balzac ed altri.