È considerato, insieme a Tolstoj, uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi di tutti i tempi.

Biografia I primi anni

Fëdor, secondo di otto figli, nasce a Mosca nel 1821 da Michail Andreevič Dostoevskij, un medico militare russo, figlio di un arciprete ortodosso discendente da una nobile famiglia, dal carattere stravagante e dispotico che alleva il ragazzo in un clima autoritario. La madre, Marija Fëdorovna Nečaeva, proveniva da una famiglia di ricchi e prosperi commercianti russi; dal carattere allegro e semplice, amava la musica ed era molto religiosa. Sarà lei a insegnare a leggere al figlio facendogli conoscere Aleksandr Sergeevič Puškin, Vasilij Andreevič Žukovskij e la Bibbia. A Fëdor, secondogenito dopo Michail Michailovič nato nel 1820, succederanno altri sei figli: le quattro sorelle Varvara, Ljubov', Vera e Aleksandra Dostoevskaja e i due fratelli Andrej e Nikolaj.

La famiglia viveva all'interno dell’ospedale dei poveri dove il padre prestava servizio. Il piccolo Fëdor visse i suoi primi dieci anni di vita tra i poveri, i malati, l'andirivieni di un ospedale, le pause in giardino. L'esperienza lo segnò per tutta la sua vita di scrittore, ponendogli la domanda circa il paradosso della sofferenza del giusto. In quegli anni legge le Storie dell’Antico e del Nuovo Testamento e il Libro di Giobbe

Nel 1828 il padre Michail Andreevič è iscritto con i figli nell'albo d'oro della nobiltà moscovita. Nel 1831 Fëdor si trasferisce con la famiglia a Darovoe nel governatorato di Tula dove il padre ha comprato un vasto terreno. Nel 1834, insieme al fratello Michail, entra nel convitto privato di L.I. Čermak, a Mosca. Nell'inverno del 1835 ebbe presumibilmente il suo primo attacco di epilessia. Nel febbraio del 1837 la madre, da tempo ammalata di tisi, muore e il giovane viene trasferito col fratello a San Pietroburgo entrando nel convitto preparatorio del capitano K. F. Kostomarov per sostenere gli esami d'ammissione all'istituto d'ingegneria. Il 16 gennaio 1838 entra alla Scuola Superiore del genio militare di San Pietroburgo, dove studia ingegneria militare, frequentandola però controvoglia essendo i suoi interessi già orientati verso la letteratura.

L'8 giugno 1839 il padre, che si era dato al bere e maltrattava i propri contadini, viene ucciso probabilmente dagli stessi. La tragica notizia sconvolse profondamente il giovane Fëdor, incidendo significativamente sul suo stato psicofisico e sulle sue condizioni neurologiche. Le crisi epilettiche lo perseguiteranno per tutta la vita. Nell'agosto 1841 viene ammesso al corso per ufficiali e l'anno seguente viene promosso sottotenente. L'estate successiva entra in servizio effettivo presso il comando del Genio di San Pietroburgo. Sono anni d'indigenza. Per sbarcare il lunario, di notte traduce lEugénie Grandet di Honoré de Balzac; la traduzione viene pubblicata nel 1844 sulla rivista Repertuar i Panteon senza il nome dell'autore, segnando il suo debutto letterario. Traduce anche il Don Carlos di Friedrich Schiller, ma per opposte tendenze, elemosina e dissolutezza, il denaro non gli basta mai.

Il 12 agosto 1843 Fëdor si diploma, ma nell'agosto 1844 dà le dimissioni, lascia il servizio militare e rinuncia alla carriera che il titolo gli offre. Lottando contro la povertà e la salute cagionevole, comincia a scrivere il suo primo libro, Povera gente (Bednye Ljudi), che vede la luce nel 1846 e ha gli elogi di critici come Belinskij e Nekrasov. In questo primo lavoro, lo scrittore rivela uno dei temi maggiori della produzione successiva: la sofferenza per l'uomo socialmente degradato e incompreso. Nell'estate Dostoevskij inizia a scrivere il suo secondo romanzo, Il sosia (Dvojnik), storia di uno sdoppiamento psichico che non ha però il consenso del primo romanzo, e a novembre, in una sola notte, scrive Romanzo in nove lettere (Roman v devjati pisem). Vedono successivamente la luce alcuni racconti su varie riviste, tra i quali i romanzi brevi Le notti bianche (Belye noči) e Netočka Nezvanova.

L'arresto, la condanna e la grazia

Il 23 aprile 1849 viene arrestato per partecipazione al circolo Petraševskij e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo. In realtà ha sì partecipato a tali riunioni, ma come incuriosito uditore, non come attivista. Il 16 novembre dello stesso anno, insieme ad altri venti imputati viene condannato alla pena capitale tramite fucilazione, ma incredibilmente il 19 dicembre lo zar Nicola I commuta la condanna a morte in lavori forzati a tempo indeterminato. La revoca della pena capitale viene comunicata allo scrittore e agli altri condannati solo quando già sul patibolo, il 22 dicembre. In una lettera al fratello, scritta lo stesso giorno, lo scrittore rivela che «ci hanno fatto baciare la croce, hanno spezzato sopra la testa le spade e ci hanno fatto la toeletta del condannato (camicie bianche). (…) Mi sei tornato in mente tu, fratello, e i tuoi cari; nell'ultimo istante tu, soltanto tu, eri nei miei pensieri, e lì ho capito quanto ti voglio bene, fratello mio caro!».Lettera del 22 dicembre 1849, a M.M. Dostoevskij, San Pietroburgo, fortezza di Pietro e Paolo, in L'avvenimento lo segnerà molto, come ci testimoniano le riflessioni sulla pena di morte (alla quale Dostoevskij si dichiarerà fermamente contrario) in Delitto e castigo e ne L'idiota, scritto a Firenze.

Il trauma della mancata fucilazione si assocerà alla ricaduta della malattia, con sempre più ricorrenti crisi di epilessia (una forma ereditaria di epilessia del lobo temporale che già lo aveva colpito nel 1839) che segneranno la sua esistenza, e di questo dramma si troverà traccia in alcuni romanzi, quali L'idiota nella figura del principe Myškin.

Sempre nello stesso romanzo:

In modo simile Dostoevskij scrive anche in Delitto e castigo, sempre sulla pena di morte:

Ne L'idiota (dove afferma "che importa se è una malattia?") e nelle lettere egli descrive anche gli attacchi di epilessia che lo colpirono durante la prigionia, con le relative sensazioni (aura, allucinazioni) come un'esperienza mistica che gli cambiò la vita:

Graziato della vita, il 24 dicembre viene deportato in Siberia, giungendo l'11 gennaio 1850 a Tobol'sk per poi essere rinchiuso il 17 gennaio nella fortezza di Omsk. Dalla drammatica esperienza della reclusione matura una delle opere più crude e sconvolgenti di Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, in cui varie umanità degradate vengono descritte come personificazioni delle più turpi abiezioni morali, pur senza che manchi nell'autore una vena di speranza. Anche i due capitoli dell'epilogo di Delitto e castigo si svolgono in una fortezza sul fiume Irtyš, identificabile con Omsk. Per quattro anni il suo ristretto universo sarà delimitato da un recinto di millecinquecento pali di quercia, lavorando alabastro, trasportando tegole e spalando neve, attorniato dalla peggior risma d'individui. «È gente rozza, esasperata e incattivita. Il loro odio per noi nobili va oltre ogni immaginazione, e perciò hanno accolto noi nobili con ostilità e un sottile piacere per la nostra disgrazia. (…) 150 nemici che non si stancavano di perseguitarci, anzi per loro era un godimento, un divertimento.»Lettera del 22 febbraio 1854, a M.M. Dostoevskij, Omsk, in Gli è concesso un solo libro, la Bibbia ed i soli amici sono un'aquila ferita ed un cane tignoso.

Nel febbraio del 1854 Dostoevskij è liberato dalla galera per buona condotta, ma la sua salute resterà irrimediabilmente compromessa. Dovrà scontare il resto della pena, un paio d'anni, servendo nell'esercito come soldato semplice nel 7º battaglione siberiano, di stanza nella città di Semipalatinsk vicino al confine cinese. In questo periodo gli è vietata ogni pubblicazione e gli sono di grande supporto morale i libri inviatigli clandestinamente dal fratello Michail, tra cui i romanzi di Dumas e la Critica della ragion pura di Kant. Nel 1857 sposa Marija Isaeva, una donna dal carattere vivace, sognatore e impressionabile, vedova trentatreenne di un alcolista e madre di un bambino di nome Pavel.

Il ritorno nella Russia europea

Il 18 marzo 1859, congedato dall'esercito, lo scrittore ottiene il permesso di rientrare nella Russia europea stabilendosi a Tver', il capoluogo più vicino a San Pietroburgo poiché l'ingresso nella capitale non gli è ancora concesso. Prepara alacremente insieme al fratello Michail una riedizione delle sue opere precedenti (escluso Il sosia, che medita di riscrivere) e lavora alle sue memorie sul bagno penale: queste verranno terminate fra il 1860 e il 1861 e pubblicate fra il 1861 e il 1862 con il titolo Memorie dalla casa dei morti.

Nel 1861 scrive Umiliati e offesi - che non ebbe un gran successo, a differenza delle Memorie dalla casa dei morti - e ripristina i suoi rapporti con l'intellighenzia pietroburghese facendo amicizia con due critici già affermati, Apollon Aleksandrovič Grigor'ev e Nikolaj Strachov. Insieme al fratello fonda la rivista Vremja (Il tempo) che si annuncia come espressione dell'"idea russa", ovvero della necessità di riavvicinare l'intellighenzia alle sue radici nazional-popolari (al suo "humus" come usa dire lo scrittore) e si contrappone apertamente alle correnti occidentaliste e radicali, sostenute, tra gli altri, da Turgenev. Su questa rivista Dostoevskij pubblica Memorie dalla casa dei morti e Umiliati e offesi nel 1861, Un brutto aneddoto nel 1862 e Note invernali su impressioni estive nel 1863.

Il 21 marzo 1864, diretta dai due fratelli, esce la rivista Epocha, su cui Fëdor pubblicherà le Memorie dal sottosuolo. Nello stesso anno, il 15 aprile muore la prima moglie e, il 10 luglio, il fratello Michail, che gli lascia enormi debiti da pagare. L'anno successivo compie un viaggio in Europa, dove, cercando di risolvere le proprie difficoltà economiche, gioca disperatamente alla roulette, col risultato di peggiorare ulteriormente la sua condizione finanziaria. Cerca di sposare la sua intima amica Apollinarija Suslova, che però lo rifiuta.

I grandi capolavori

Nel 1866 inizia la pubblicazione, a puntate, del romanzo Delitto e castigo. Conosce una giovane e bravissima stenografa, Anna Grigor'evna Snitkina, grazie alla quale riesce a dare alle stampe, nello stesso anno, Il giocatore, opera in cui Dostoevskij racconta le disavventure di alcuni personaggi presi dal vizio della roulette. Nel 1867, sposa Anna a San Pietroburgo e parte con lei per un nuovo viaggio in Europa, dove frequenta i casinò tedeschi, giocando d'azzardo pesantemente e perdendo tutto il suo denaro. «Anja cara, amica mia, moglie mia, perdonami, non chiamarmi mascalzone! Ho compiuto un misfatto, ho perso tutto, tutto fino all'ultimo kreuzer, ieri ho ricevuto il denaro e ieri l'ho perso.»Lettera del 24 maggio 1867, a A. G. Dostoevskaja, Homburg, in Di passaggio a Firenze, comincia a scrivere L'idiota.

Nel 1868 nasce la figlia Sonja, che vive solo tre mesi. Il dramma della morte dei bambini è, non a caso, uno dei temi trattati nel romanzo L'idiota, portato a termine lo stesso anno. Nel 1869 nasce la seconda figlia, Ljubov' (in russo, "amore", da adulta nota anche come Aimée) e pubblica il romanzo breve L'eterno marito.

Nel 1870 lavora intensamente al romanzo I demoni, con cui l'autore sembra rinnegare definitivamente il proprio passato di libero pensatore nichilista. Nel 1871 nasce il figlio Fëdor Fëdorovič, e Dostoevskij rinuncia una volta per tutte al vizio del gioco e, grazie agli introiti derivatigli dalla pubblicazione dei Demoni, può tornare a San Pietroburgo e affrontare i suoi creditori. Stringe amicizia con Konstantin Pobedonoscev - uno degli intellettuali più influenti e più conservatori di Russia - che di lì a qualche anno diventerà procuratore del Santo Sinodo e scomunicherà Lev Tolstoj.